<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154</id><updated>2011-09-12T14:25:23.091-07:00</updated><title type='text'>massimo fontana</title><subtitle type='html'>Philosophy and the Mirror of Nature</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://massimofontana.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>7</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-8513607826608530519</id><published>2011-05-03T13:29:00.000-07:00</published><updated>2011-05-03T13:36:27.976-07:00</updated><title type='text'>Intervista a Bepi De Marzi</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;7. &lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Giuseppe (Bepi) De Marzi, Vicentino, &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Compositore"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;compositore&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;, &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Direttore_d%27orchestra"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;direttore di coro&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; e &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Organo_(musica)"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;organista&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;. De Marzi è uno dei maggiori compositori nell'ambito della musica d'autore di ispirazione popolare ed è conosciuto in tutto il mondo. Dopo i diplomi in &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Organo_(musica)"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;organo e composizione organistica&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;, &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pianoforte"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;pianoforte&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; e gli studi di direzione e composizione si è dedicato alla &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Musica_da_camera"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;musica da camera&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; e al &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Basso_continuo"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;basso continuo&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; diventando, dal &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1978"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;1978&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; fino al &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1998"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;1998&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;, organista e &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Clavicembalista"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;clavicembalista&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; de &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_Solisti_Veneti"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;I Solisti Veneti&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;. Insegnante al Conservatorio di Padova dal &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1976"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;1976&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;. Ha fondato il coro maschile &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_Crodaioli"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;I Crodaioli&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt; nel 1958. Sue sono pagine celebri come “&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Signore_delle_cime"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;Signore delle cime&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color:#000000;"&gt;”, “Sanmatio”, “Benia Calastoria”,”Improvviso”, “Joska la rossa”. Ha collaborato con padre David Maria Turoldo nella elaborazione dei Salmi per la liturgia.&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Che effetto le fa questa generazione facebook, dedita all’amicizia in pixel via cavo? Per un appassionato della montagna sarebbe un po’ come accontentarsi di vedere qualche foto senza andarci mai…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Premetto che la mia passione non è proprio la montagna, bensì la poesia infinita della campagna. Poi, amo le città, anche le più grandi e le più lontane. Ho vissuto tanto a Milano, e ci tornerei se ci fosse meno berlusconismo, se non si incontrasse ovunque, frequentando da credente anche le chiese, l’interessato cristianesimo di Comunione e Liberazione. Mi piacerebbe vivere a Parigi, o a Berlino, oppure in una qualsiasi città del Grande Nord. L’amicizia “via cavo” è la nuova speranza per le future generazioni. Ma per ora funziona solo... via cavo. Ho notato che quando ci si incontra di persona tutto si sgonfia, anche nei progetti amorosi. Bisognerà essere più sinceri e soprattutto cercare altri linguaggi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;C’erano tempi in cui le famiglie si radunavano a casa anche per cantare. Nonni, madri, padri, giovani e bimbi. Eppoi l’epoca in cui viviamo, un malinconico “luogo da cui non giunge suono” come cantò Giovanni Lindo Ferretti; ma è anche tempo di rumore e frastuono. Come ci sta un artista ed un uomo come lei (se ci sta)?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Leggo i tempi e non ho nostalgie. Le famiglie “radunate in casa o a filò” mi ricordano la miseria. Ormai, a cantare in famiglia sono soltanto gli abitatori dei masi sudtirolesi, dato il loro forzato isolamento. Ma ho ascoltato con meraviglia, e un po’ di invidia, i finlandesi suonare e far coretti proprio in casa, in gruppi interfamigliari, nelle infinite notti invernali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Anche Ghandi era convinto che nella formazione umanistica dei bambini e dei giovani dovesse esserci innanzitutto la musica. Immagino che lei sia d’accordo e, se sì, in che modo farebbe entrare di più l’educazione alla musica nelle scuole elementari, medie, medie superiori?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;In Italia, con le didattiche ufficiali, è impossibile. L’uso del flauto dolce ha vanificato ogni speranza, ha impigrito gli insegnanti. E gli studenti si immalinconiscono con questo inutile “fìu-fìu”. Più che di produttori di suoni abbiamo bisogno di ascoltatori coscienti, preparati, desiderosi di scoprire, di emozionarsi. Noto con piacere che c’è un ritorno ai piccoli complessi e alla creatività. Ma non bisogna tendere solo alla speranza di farsi notare, al successo commerciale. I Consevatori di Musica dispensano illusioni e creano disoccupati. Il “consumo” della musica, di tutta la musica, sta scomparendo. Mancano anche dei modelli giovanili, mancano i... Beatles! Ma ci sono formazioni sperimentali che possono allargare lo spazio della partecipazione. Il momento, però, è molto preoccupante, oserei dire disperato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Già che ci siamo, gli ultimi cinquant’anni sono stati segnati anche da un fenomeno particolare, la musica rock …&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Inizialmente aveva due strutture armoniche come dire due giri armonici, del blues e del song, con successioni accordali consolidate, sulle quali si notavano ottime e molto consapevoli improvvisazioni. Un po' come negli stereotipi della musica "barocca", dove io mi ero specializzato nel basso continuo, ma, proprio per la struttura, per la quantità delle misure, sempre multiple di 4, fino a 32 per un periodo, chiamata impropriamente classica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vitaliano Trevisan, nel suo ultimo libro, ha ricordato il valore del dialetto come linguaggio di verità legato alla terra e ai sentimenti che legano nell’intimità e nella quotidianità. Il timore è quello di una lingua italiana astratta e lontana dalla realtà (forse agganciata alle diverse realtà virtuali); a una lingua così svuotata si potrebbe già preferire l’inglese, che per la TV in digitale ed il web è anche più spendibile (perché poi il paradigma è quello). Ora ci si mettono anche i “politici legati alle tradizioni”, che vorrebbero salvaguardare il dialetto veneto unico con un’operazione ideologica e, ancora una volta, slegata dal reale. Potrebbe essere anche un modo per distruggere quello che resta dei dialetti veneti?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Per le parlate locali non ci sarà che da celebrarne il funerale quando entreranno nella scuola come materia obbligatoria. Sono cadute nelle mani dei politici improvvisati, degli ambiziosi che si impossessano di tutte le istituzioni pubbliche. Eccoli a ripetere le stesse idiozie sull’identità, eccoli tutti a ripetere ossessivamente l’importanza del “territorio”. E io vorrei proporre almeno una decina di sinonimi meno generici. Oggi, la felicità non viene dal dialetto, bensì dalla conoscenza delle lingue del mondo. Non è immaginabile un futuro senza che si parli l’inglese, il tedesco, lo spagnolo. Noi italiani siamo agli ultimi posti nella conoscenza delle lingue. I poveracci che mirano al ricupero del dialetto, che lo parlano ostentatamente anche nei Consigli comunali, a casa parlano in italiano al gatto o al nipotino di due mesi. I dialetti non si insegnano: si usano quando capita e basta. Quei mentecatti che li vorrebbero parlati dagli stranieri che sono qui da noi in cerca di lavoro, non sanno quanto sia idiota la loro proposta davanti al mondo, con le migrazioni ormai inarrestabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Me li direbbe alcuni di quei sinonimi meno generici di territorio?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La nostra zona di vita, il comprensorio, l'area, l'ambiente, lo spazio della provincia, del comune, della regione, la competenza regionale, il suolo, dentro i confini, i confini naturali, la zona di residenza, la caratteristica sociale, la sensibilità ambientale, delle tradizioni locali... e potrei continuare, ma irreparabilmente prevarrà il generico "territorio". Ho sentito La Russa assicurare che "non daremo le chiavi del nostro territorio per le operazioni in Libia"; che volesse dire l'Italia? Oggi, però, abbiamo cominciato a bombardare anche noi, con degli scopi perversi e facili da individuare: lo svuotamento e il rinnovamento degli arsenali militari, il petrolio, il gas, la torta da spartire con le ricostruzioni dopo la guerra... Una specie di canagliesco neocolonialismo, insomma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Recuperando un po’ la speranza, o almeno tenendola viva: cosa la rende(rebbe) fiero d’essere veneto o vicentino in particolare?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non ho proprio fierezze da esibire. Mi sento soprattutto cittadino del mondo. Per me, il passaporto da mostrare a una frontiera è un’umiliazione, lo è sempre stato. E il mondo l’ho girato tutto. Per dire della grandezza del Veneto basterebbe Vivaldi con la folle unicità di Venezia. Per dire della poesia vicentina basterebbe Mario Rigoni Stern. La nostra arguzia è Meneghello. La nostra libertà è Goffredo Parise. Il nostro controverso sentimentalismo è Fogazzaro. Ma la nostra vera identità è tutta nei cuori, nei gesti, nella serietà, nella bellezza, nella generosità, nella dolce malinconia e nella fede dei nostri emigrati sparsi nel mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Candido, il personaggio immaginato da Voltaire, dopo aver girato il mondo e visto ogni genere di nefandezze e miserie, si risolve a coltivare il proprio orticello, senza troppe pretese, ormai persuaso del fatto che non “tutto va per il meglio” a questo mondo. Potendo farlo, gli direbbe qualcosa per fargli cambiare idea?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;A Candido parlerei di Cunegonda. Dopo averla tanto inseguita, compie l’idiozia di sposarla quando ormai è una specie di megera noiosa e intrattabile. Voltaire intendeva spiegarci il ridicolo del cosiddetto amore eterno e della strampalata invenzione della famiglia. Anche nei Promessi sposi assistiamo all’ingenuo rincorrersi dei due giovani che forse non si amano. Ma a confortarci c’è la stupenda lingua manzoniana che i soliti poveracci vorrebbero sopprimere perché “lingua coloniale”. A Candido suggerirei di mandare al diavolo Cunegonda per formare, con Pangloss, Martino e Cacambo, un quartetto di anarchici per rompere le scatole al sistema. E non smettere mai di pensare.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-8513607826608530519?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://massimofontana.blogspot.com/feeds/8513607826608530519/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7564814170703801154&amp;postID=8513607826608530519' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/8513607826608530519'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/8513607826608530519'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2011/05/intervista-bepi-de-marzi.html' title='Intervista a Bepi De Marzi'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-2631880667820922352</id><published>2011-01-31T12:13:00.000-08:00</published><updated>2011-05-03T11:53:08.182-07:00</updated><title type='text'>Intervista a Marina Terragni</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;6. Marina Terragni, milanese, giornalista. Editorialista per "Io donna-Corriere della sera", "Il Foglio", "Via Dogana". Opinionista in trasmissioni tv e radiofoniche Rai e La 7. Autrice di un saggio sulla condizione delle donne nella Chiesa ("Vergine e piena di grazia", Gammalibri) e di un libro-intervista con Vittorino Andreoli ("E vivremo finalmente liberi dall'ansia", Rizzoli). Il suo ultimo libro è “La scomparsa delle donne” (Mondadori). Ha lavorato per "Europeo", "Epoca", "Panorama mese", "Linus", "Anna", per il quotidiano "Reporter" e per numerose altre testate.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Negli ultimi anni si assiste al tramonto di un certo ruolo maschile nella società moderna occidentale, quello del padre padrone. Voi femministe chiamate questo “fine del patriarcato”. Difficile non notare come, e soprattutto dove, questo mutamento sia avvenuto, ovvero: nell’ambito di società democratiche che hanno permesso la maturazione di un dissenso femminile che ha potuto trasformarsi in rivendicazione di nuovi diritti. Ora, se bolliamo come fallogocentriche anche la democrazia e il diritto, non rischiamo di sottovalutare degli strumenti che hanno giovato anche alla libertà femminile?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La libertà femminile esiste anche in assenza di democrazia e di diritti. Ci sono figure, come quelle di Penelope –più prigioniera di così non si può- che sono state rilette nella chiave della loro libertà (v.Adriana Cavarero, Nonostante Platone). Jane Austen non votava, ma era libera. Gli enormi mutamenti prodotti dal movimento delle donne non ha avuto bisogno di rappresentanti elette nelle istituzioni rappresentative. Questo per dire che il rapporto tra libertà e protagonismo politico femminili e democrazia è dialettico e complesso. Il patriarcato muore in ogni luogo in cui una donna sa dire il suo desiderio.&lt;br /&gt;Le difficoltà della democrazia sono sotto gli occhi di tutti, e l’irruzione delle donne nello spazio pubblico è stato uno dei principali se non il principale fattore di criticità. Se la madre compare nello spazio pubblico con la sua soggettività politica, è fatale che il meccanismo inventato dagli uomini per tenere a bada la potenza materna, per tenere fuori le donne (Habermas) riveli tuta la sua inadeguatezza. Ciò detto, oggi con la democrazia (rappresentanza, etc.) vanno trovate le necessarie mediazioni, che io vedo essenzialmente nelle relazioni politiche tra donne e uomini. Tenendo però sempre gli occhi puntati a qualcos’altro che va inventato, a partire dall’idea della bisessuazione e della differenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Se di “fine del patriarcato” si può parlare, mi pare improbabile che la famiglia possa reggere ad un urto del genere. È una cosa auspicabile che si passi ad altri modelli di convivenza secondo lei? E quali?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Questa è una domanda che io giro agli uomini: si può essere padri fuori dal patriarcato? Si possono intrecciare con le donne e con i bambini relazioni fuori dal dominio? Mi pare che molti giovani uomini stiano facendo tentativi interessanti in questa direzione. Questo potrebbe portare a mutamenti profondi nella struttura familiare, anche nel suo portato psicologico –Edipo, ecc.). Nei giovani, molti dei quali provengono da fallimenti familiari, io vedo forte il desiderio di un proprio nucleo affettivo, insieme a quello di una rete di relazioni amicali che fornisca una rete di sostegno in aggiunta a quella delle famiglie d’origine, con cui i legami vengono mantenuti vivi a lungo (anche per ragioni economiche). Mi pare che la critica feroce della famiglia abbia oltrepassato il suo climax. I ragazzi hanno capito che l’alternativa alla famiglia è la solitudine, che non si è inventato altro. E la solitudine è molto temuta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L'estinzione di una figura maschile ben identificata sarebbe anche la fine di quella femminile e della differenza. Non dimentichiamo che la tecnoscienza permette, e permetterà sempre più, a coppie gay di avere figli e non è detto che non si possa fare a meno della madre del tutto (le mamme single già possono fare senza il padre). Più che il “tuttofemmina” il futuro potrebbe riservarci un mondo in cui il sesso al quale appartieni non sarà così importante, più che differenza, potrebbero esserci individualismo e indifferenza. Donne ed uomini potranno avere figli senza un compagno, una compagna di vita; oppure potranno unirsi tra persone dello stesso sesso; oppure un uomo potrà cambiare sesso per unirsi nuovamente ad un uomo, qualcuno che condivide comunque il suo sesso originale. Tutto questo assomiglia ad una negazione definitiva della differenza, dell’incontrare e convivere con l’altro da te. Magari le cose non andranno così, il futuro non lo può prevedere nessuno, per fortuna, ma dobbiamo tenere presenti certi rischi?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non lo credo. La scienza va dove la spingiamo ad andare, e non credo che stiamo spingendo in direzione della partenogenesi. Vedo una rivalutazione del legame e una maggiore accettazione del limite che il legame comporta. In tanti temi biopolitici stiamo assistendo a una marcia indietro: il laicismo del testamento biologico, dell’eutanasia, della preselezione dell’embrione sta perdendo terreno. Si rivaluta, in compenso, il senso della relazione, il twilight del dubbio e dell’ombra, l’accettazione dell’errore. Genitorialità come quelle di Elton John, che dichiara guerra alla potenza materna e taglia con violenza il corpo a corpo tra il bambino e la madre, suscitano profonde reazioni. Si intuisce che qui si stanno toccando dei fondamentali, e cresce il senso di ripugnanza e di rivolta. Le tecniche di fecondazione assistita continueranno a rendere possibili le genitorialità omosessuali (anche se va detto che tra la maternità lesbica e la paternità gay non vi è simmetria), ma le famiglie arcobaleno resteranno residuali. Ciò che è possibile, semmai, è che il proprio orientamento omosessuale non impedisca a un uomo di fare famiglia insieme a una donna, e viceversa. Che la sessualità venga “esternalizzata” rispetto al nucleo genitoriale e familiare.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Il filosofo Richard Rorty, nel 1991, propone alle femministe di assumere il pragmatismo, e non il realismo, come caratterizzazione filosofica. Per lui con il femminismo è come per i primi cristiani, per il movimento socialista ed altri movimenti storici che hanno cambiato la nostra società in qualcosa di diverso da ciò che era prima. Insomma è preferibile pensare ad una nuova autorità semantica piuttosto che andare alla ricerca di nuove basi metafisiche che certifichino la diversità femminile. Dire cose inaudite, non sostenere “che i punti di vista hanno degli organi genitali”. Ovviamente Rorty riconosce un’importanza limitata alla caratterizzazione filosofica del movimento femminista, perché il femminismo è un fenomeno che ha una valenza sociale a prescindere da una possibile sfumatura filosofica (pragmatista o realista che sia). Questo lungo preambolo, me ne scuso, è solo uno spunto. Vorrei chiederle se non ritiene che le femministe della differenza potrebbero abbracciare una battaglia persa tentando di riscrivere la mistica e la cosmogonia in senso femminista. O si tratta forse un’esigenza dettata dalla necessità di andare a monte, prescindendo da ogni forma di logos maschile?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non ho capito bene la domanda. Non mi pare ci sia il desiderio di una cosmogonia femminista, non lo incontro. Il desiderio è quello di una libera significazione della propria esistenza che non prescinda dal fatto di essere donna, e che anzi ne faccia il fondamento (corporeo e spirituale). Quello di una fine dell’Assoluto maschile. Che il femminile delle donne, e anche quello degli uomini, oppresso, negato e massacrato, possa correre liberamente nel mondo e rimetterlo al mondo. Luisa Muraro fa spesso riferimento ai primi cristiani e alla loro rivoluzione simbolica come a un esempio su cui tenere gli occhi. Se per autorità semantica intende questo, il pensiero della differenza sessuale vi corrisponde.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Temo sempre che a considerare la ragione come nemica s'imbarchino amici come Martin Heidegger, per esempio, che ha affascinato molti dei nostri docenti e pensatori progressisti e che si è a lungo dilettato con mistica, ontologia,pensiero poetante e tutto un corredo di parole epocali e terminali. Donnecome Hannah Arendt, Jeanne Hersch o Roberta de Monticelli hanno sentito lanecessità di prendere le distanze da certi pensatori, e da un simileatteggiamento in generale, e credo che l'abbiano fatto perché quel tipo di slanciomistico è sempre ad un passo dalla mistificazione, un linguaggio che si attorciglia su se stesso per negare ogni conquista occidentale (umanesimo, democrazia, razionalità). Mi dico che è impossibile che una donna si accosti a certi "cattivi pensieri", ma tuttavia non riesco ad escluderlo del tutto.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Mi fa domande che esulano un po' dalla mia competenza, ma non riesco a giudicare il pensiero mistico come una deriva e un errore. Ci vedo l’affermazione della possibilità di altro, il che non solo fa parte dell’umano, specialmente femminile –si è trattato di dover sopravvivere per millenni all’orrore dei qui e ora – ma schiude nuovi orizzonti alla razionalità. E anche alla democrazia, speriamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Pur non esulando, mi ha risposto. Ma, a ritroso, anch'io penso che la versione di Gianna Nannini sia meno preoccupante di quella di Elton John e del suo compagno. La madre è molto più importante del padre per i figli, nei primi anni. Però mi pare stravagante anche mettere al mondo un figlio con la sola motivazione di aggiungere una nuova esperienza alla collezione, alla sequenza: divertiamoci, facciamo carriera, facciamo il figlio (più tardi possibile). Certo ci sta anche quello, ma fanno un po' impressione certe mamme che rincorrono la maternità a tutti i costi e poi, appena possono, parcheggiano il neonato al primo asilo nido. Poi li ameranno comunque, i loro figli, ma queste donne assomigliano un po' al capriccioso Elton. Un figlio non è frutto d'amore e l'amore non è anche lasciare spazio? La programmazione rigida non è simbolicamente già in vitro, un po' arida, infelice?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Lo è. Ho sempre pensato che fa parte delle libertà femminili, ma anche di quelle maschili, non dover controllare e trattenere la propria fecondità, poter accogliere un figlio quando viene. La libertà di poter programmare è solo una libertà condizionata. E non solo condizionata da questioni materiali –i datori di lavoro che ti impediscono di procreare, gli uomini con cui devi estenuarti a contrattare il figlio, l’essere troppo sola e senza aiuti- ma anche da un’idea di libertà come rifiuto di ogni relazione di dipendenza, in omaggio all’idea di individuo irrelato, una della più grandi mistificazioni ideologiche dei nostri tempi. Nasciamo che siamo già due. Il due è il numero minimo dell’umano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Precipitando, abbastanza rovinosamente, nell'agone dei giochi politici di potere italiani. Proviamo a sospendere il giudizio sui festini di Arcore da molti punti di vista, stiamo a vedere se c'erano minorenni e che ci facevano là. Ma l'aspetto che mi sta più a cuore, e che vorrei sottoporre alla sua attenzione, è questo: se ammettiamo che il primo male italiano è il familismo mafioseggiante (laddove per famiglia non intendo solo quella sancita dai legami di sangue, ma soprattutto quelle costruite su appartenenza a partiti e gruppi di potere e conventicole assortite), allora è difficile non notare che il cosiddetto berlusconismo sancisce questo cancro, né è il compimento (ma non la genesi). A questo punto, pur liberi di opporsi a questo Berlusconi, mi pare che per maturare un'alternativa a questo sistema partitocratico e di casta sia necessario anche essere un pochino più coraggiosi, magari più visionari, perché difficilmente certe cose si rimetteranno a posto con l'uscita di scena del Cavaliere. Occorre agire in altra direzione e le donne dovrebbero esserci, ma come nell'immediato?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;La fine di Berlusconi è un’operetta che mette in scena l’agonia del patriarcato. Per questo lo spettacolo è così suggestivo. Quindi la sua uscita di scena, del tutto auspicabile, avrà anche un significato simbolico che travalica il semplice fatto politico. Con se stesso B, porterà via anche un modo di intendere i rapporti tra gli uomini e le donne, la fittizia separazione tra vita pubblica e privata, e forse anche l’idea di un padre onnipotente e salvifico. Le donne devono stare in questa scena con signoria e pazienza, senza strillare sulla propria dignità ferita e con compassione, e prepararsi a un ruolo nella politica seconda, a lungo ritardato. Proprio per questo ritardo avranno maggiori opportunità di stare in quella politica nei propri modi e alle proprie condizioni. E il tempo dell’opportunità (kairòs) e deve essere colto. Ma vi è anche la possibilità che l’uscita di scena di B. sia dolorosa e cruenta. Il che richiederà un sovrappiù di pazienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Potendo, o volendo, rivolgersi ad una escort, cosa le direbbe?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Le direi che io non mi sento lontana e separata da lei, anche se non mi prostituisco. E le chiederei di valutare il dono che io intendo farle, con la mia vicinanza.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-2631880667820922352?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://massimofontana.blogspot.com/feeds/2631880667820922352/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7564814170703801154&amp;postID=2631880667820922352' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/2631880667820922352'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/2631880667820922352'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2011/01/intervista-marina-terragni.html' title='Intervista a Marina Terragni'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-7040568315346529326</id><published>2010-12-16T09:40:00.000-08:00</published><updated>2010-12-16T09:45:20.643-08:00</updated><title type='text'>Intervista a Nivalda Ambahtaz</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;5. &lt;em&gt;Nivalda Ambahtaz, nativa di Magdalensberg, Austria, vive e lavora a Vercelli dal 1999, antropologa e scrittrice. Ha tradotto Claude Lévi-Strauss e Georges Bataille. Sta scrivendo sei racconti che dovrebbero essere pubblicati entro il 2011.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Si fa una fatica a rintracciarla, sembra che lei faccia perdere apposta le sue tracce on line.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Si può dire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Da quanto ne so, lei sta lavorando a un volume di racconti intitolato “Tutto in un tratto”, ci può anticipare qualcosa?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La città in cui vivo offre spunti per la scrittura e rende quasi inutili i miei viaggi, l’ispirazione la ritrovo al ritorno. In questo caso, le trame si reggeranno, se si reggeranno, attorno al neologismo provinciastri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Che cosa vuole raccontare di preciso con questo termine?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;L’idea mi venne dopo una discussione con un amico su cosa fosse un provinciale e, soprattutto, accorgendomi che la definizione che davo di quel termine discordava da quella del mio interlocutore. Penso ancora che il mio concetto fosse migliore, ma non importa, cercai di vedere le cose diversamente e iniziai a pensare come se la mia descrizione fosse difettosa e bisognasse di una nuova parola per rinascere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dunque provinciastri?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Persone che ricalcano quasi perfettamente la figura del piccolo borghese per come l’avevano detestata in passato, ma con alcune significative differenze.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ad esempio?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;I provinciastri in gioventù sono stati (certo non tutti allo stesso modo, dipende dalle singole biografie) nemici dell’ordine piccolo borghese e della famiglia, un modo di convivenza sociale che hanno avversato e dileggiato spensieratamente. La loro presenza sociale da provinciastri inizia nel momento in cui decidono di metter su famiglia, con quell’inversione di marcia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;In fondo però, molti di noi cambiano idea, forse non è una colpa particolare, non le pare?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Ma gli sviluppi in questo caso sono più interessanti. Vorrei anche dire che ho fatto l’esempio più indicativo, il matrimonio, ma vi sono anche molte inversioni di marcia che sono sinonimo di un’accettazione della dimensione piccolo borghese, però non voglio dilungarmi e sto sul primo esempio, che meglio esemplifica.&lt;br /&gt;Il provinciastro è intimamente consapevole del suo ripensamento rispetto agli ideali quasi rivoluzionari di gioventù, ma siccome uno dei suoi valori è la coerenza, sente il bisogno di rendere visibili i motivi di continuità con il proprio passato e non c’è un miglior antidoto alla volgarità becero-borghese di quella cristallizzazione esistenziale definita nobiltà. Sempre guardando con distanza e tenerezza al proprio passato, s’intende.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nobiltà nel senso di blasone, prestigio e cose del genere?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non è infrequente che queste persone, donne o uomini fa poca differenza in questo caso, si dannino l’anima per trovare nomi di un certo tipo ai proprio figli, ne scelgono che portano ad immaginare un’origine nobiliare, come non fossero, in fin dei conti, una semplice famiglia piccolo borghese, ma discendenti di chissà quale dinastia.&lt;br /&gt;Sempre nei confronti dei figli, non di rado queste persone sono un poco restie nel dimostrare il loro affetto, perché una parte di loro non vuole ancora compromettersi con sentimenti così comuni e giudicati un po’ volgari. Rimangono prevalentemente persone gelose della propria totale indipendenza e delle proprie piccole abitudini consolidate. Sono impegnati a conoscere i propri sentimenti, ma anche a contenerli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma, anche accettando la sua descrizione, non si rischia così di ridurre tutto alla questione dell’individualismo moderno e della nostalgia per i bei tempi andati? Che c’è di male se anche un genitore desidera mantenere una propria parte di libertà?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non centra l’individualismo. Individualista è chi conquista la propria solitudine accettando luci ed ombre della propria condizione, così come fa chi sceglie di metter su famiglia. Il provinciastro è uno che non ha resistito al richiamo piccolo borghese per paura di rimanere solo e ora si trova in quella solitudine di cui soffre chi si muove, pensa ed agisce nel mezzo di un folto e rassicurante gruppo sociale.&lt;br /&gt;Isolamento piuttosto, quello di chi si circonda di persone che compiono gli stessi movimenti, che dicono le stesse parole. Rigido formalismo nel fare e nel dire, della condivisione di una sequela di buone maniere che assumono il valore di leggi della fisica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Perché questa bizzarra parola formata da due termini come “provincia” e “astri”?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Pensavo a un dispregiativo-vezzeggiativo usando il suffisso –astri che partecipasse con valenza ossimorica al suono di “astri”, nel senso di corpi celesti, unito alla radice “provinciali”.&lt;br /&gt;Riflettevo su persone che, nel terrore di divenire provinciali, diventano peggio. Una scimmia vestita da maggiordomo se ne va impartendo lezioni di stile e bon ton e scambiando le questioni di etichetta del club di appartenenza con qualcosa che i latini avrebbero chiamato fatum. Sono coloro che desiderano lavarsi la bocca dal linguaggio della propria tribù, per accedere ad un grado neutro, asettico.&lt;br /&gt;Non tutti coloro non parlano il rispettivo dialetto sono provinciastri ma tutti i provinciastri cercano di evitare di esprimersi attraverso il proprio idioma, anche se non sempre vi riescono.&lt;br /&gt;Qualche parola in dialetto, qualche sporadica tradizione, un piatto tipico della loro terra sono talvolta inclusi nel gioco, ma in un modo talmente ostentato da divenire un altro pretestuoso segno di distinzione nobiliare, per sofisticazione ed eleganza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non sarà, la sua, anche un’antipatia verso coloro hanno creduto in un ideale rivoluzionario e marxista in gioventù? Fosse così, verrebbe meno la necessaria distanza che serve per giudicare e descrivere.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;L’odio è un sentimento prezioso e va centellinato con cura, indirizzato con precisione, come l’amore non va sprecato, né riversato su donne o uomini banali, che non potrebbero reggerne il peso, l’onere.&lt;br /&gt;L’ideologia qui non c’entra nulla. I provinciastri non sono dei rivoluzionari, conservano la faziosità prevaricante degli ideologi e smarriscono l’ideologia. Potremmo dire che provengono da Sinistra ma stanno a Destra, una Destra reazionaria. Rimangono profondamente settari ed ottusi, ma non per difendere una lista ordinata di propositi per un radioso futuro, piuttosto per non avere rogne e tenere la realtà a bada, sotto mano. La loro principale preoccupazione è innanzitutto quella di non essere infastiditi, una questione di stile e di controllo della situazione da mantenere ad ogni costo.&lt;br /&gt;Ricorda le regole del club elevate ad ordine cosmico?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Certo. Ma con la religione come la mettiamo? Va in chiesa questo provinciastro?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Potrebbe andarci, ma i provinciastri sono prevalentemente atei integralisti che accettano Cristo al massimo come eroe culturale, oppure panteiste vacue che accolgono di buon grado Cristo per includerlo nel loro Pantheon da red carpet. Entrambe le versioni sono prive di trascendenza del divino, complementari, molto distanti dall’impostazione che la loro religione d’origine imponeva.&lt;br /&gt;Il ristagno postmoderno che incontra la pacchianeria new age.&lt;br /&gt;Negli ultimi decenni abbiamo avuto l’ascesa sociale irresistibile di tendenze, religioni, terapie, atteggiamenti definiti new age. Se mai fosse possibile rintracciare un minimo comune denominatore nelle propaggini new age, questo potrebbe essere rintracciato nella pretesa concezione panteista dell’universo. Ci si dovrebbe convincere d’essere parte del Tutto. Questo Tutto è già in atto, immobile, impassibile. Cosicché, dovremmo imparare ad essere degni, non di Dio, ma di essere Dio.&lt;br /&gt;L’odierna versione panteista presenta delle incongruenze. Gli stessi che vorrebbero dirci che “tutto è già” ed anche noi “siamo Dio”, sono quelli di cui abbiamo bisogno per comprendere questa postmoderna costruzione salvifica. L’impensabilità sta proprio qui: per quale bizzarro motivo ciò che è già non è da considerarsi perfetto? Per quale motivo qualcuno dovrebbe sapere meglio di me, che sono Dio, cos’è meglio per me? Questo potrebbe avvenire solo nel caso in cui chi mi guida nella scelta avesse un punto di vista privilegiato che io non posso avere, un punto d’osservazione esterno. Costui, dopo avermi persuaso del fatto che tutto è Dio, finirebbe per presupporre che esiste qualcuno fuori da questo Tutto e che costui può osservare persino Dio. Questo qualcuno sarebbe un alieno capace di predicare il Tutto chiamandosene contemporaneamente fuori.&lt;br /&gt;Dunque, nel tentativo di vendere la versione global-panteista buona per tutti i palati, si fomentano piccoli santoni autocompiacenti a prostrarsi unicamente di fronte al fiorire di piccole secrezioni umorali, successivamente chiamate connessioni con il Tutto. Chi si chiama fuori dal Tutto non fa peccato ma tende a divenire invisibile, di un’invisibilità nuova, attribuitagli d’ufficio.&lt;br /&gt;La scienza cerca di fare luce, perseguire conoscenza oggettiva; le religioni attribuiscono significati e valori all’invisibile, ammettendo che non potremo vedere sino in fondo; la filosofia sonda il mistero dell’esistenza e stabilisce simboliche che rimandano al reale; i panteismi impacchettati, i finti panteismi dei provinciastri, rendono invisibili gli aspetti meno graditi delle nostre esistenze al fine di salvaguardare una visione del mondo armoniosa, costi quel che costi.&lt;br /&gt;E uno dei costi consiste nel non considerare tutte le emozioni dicibili, non tutti i sentimenti presentabili. L’ira e la rabbia, ad esempio, anche quando sono palesi e insopprimibili, o persino più che legittime, sono sostituite con termini più “nobili”, vaghi ed “appropriati”, quali “indignazione”.&lt;br /&gt;Il finto panteismo new age, i panteismi impacchettati, mi appaiono come la conferma dell’avvenuta resa delle donne e degli uomini di fronte alla speranza di uscire di nuovo fuori per riconquistare uno spazio pubblico. Rischiamo di rimanere sempre più soli e sempre meno convinti che sia un male esserlo, legittimati come siamo a confondere le nostre viscere con il Tutto e a venerare il silenzio incondizionatamente, alla maniera di un Dragan Dabic qualsiasi.&lt;br /&gt;Mi è sempre parso che quando utilizziamo la parola Tutto tentando di attribuirgli un significato onnicomprensivo, e dunque tranquillizzante, non riusciamo ad immaginare nulla che oltrepassi i nostri schemi mentali. Il Tutto come tutto ciò che accade nel perimetro del nostro raggio di movimento, con in più la capacità di accontentarsene. In realtà non abbiamo alcuna possibilità di ipostatizzare il termine Tutto, perché se lo facessimo ridurremmo il più grande dei misteri ad una misera ruminazione isolazionista, e questo non mi pare un risultato molto desiderabile.&lt;br /&gt;Comunque alla fine, per i provinciastri, rimane sempre un legame stravagante e inutile con la religione del padre. Non manca chi va a celebrare in una chiesa sconsacrata il proprio matrimonio laico, chi se ne va a piedi a Santiago de Compostela senza essere cristiano, chi non battezza i propri figli e sceglie l’ora di religione a scuola o, addirittura, una scuola cattolica, dimostrando così un attaccamento morboso alla vecchia simbolica cattolica molto difficile da spiegare, se non con la consueta incapacità di prendere una scelta definita, magari solitaria. Piuttosto l’annacquano sino a renderla irriconoscibile, né carne né pesce.&lt;br /&gt;Insomma, in un modo nuovo finiscono per essere più bigotti dei bigotti che hanno odiato in gioventù. Più avidi, depressi e tirchi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Persino tirchi? Un brusco risveglio dopo queste sue approfondite riflessioni …&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non è la tirchieria dovuta di chi ha vissuto la fame nel dopoguerra, ma il riflesso di una mancanza disperante di fiducia nel prossimo e nella realtà, un’altra chiusura secca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Soldi per soldi, a “prima vista” direi che questi suoi “provinciastri”, per come lei li ha descritti, dovrebbero essere infastiditi soprattutto dai cosiddetti “arricchiti”, quelli chiassosi che vogliono cambiare le carte in tavola senza tanto fare complimenti. Può essere?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;I provinciastri, come ho già ricordato, sopra ad ogni cosa non vogliono fastidi. Dico fastidi, non a caso, perché quando essi vogliono dirci che le cose andrebbero fatte con stile e discrezione, contegno, intendono che non dovrebbero essere fatte. Tutto ciò che contribuisce a cambiare di un centimetro l’ordine stabilito non è visto come desiderabile. Non dimentichi che gli arricchiti stanno lì a ricordare al provinciastro che le cose possono cambiare e se cambiano per il provinciastro, di solito, cambiano in peggio.&lt;br /&gt;Qui entriamo nella sfera delle professioni. Il provinciastro molto raramente è un precario, una partita IVA, un imprenditore, un operaio. Solitamente si tratta di una persona molto interessata a mantenere la propria posizione sociale (l’acquisizione di quest’ultima fu la molla che lo spinse alla svolta piccolo borghese), sia che questa consista in una prestigiosa rendita da magistrato, docente, notaio, medico, sia che questa si riduca ad un banale impiego statale di scarso valore ed utilità sociale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Su questo non è mancato, in passato, chi ha fatto notare l’importanza della contrapposizione tra emergenti e privilegiati, immaginando una rivoluzione liberale che capovolgesse i termini del conflitto sociale, non più operai contro padroni ma ceti produttivi contro ceti parassitari.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Anche tenendo conto del fatto che la crisi del 2008 ha cambiato molte delle carte in tavola e che alcuni provinciastri iniziano ad interessarsi di impresa e mercato, anche se più per saturazione di posti nel settore pubblico che per convinzione (con goffi tentativi di renderlo “umano” attraverso consulenze sulla comunicazione, sull’immagine ed amenità varie calate dall’alto della loro pacata eleganza), non c’è mai stata nella storia, né mai vi sarà, una classe portatrice di privilegi, anche piccoli e miserabili, che avesse il benché minimo interesse a fare una rivoluzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E le trame di questi racconti?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Le trame le incontrerà leggendo i miei racconti, qui le lascio l’antefatto. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-7040568315346529326?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://massimofontana.blogspot.com/feeds/7040568315346529326/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7564814170703801154&amp;postID=7040568315346529326' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/7040568315346529326'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/7040568315346529326'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2010/12/intervista-nivalda-ambahtaz.html' title='Intervista a Nivalda Ambahtaz'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-4882816132684537081</id><published>2010-02-23T13:23:00.000-08:00</published><updated>2011-06-20T12:56:05.256-07:00</updated><title type='text'>Intervista a Filippo Bordignon</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;4. &lt;em&gt;Filippo Bordignon, Vicentino, paroliere, cantante, compositore nel gruppo rock CASA (http://www.myspace.com/casamusic). Come giornalista ha intervistato Pasquale Panella, David Thomas, Maurizio Bianchi, Damo Suzuki e molti altri (vedi su: http://www.myspace.com/filippobordignon).&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dalla tua esperienza di artista, ti sei fatto un’idea di cosa sia precisamente il “tempo libero”?&lt;/strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Un appuntamento in cui non è lecito affannarsi alla ricerca di un lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ne deduco che la musica dei Casa non potrebbe diventare un lavoro per te.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;La realtà, naturalmente, è ben più prosaica: l’attività per i Casa prende tutto il tempo che non oso dedicare a me stesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Certo, non ti ci vedevo ad avere i Casa come hobby... Tuttavia, ancora tra musica e stare al mondo, vorrei che tu mi dicessi dell’improvvisazione. Si tratta del modo più autentico per un musicista oppure corrisponde a mettere in scena il proprio “Non hai esterno”?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Tra musicisti, è un modo informale per giungere a un accordo formale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Eno sostenne che l’improvvisazione per i musicisti rock è limitata dall’approccio blues presente nel loro dna di artisti. Fosse così, un accordo formale vi sarebbe già prima di imbracciare lo strumento e l’improvvisazione nascerebbe nel segno di una libertà condizionata. Condividi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Questo vale per chi basi la propria forma mentis su una struttura di dodici battute, utilizzando qua e là ‘blue note’ nella melodia. Resta il fatto, ma questo è un concetto derivato da Cage, che non esiste forma di improvvisazione non condizionata. Possiamo solo andare incontro, all’indeterminazione, mai raggiungerla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Però al grado zero di determinazione troviamo il brano 4’33”, il silenzio che introduce l’ascolto. Prima il musicista cercava corrispondenza tra lo schema e ciò che ne risultava, in termini di esecuzione, dopo Cage sembra che possa praticare delle rilevazioni ambientali, farsi condizionare così tanto dalla realtà da perdere i riferimenti. La (ri)conquista di un esterno. Forse il non-musicista Eno ha realizzato questo con l’ambient music (altra cosa è la musica che s’insinua tra il tintinnio delle posate, con Satie, senza rinunce).&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;4’33’’ è il più noto tentativo di rinuncia alla determinazione ma, di fatto, già a partire dal titolo pone un inequivocabile vincolo temporale. Per quel che mi riguarda ogni brano può essere letto come una ‘rilevazione’, ossia l’atto di volontà da parte di un musicista di riconoscere una successione di elementi sonori a certe condizioni, si tratti di rock o musique concrète.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Anche rispetto a ciò che stiamo dicendo, dopo 35 anni, come giudichi l’operazione Metal Machine Music di Lou Reed (se non ricordo male, sottostimata anche da John Cale)?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Cale sottostima Mmm per il semplice fatto che si cimentò in quel genere di sperimentazioni con un decennio di anticipo, ai tempi del primo minimalismo newyorkese. La maggior parte di quelle registrazioni infatti sono ben più radicali rispetto all’opera di Reed e, unitamente a ciò, entusiasmanti sotto il profilo della ricerca microtonale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Certo, John Cale si cimentò ben prima, e con che compagni di viaggio. &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;Ma già che ci siamo vorrei chiederti di &lt;em&gt;The Velvet Underground &amp;amp; Nico, il disco che ha cambiato la storia&lt;/em&gt;, come riporta la copertina dell’ultimo inserto musicale di Repubblica. Possono i VU sopravvivere a una loro celebrazione, per giunta zelante, senza che tutto diventi intellettualismo? È giunto il momento, o lo è da tempo, di liberarsi di un così ingombrante modello?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Per evitare ulteriori intellettualismi sarà dunque il caso di privarci dell’ennesimo giudizio in proposito. I miei modelli sono stati artisti per nulla ingombranti, gente come Sylvester Weaver o Sandy Bull.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;A meno che non fossero proprio gli stessi VU l’ingombro.&lt;br /&gt;Ma cosa apprezzi in particolare nella musica di Sylvester Weaver e Sandy Bull?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Quel poco che hanno inciso rifugge la tentazione di lasciarsi svelare più del dovuto. Quant’è questo ‘dovuto’? Abbastanza perché li apprezzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dimmi allora qualcosa di dovuto sul Festival di Sanremo.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Seguirlo in tivù, per un cantautore, è un modo efficace per rincuorarsi della propria assenza sul palco dell’Ariston.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il dovuto anche sui cantautori italiani, “passati” ed “attuali”. Quali ti piacciono?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non ho un punto di riferimento e sarebbe ora di dispiacermene. Ci sono però episodi isolati che mi piacerebbe aver composto: mi vengono in mente, nel mucchio, “Arrivederci” di Bindi, “Onda su onda” di Conte e “Vorrei” di Guccini anche se non posso dirmi appassionato di nessuno dei tre.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;In molti testi di canzoni italiane Vasco Rossi, Gianna Nannini, Nathalie, Negramaro e svariati altri, ricorrono parole come “sospeso” e “in bilico”. Espressioni che nascono nella contemplazione di certe “sensazioni”, secrezioni umorali che sfociano in concetti pesanti. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi a riguardo.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Nell’ambito dell’arte, gli sforzi degli uomini comuni sono incentrati sul tentativo di sgrezzare la propria sacrosanta mediocrità, abbordando concetti che trascendono la loro possibilità di esprimerli cavandone qualcosa di originale. È questo il motivo per cui nel circondario italiano c’è una tale carenza di parolieri con un cipiglio narrativo: si predilige la contrazione del sentimento, allestendo così vere e proprie raccolte di hook pubblicitari. Iperboli, antonomasie, metonimie e metafore vengono perciò accatastate con eccessiva generosità, nella speranza che qualcosa resti. A garantire la felicità della formula, l’abbassamento dello spirito critico del pubblico, abituato a sapere che Fabrizio De André è stato uno dei massimi cantautori italiani senza capire il perché.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Esterofilia. Dai cantautori al rock’n’roll italico, in particolare sul tentativo anni Novanta (CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Massimo Volume, Gamma Pop, ecc.), mi piacerebbe sapere che ne pensi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;A dire il vero sono ancora tutto preso a studiare gli arrangiamenti di gente come Juan Garcia Esquivel o Stan Kenton per dedicarmi ai nomi della nostra contemporaneità. Ricordo la prima volta che ascoltai “Nuotando nell’aria” dei Marlene: un amico aveva questa musicassetta che “non potevo non conoscere”. Sì però per farmela sentire dovette estrarre dall’autoradio “Skies of America” di Coleman; continuo a pensare di non averci guadagnato granché.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ammetto che ci ho messo di più a capirlo. Ma mettiamo che uno, per fare posto ai Marlene, avesse tolto dall’autoradio Doolittle dei Pixies.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;La seconda metà degli Anni ’80 ha originato un autentico Rinascimento artistico, il quale non è certo passato per le voci imberbi dell’‘alternative’; mi riferisco all’evoluzione dell’elettronica che, mischiando Kraftwerk e Funkadelic, psichedelia e minimalismo, ha partorito i generi techno e acid house, pervenendo così a un vero e proprio cambio di paradigma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Mi parleresti un po’ di quel rinascimento?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Beh, mettiamola così: dopo un quarantennio di dominazione chitarristica, un piccolo synth della Roland riuscì a dare una scrollata al sistema. Prima di allora, in ambito pop(olare), l’elettronica erano ibridata con una strumentazione rock (vedi krautrock) o destinata a un pubblico di nicchia (vedi Kraftwerk). Tizi come Dj Pierre o Juan Atkins hanno sconvolto questo equilibrio standosene dietro una consolle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Generi e nicchie. Pensi che sia più che altro il progresso tecnologico a sortire dei mutamenti paradigmatici del sistema pop (e rock)? Se fosse così l’indie rock americano sarebbe un’ingenua speranza e il post rock solo una presa d’atto consapevole della propria marginalità.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;L’uomo è il medium: il suo strumento, il medium del medium. L’impiego che ne fa è determinato da alcuni fattori precisi; l’indie rock non è più ingenuo del punk poiché, sotto il profilo musicale, si è trattato in entrambi i casi di un ritorno alle radici coi mezzi e l’attitudine figli della propria epoca. I fenomeni apripista hanno invece due opzioni soltanto: farsi maniera o farsi da parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E però quel “farsi maniera” uno potrebbe anche chiamarlo farsi tradizione o farsi genere.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Uno potrebbe anche farlo. Mettiamola così: i Kraftwerk hanno generato, i Rockets ‘manierizzato’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I Kraftwerk sono tra quegli artisti capaci d’intuire i futuri possibili o, per chi preferisce, d’inventarli. Ma ci possono stare anche Low e Heroes tra i generanti e i manieristi che hai citato. Spesso non sono gli apripista a raccogliere credito, ma artisti come David Bowie, David Byrne, Peter Gabriel... Forse non è solo questione di opportunismo ma anche di talento e, per la precisione, il talento per eccellenza del musicista pop e rock, l’eclettismo.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Gli altri artisti sopra citati, per buona parte delle loro carriere, sono pervenuti a soluzioni ibride capaci di soddisfare anche il pubblico del pop. La maniera non va confusa con l’eclettismo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sì, appunto. Ma vorrei parlare ancora dei Casa. C’è una cosa, tra le altre, che m’incuriosisce. Siete attivi da undici anni (anche se presumo che della formazione iniziale rimaniate tu e Francesco Spinelli) e a un certo punto, da tre anni a questa parte, avete iniziato a sfornare album, ben tre, con un quarto in previsione per quest’anno. Perché il primo lavoro dopo otto anni di attività e non prima?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Eravamo troppo occupati a fare tutto quello che ci pareva sul palco. Poi un giorno il musicoterapeuta Massimo Ferrauto ci propose di fondare l’etichetta Dischi Obliqui; si occupò della burocrazia, ci procurò una sala di registrazione, tecnico del suono e via dicendo. Pose, insomma, le condizioni adatte per interessarci a registrare della musica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qual è l’album dei Casa che preferisci?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;‘Remake’. Pur trattandosi di un lavoro nel quale non suoniamo una singola nota lo preferisco agli altri per la purezza del suo intento. Abbiamo determinato un impianto concettuale delegando l’esecuzione a terzi; la trovo una maniera soddisfacente per evocare l’indeterminazione di cui sopra, contaminando il proprio songbook con artisti e generi apparentemente distanti dal sound Casa.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-4882816132684537081?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://massimofontana.blogspot.com/feeds/4882816132684537081/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7564814170703801154&amp;postID=4882816132684537081' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/4882816132684537081'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/4882816132684537081'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2010/02/intervista-filippo-bordignon.html' title='Intervista a Filippo Bordignon'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-6636782469905033465</id><published>2010-02-16T16:17:00.000-08:00</published><updated>2010-02-17T03:24:48.428-08:00</updated><title type='text'>Intervista a Neri Pollastri.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;3. &lt;em&gt;Neri Pollastri, Fiorentino, filosofo, consulente filosofico (ha aperto uno studio come consulente nel 2000). Il primo in Italia a pubblicare articoli sulla consulenza filosofica. Membro fondatore di Phronesis – Associazione Italiana per la Consulenza filosofica ( http://www.phronesis.info/ ). È coordinatore della collana “Pratiche Filosofiche” dell'editore Apogeo di Milano, curata da Umberto Galimberti. Il suo sito è  http://www.consulenza-filosofica.it/. Tra le sue pubblicazioni da segnalare: Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche, Apogeo, Milano, 2004 e Consulente filosofico cercasi, Apogeo, Milano, 2007.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dopo tutti questi anni, presumo che le capiterà ancora spesso di essere interrogato sulla natura della consulenza filosofica. Per iniziare, vorrei mettermi in fila e chiederglielo anch’io, se me lo permette… Che cos’è la consulenza filosofica? A chi ed a cosa serve?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La consulenza filosofica è un'attività professionale nella quale un filosofo si mette a disposizione di un'altra persona per provare a comprendere la situazione esistenziale in cui questa si trova.&lt;br /&gt;Una relazione di consulenza filosofica nasce di solito a seguito di un vissuto problematico, di fronte al quale il consultante non sa trovare spiegazioni e/o vie d'uscita, esattamente come avviene per ogni genere di interrogazione filosofica, che nasce a partire da problemi per i quali le risposte "ordinarie" non sono sufficienti.&lt;br /&gt;I problemi da cui si origina una relazione di consulenza possono essere di qualsiasi genere e, spesso, possono apparire abbastanza "banali": problemi relazionali o affettivi, mancata realizzazione delle proprie aspirazioni, passaggi dell'età, perdite (del lavoro, di persone care). Spesso si obietta che questi non sarebbero "problemi filosofici", ma a mio parere l'obiezione è semplicemente insensata: non ci sono "problemi filosofici", bensì modalità filosofiche per affrontare i problemi. Proprio il fatto che si tenda a pensare che esistano problemi specifici della filosofia testimonia che la (di per se naturale) specializzazione della filosofia si è spinta troppo oltre e l'ha separata dalla realtà che voleva conoscere e comprendere in concetti. Tornare a raccogliere la sfida dei problemi concreti, reali, è - per me, per Achenbach e per gran parte dei filosofi consulenti - anche un modo per rivitalizzare la filosofia e rinnovarne le forme operative.&lt;br /&gt;La consulenza filosofica "serve" a chiunque, perché tutti abbiamo "zone" della nostra visione del mondo incomplete o incoerenti, che almeno talvolta ci creano imbarazzi, empasse, difficoltà di qualche sorta. In prospettiva, io vedo la consulenza filosofica come una pratica alla quale tutti si rivolgono tre o quattro volte nella vita, per chiarire delle cose prima che diventino assillanti, per sciogliere un nodo, eliminare un tarlo. Oggi non c'è la cultura per farlo, ma sarebbe sensato, perché in quel caso in due o tre sedute si metterebbero senza problemi a fuoco le questioni e si potrebbero prendere decisioni con serenità e fermezza. Invece, immersi come siamo nella "cultura terapeutica", si ritiene che sia il caso di andare da un professionista solo quando "la cosa è grave", ovvero quando il nostro stato emotivo è già coinvolto in modo continuo, o quando le nostre abitudini comportamentali sono state influenzate dalla situazione "non ben compresa". In questi casi la consulenza filosofica funziona - perché le cose si mettono a fuoco lo stesso, anche se di solito ci vuole un po' più tempo - ma è più difficile mettere in atto ciò che abbiamo compreso. Anche se "difficile" non deve essere inteso qui come sinonimo di "impossibile".&lt;br /&gt;La consulenza filosofica "serve" a una sola cosa, cioè a quell'unica cosa cui essa mira: comprendere. Comprendere meglio - più dettagliatamente, profondamente - il mondo (e del mondo fa parte anche il consultante); comprendere perché una situazione costituisce un problema, cioè quali presupposti di significato e di valore fanno sì che, ad esempio, alla perdita di un lavoro che non piaceva invece che sentirsi liberi si sia disperati; esplicitare questi presupposti, che spesso portiamo con noi o come "ovvi", o iscritti nel nostro corpo e resi visibili dalle nostre reazioni emotive; mettere a punto una visione del mondo quanto possibile coerente e completa, tenendo conto delle scoperte fatte nell'analisi critica.&lt;br /&gt;La consulenza filosofica non "mira a un cambiamento" della persona, per la semplice ragione che quel cambiamento "accade" necessariamente se si filosofa. Mira, casomai, a dare un senso a quel continuo cambiamento che è l'esistenza.&lt;br /&gt;La consulenza filosofica è una delle attività filosofiche "fuori dalle accademie" che oggi vengono raggruppate (in Italia) sotto l'etichetta generale di "pratiche filosofiche". C'è molta confusione su questa "famiglia". Io ritengo che la consulenza sia, tra le molte pratiche, quella più prossima alla "pura" filosofia, perché non ha né metodi particolari, né finalità diverse da quello della filosofia: comprendere la realtà. Non è infatti una "professione d'aiuto", se non nello specifico senso di "aiuto/accompagnamento a pensare". Un mio articolo in uscita è dedicato appunto a definire con più cura la “classe” delle “pratiche filosofiche” e ad ordinare i suoi membri secondo alcuni criteri chiave.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;In virtù di quello che lei ha scritto sulla comprensione e la realtà, si può dire allora che la consulenza filosofica trovi un punto di distinzione e lontananza dalle psicoterapie soprattutto per il fatto che pone attenzione sulla realtà, l’out there snobbato anche da molti filosofi postmoderni?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;In certo senso direi di sì. Occupandosi della “psiche” (trascurando qui per semplicità l’esplorazione critica di cosa essa sia), le attività di tipo “psico” hanno per definizione ad oggetto l’individuo, dato che la psiche è qualcosa che appartiene a un individuo. È per questo, ad esempio, che assai spesso trascurano o sottovalutano il lato etico (che riguarda invece la collettività), pongono al centro concetti come “autonomia” e “libertà” invece che “legame” e “necessità”, e che anche il rapporto con l’altro interessa loro soprattutto in vista di un obiettivo personale, quello di avere “relazioni efficaci” (per l’individuo).&lt;br /&gt;La consulenza filosofica non ha ad oggetto la psiche, o almeno non più di quanto abbia ad oggetto ogni altro elemento del mondo: in una visione del mondo hanno un ruolo ineludibile tanto l’idea di psiche, quanto l’idea di polis, quella di scienza, di natura, di ambiente, ecc. ecc.&lt;br /&gt;Poi, questo non vuol dire ancora uscire da letture postmoderne del reale: la consulenza filosofica, in quanto tale, non ipoteca alcuna posizione filosofica, così come non la ipoteca la filosofia in quanto tale. Nulla impedisce che il discorso che si sviluppa con un certo determinato consultante approdi ad opzioni postmoderne, oppure idealiste, o quant’altro; ma quello è l’esito dell’incontro tra il pensiero del consulente (che conta, nel discorso condiviso, più per i suoi aspetti formali, logici, che non per quelli di contenuto) e quello del consultante (che invece ha la priorità riguardo alle opzioni di contenuto).&lt;br /&gt;Quanto detto non vuol però dire che ogni opzione offerta dal consultante vada bene, che sarebbe un’assunzione relativista, ma solo che il consulente deve rispettare ogni ipotesi di lavoro offerta dal consultante, mettendola seriamente alla prova (cioè non supponendo semplicemente che essa sia sbagliata solo perché egli, il consulente, non la condivide), bersagliandola di critiche ma anche aiutando il consultante a trovare risposte a supporto. Poi, la decisione di assumersi la responsabilità dei limiti dell’ipotesi spetterà al consultante, non al consulente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Se la consulenza filosofica non persegue prioritariamente un “obiettivo personale, quello di avere “relazioni efficaci” (per l’individuo)” e se magari scardina anche la gerarchia psicoterapeutica (la superiorità del terapeuta e il paziente da curare), allora probabilmente cerca di guadagnare uno spazio per la riflessione che oggi sembra diventato un mesto rimuginare solipsistico. Vita activa, avrebbe detto Hannah Arendt. Abbiamo la seduta terapeutica individuale, la terapia psicologica di gruppo, la terapia mediatica come straripamento del privato nel pubblico. I luoghi della condivisione corrispondono spesso all’esposizione di secrezioni umorali e lacrime, dell’individuo s’inizia a disprezzare la consapevolezza etica. L’ostentazione di questioni un tempo considerate private, se da un lato può farci sentire alla moda, forse porta a distogliere l’attenzione da opere, idee, concetti che costituivano i momenti di condivisione pubblica più importanti. Se c’è del vero in ciò che ho detto, non le sembra che l’azione delle pratiche filosofiche, della consulenza filosofica, sia anche politica?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Personalmente, sono infatti sempre più convinto che l’essenza della pratica filosofica sia politica - con buona pace di coloro che, come Alessandro Dal Lago, ritengono invece che sia il trionfo dell’impolitico. Lei cita la Arendt, forse non a caso un riferimento per un critico della consulenza come Dal Lago. Ebbene, la mia impressione è che nella Arendt dominasse ancora un certo intellettualismo mascherato da amore per le masse popolari. Non lo dico io, lo dice un suo apprezzato discepolo, Richard Sennett, che ne L’uomo artigiano osserva come la Arendt considerasse a torto degradante il lavoro manuale, che invece è ricco di conoscenza implicita, non surrogabile (né immaginabile, aggiungerei dall’alto - o dal basso, faccia lei - dei miei vent’anni di lavoro da operaio) dalla mera attività intellettuale. Forse la Arendt non aveva letto abbastanza attentamente La catacomba molussica, del suo (non amato) marito Günther Anders, visto che là dentro questa critica c’era già…&lt;br /&gt;Ma, tornando a noi, le ragioni per cui credo che l’essenza della pratica filosofica sia politica stanno un po’ nella relazione strettissima che c’è tra filosofia e politica (la fioritura della filosofia si ha con Socrate e Platone, al centro delle cui speculazioni c’è sempre, tangibilmente, il problema della convivenza civile nella polis), un po’ nel fatto che il logos - oggetto specifico del filosofare - è qualcosa di pubblico, di non individuale. Il logos è la materia intersoggettiva per eccellenza, è creazione sociale, collettiva, e fare chiarezza nel logos richiede attenzione alla totalità degli uomini che vi prendono parte. Ma, per definizione, il discorso attento alla totalità degli uomini è il discorso politico. Dunque, alla fine ogni questione affrontata nelle conversazioni di consulenza riconduce alla politica.&lt;br /&gt;Potrei approfondire la questione, ma preferirei rimandare a quanto ho scritto nel mio Prospettive politiche della pratica filosofica, uscito nel 2008 su “Humana-mente” (http://www.humana-mente.it/Neri%20Pollastri%20-%20Settimo%20Numero.pdf).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Portare un individuo abituato ad essere indulgente, accomodante con ogni suo sbalzo umorale, alla luce delle relazioni umane in un luogo di condivisione. Anche Socrate fece questo: vita politica, vita filosofica; ma la complessità dell’umano non è dominabile attraverso la sua sola riduzione alla linearità della ragione, come annota lei stesso nello scritto sopra citato.&lt;br /&gt;La consulenza filosofica pone attenzione anche alla voce interiore, al daimon, a tutto ciò che non controlliamo ma che condiziona le nostre esistenze? Oppure lascia che siano psicologi, mistici, poeti, preti ad occuparsi, da diverse angolazioni, di ciò che non scaturisce esclusivamente dall’intersoggettività come emozioni, intuizioni, dimensione onirica?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin dal mio Il pensiero e la vita ho sottolineato che già nel Socrate platonico c’è l’idea che l’allargamento del campo delle nostre conoscenze razionali passa necessariamente attraverso la relazione con la follia, l’irrazionale. Per quanto si debba sempre riconoscere di “non sapere”, è vero anche che “sappiamo” sempre di più del mondo e di noi stessi perché comprendiamo quel che prima era “irrazionale”, e Ran Lahav, teorico della consulenza che io stimo moltissimo, affermava già molti anni fa che se la consulenza filosofica si limitasse a lavorare sul solo piano del discorso razionale esplicito non andrebbe molto lontano. Il punto delicato è quale relazione deve esserci tra la filosofia e l’irrazionale.&lt;br /&gt;È Lahav stesso ad offrire una prima risposta: l’analisi della visione del mondo svolta in consulenza non deve riguardare solo la visione “pensata”, bensì anche quella “vissuta”. Se si dichiara di pensare una certa cosa o di avere determinati valori, ma questa dichiarazione è smentita dai fatti - dalle nostre azioni, dalle nostre emozioni, ecc. - allora proprio su questo dobbiamo interrogarci e svolgere un lavoro di comprensione più profonda. Una comprensione, non una spiegazione in termini causali (il trauma, la matassa intricata dell’inconscio, e via dicendo), che restano affare della psicologia e che a noi possono interessare solo indirettamente. Una “razionalizzazione” della nostra complessità, che ci permetta di osservare le nostre emozioni e i nostri comportamenti, di diventarne consapevoli, di imparare da essi, ad esempio riconoscendo (magari sulla traccia offerta da studiose come Roberta De Monticelli o Martha Nussbaum) quali valori siano implicati in determinati stati emotivi.&lt;br /&gt;Il primissimo Achenbach era già sulla stessa strada, quando affermava che la filosofia “della pretesa” doveva abbandonare l’idea che, una volta stabilito che “questa è la cosa giusta”, non ci fosse altro da comprendere, neppure quando ne seguisse - come spesso accade - la risposta: “sì, lo so, ma…”. In realtà, diceva Achenbach, la filosofia in questi casi deve riconoscere di non aver ancora compreso e dovrebbe passare a problematizzare quel “ma…”.&lt;br /&gt;Sono solito esprimere questo (magari un po’ semplificando) dicendo che le emozioni sono valori scritti nel corpo - una cosa che oggi dicono i neuroscienziati ancor più dei filosofi - e che perciò possono essere almeno in certa misura “tradotte” in concetti. Sapendo, certo, che non potremo mai “prosciugare lo Zuidersee”, per dirla con Freud, ma anche che il lavoro del filosofo non è neppure quello di accompagnare l’ospite in una mera balneazione emozionale.&lt;br /&gt;Devo dire che l’esperienza mi conferma la bontà di questa lettura, perché è spesso importante far “leggere” al consultante i propri sentimenti e le proprie emozioni, metterlo a confronto con le sue “contraddizioni pragmatiche”. È un modo per reagire a uno psicologismo che fa della (esagerata) eccedenza dell’irrazionale sul razionale una vera e propria “scusa razionale” per non conoscersi mai veramente. Ma è anche un modo per produrre riflessioni profonde sull’intricato universo valoriale che ciascuno di noi porta con sé, per spingere a una messa in dubbio dei valori “pensati”, per favorire una presa di responsabilità verso le proprie emozioni, la propria esperienza biografica, le proprie “radici”. Fino a condurre a un riassestamento generale del quadro “razionale” - il quale non può non avere, nella maggioranza dei casi, anche dei sorprendenti effetti sul quadro emozionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Del resto la consulenza filosofica non è terapia, ma può avere effetti terapeutici, come sostenne già Shlomit Schuster…&lt;br /&gt;A questo punto vorrei però chiederle se i consulenti filosofici dovrebbero conquistarsi uno spazio come educatori nelle scuole: sarebbe un obiettivo desiderabile? Oppure le pratiche filosofiche dovrebbero ritagliarsi uno spazio al di fuori da quello assegnato dallo stato all’istruzione, iniziando magari a mettere in dubbio il concetto di tempo libero?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Entrambe le cose, direi, anche se a me interessa tutto sommato più il secondo aspetto. La ragione sta nella mia accentazione dell’aspetto di “gratuità” della filosofia, cioè della sua assenza di finalità eccedenti il mero conoscere e comprendere la realtà. Se teniamo fermo a questo aspetto come elemento caratteristico della filosofia, come sua intenzionalità specifica, allora anche l’educazione è un “effetto collaterale” del filosofare, qualcosa che “accade” filosofando, senza però che lo si cerchi intenzionalmente. Però, affinché ciò possa “accadere” e non sia inibito da intenzioni estranee, è necessario che il filosofare avvenga almeno in certo modo fuori dai tradizionali ambiti formativi. Può esser cioè svolto anche all’interno della scuola, ma in contesti “liberati” dalle intenzioni e dalle pratiche pedagogiche. E’ un po’ quel che tenta di fare la P4C, che apre spazi diversi da quelli tipici della classe, e per farlo sostituisce l’insegnante con il facilitatore (mi dicono, infatti, che non tutti gli insegnanti gradiscono il cambiamento e sono assai più ostili degli alunni).&lt;br /&gt;Nella cosiddetta “formazione permanente” aprire questi spazi è forse più semplice, perché si tratta di un campo meno istituzionalizzato. Ma, anche lì, è necessario trasmettere un’immagine e una cultura della formazione assai diversa da quella che oggi va per la maggiore, tutta incentrata sull’apprendimento di “abilità” da mettere a frutto: nella filosofia si tratta di lavorare senza un fine diretto, mossi dall’urgenza di comprendere, recuperando il valore della curiosità, del gioco, del tempo speso apparentemente senza un ritorno diretto. E qui, forse, l’utilizzo del “tempo libero” può essere importante. Il problema, alla luce della mia esperienza, è questo: apparentemente hanno “tempo libero” solo le donne; gli uomini, invece, hanno sempre qualche “lavoretto” da fare che impedisce loro di prendersi del tempo…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sul “tempo libero” delle donne e sul pensiero della differenza sessuale. Non crede che vi sia anche una differenza del fare filosofia maschile e femminile che non possiamo ignorare, anche ed a maggior ragione nelle pratiche filosofiche?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dipende molto da quel che vogliamo intendere con “fare filosofia maschile e femminile”. Io non sono molto esperto di “pensiero della differenza”, ragione per cui non posso essere né critico, né entusiasta. Posso solo dire che se si vuol intendere “forme diverse di razionalità, maschile e femminile”, non mi sembra che ciò abbia senso, mentre se si intende “diversità vissuta di priorità di valori, atteggiamenti, interessi”, allora sono pienamente d’accordo. Tant’è che ho avuto più volte occasione di sottolineare come siano state proprio filosofe donne come la Nussbaum o la De Monticelli a spingersi, in tempi recenti, verso un rinnovamento della riflessione razionale che integrasse anche il ruolo della sfera emozionale.&lt;br /&gt;Comunque, credo che il tema sia delicato, molto delicato, e che lo sia ogni giorno di più, perché cresce il numero delle donne che pensano e vivono come uomini e degli uomini che pensano e vivono come donne. Proprio questa “inversione” di ruoli e identità è uno dei temi più ricorrenti (direttamente o implicitamente) nelle relazioni di consulenza (non solo nel mio caso, anche Achenbach mi diceva qualcosa di simile). Meriterebbe senz’altro maggiore attenzione. E, personalmente, mi sta molto a cuore - sebbene sia convinto di essere, in questo caso come in molti altri, probabilmente assai “politically uncorrect”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Formazione incentrata sull’apprendimento di “abilità”, diversità della pratica filosofica, “tempo libero”. Mi piace sottoporle, per finire, due citazioni che credo interessanti. La prima è tratta dal Gorgia di Platone, la seconda da L’arte del romanzo di Kundera. Se vuole può commentarle, trarne qualche spunto di riflessione.&lt;br /&gt;- Callicle: “Vedi, Socrate: la filosofia è carina, se la si studia un po’, da ragazzi; ma è una vera rovina per la gente che le dedica troppo tempo. Infatti, anche se uno ha buone doti, se continua a filosofare anche in età adulta, inevitabilmente non può fare esperienza di quelle cose di cui invece deve avere esperienza chiunque voglia diventare un cittadino per bene”.&lt;br /&gt;- “L’erudizione di Rabelais, per quanto grande, ha dunque un senso ben diverso da quella di Descartes. La saggezza del romanzo differisce da quella della filosofia. Il romanzo è nato non dallo spirito teorico ma dallo spirito dello humour. (…) Il razionalismo del Settecento si fonda sulla famosa frase di Leibniz: “nihil est sine ratione”. Nulla di ciò che esiste è senza ragione. Spinta da questa convinzione, la scienza si accanisce a esaminare il perché di ogni cosa, col risultato che tutto ciò che esiste sembra spiegabile, dunque calcolabile. L’uomo cui preme che la sua vita abbia un senso rinuncia a qualunque gesto che non abbia una sua causa e un suo scopo”.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ricordo il contesto in cui Callicle si esprime in quel modo nel Gorgia; certo, si tratta di una posizione oggi molto diffusa: la filosofia è una perdita di tempo, un hobby forse ricreativo, ma sempre inutile. È un’idea sbagliata, che non tiene conto del fatto che l’esperienza (di qualunque genere essa sia) è - come dicono i filosofi della scienza del Novecento - “impregnata di teoria”. Così, se la teoria è lacunosa, incoerente, mal formata, l’esperienza non potrà che rispecchiarne i limiti. Una cosa sola va tenuta presente: che vale anche l’opposto, ovvero che una teoria che non si confronti con l’esperienza, che non abbia con essa continuità e coerenza, è mera fantasia, è letteratura e non filosofia. Questo, non tutti i filosofi sarebbero disposti ad accettarlo, anzi, qualcuno rivendicherebbe proprio il contrario…&lt;br /&gt;Quanto a Kundera, va detto che la razionalità non può essere ridotta al mero “calcolo”. Le riflessioni filosofiche sul gioco, sul riso, sul dono, sono razionali e rendono tali anche i loro oggetti; ma non li rendono affatto “calcolabili”, anzi, evidenziano come la loro essenza e il loro valore stiano proprio nell’eccedenza rispetto alla calcolabilità, alla razionalità lineare. Io sottoscriverei il detto leibniziano (del resto, la mia eredità hegeliana mi porta spesso a ribadire che “tutto il reale è razionale, tutto il razionale è reale”), ma certo non nel senso di rendere “ragione” sinonimo di “causa”. Da questo punto di vista, una delle distinzioni forti che vedo tra psicoterapie e consulenza filosofica consiste proprio nel fatto che la prima, diversamente dalla altre, non cerca spiegazioni causali, ma nessi razionali di senso.&lt;br /&gt;Ovviamente, anche qui si aprirebbero mille ambiti di specificazione, che qui non possiamo affrontare… &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-6636782469905033465?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/6636782469905033465'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/6636782469905033465'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2010/02/intervista-neri-pollastri.html' title='Intervista a Neri Pollastri.'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-8408032520404825470</id><published>2009-05-23T01:17:00.000-07:00</published><updated>2010-02-26T07:46:18.605-08:00</updated><title type='text'>Intervista a Marco Cavalli</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;2.&lt;em&gt; Marco Cavalli, vicentino, &lt;/em&gt;&lt;a title="Critico letterario" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Critico_letterario"&gt;&lt;em&gt;critico letterario&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;, &lt;/em&gt;&lt;a title="Traduzione" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Traduzione"&gt;&lt;em&gt;traduttore&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt; e consulente editoriale. Tra i massimi, e i pochi, conoscitori dell'opera dello scrittore &lt;/em&gt;&lt;a title="Aldo Busi" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Busi"&gt;&lt;em&gt;Aldo Busi&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt; (su di lui ha pubblicato una monografia fondamentale, intitolata "Busi in corpo 11", il Saggiatore, Milano 2006). Ha anche raccolto e pubblicato le lezioni impartite da Aldo Busi durante l'anno 2003/2004 ad Amici, la trasmissione televisiva ideata da Maria de Filippi, con il titolo di "Dritte per l'aspirante artista (televisivo)", Mondadori, Milano 2005 e pubblicato un libro su Busi per l’università, intitolato: "Aldo Busi", Cadmo, Firenze 2008. Marco Cavalli ha tradotto Sade, Marcel Pagnol, Daniel Zimmermann, Elisabeth Abbott, Franz Hellens, Molière (per il teatro) ed alcune poesie di Arthur Rimbaud e James Douglas Morrison per lo spettacolo "Le Soleil, Paris" (eroma, Baldini, Ferrando).&lt;/em&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;--------------------------------------------------------------------------------------&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Tu hai detto, in una recente intervista: &lt;em&gt;I grandi leader e capi militari e despoti sono un’invenzione della moltitudine dei piccoli servi&lt;/em&gt;. Mi viene in mente che George Orwell, nella sua previsione più fosca del futuro, in &lt;em&gt;1984,&lt;/em&gt; immagina una società repressa, asservita a divieti e regole della cui esistenza è lecito anche dubitare. La stessa esistenza del &lt;em&gt;Big Brother&lt;/em&gt; non pare sicura. Come se un’umanità terrorizzata e desiderosa di oblio trovasse conforto in un particolare genere di proiezione mentale, quella di un despota totalitario onnipresente, al quale attribuire ogni responsabilità e nessun merito. Il problema, forse, è che questi servi assumono sovente il ruolo di piccoli &lt;em&gt;dittatori tascabili&lt;/em&gt;: anelare alla posizione di leader senza assumersi la responsabilità del ruolo. Se è così, con il termine servilismo non abbiamo ancora detto tutto…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Se ricordo bene, nell’intervista cui fai riferimento mi si chiedeva che cosa detestavo di più. Preciso questo dettaglio perché lo ritengo importante. Da come poni la tua domanda sembrerebbe una consuetudine per me discutere generalizzando di potere e servilismo e compagnia bella, neanche fossi un editorialista o un politologo. Del servilismo mi interessa sottolineare, eventualmente, il sentimento della mia avversione nei suoi confronti. Ho in antipatia il servilismo non solo perché lo trovo una abitudine particolarmente brutta, ma perché è un’abitudine facile da prendere. I pericoli del servilismo non sono niente a paragone delle sue attrattive. Fare il suddito, il cortigiano, il socio, l’amico, è un gran comodo, e a me – occidentale, e italiano per giunta - le comodità piacciono. Avere qualcuno da cui dipendere, su cui scaricare le responsabilità, al quale ubbidire passivamente lasciandogli gli oneri e le insonnie del comando - che pacchia deve essere. Lo sappiamo tutti che i servi sono padroni mancati. Il cesarismo, il bonapartismo, il berlusconismo, sono mitologie da sottoposti. Non credo però che queste mitologie diminuiscano di miraggio prendendo posizione a parole contro di esse. Secondo me chiunque senta il bisogno di distanziarsene confessa il fascino che esercitano su di lui. Io personalmente sono disturbato dalla mia antipatia verso di esse. A disturbarmi non è tanto l’antipatia in sé quanto la sua intensità tutto sommato ingiustificata. Servire è un gioco che mi annoia, ma talvolta l’esclusione a priori da questo gioco – esclusione da me prontamente accettata e ribadita - è più spiacevole della noia che proverei nel caso mi si invitasse a giocarlo. Forse c’è l’ho tanto con i despoti perché non ne ho ancora trovato uno disposto a noleggiarmi almeno come portaborse. Il fatto che mi si neghi di poter dire di no al servilismo rende il mio biasimo nei suoi riguardi una specie di vanità di riparazione. Ogni tanto mi corico su un tappeto di chiodi per convincermi che mi troverei a disagio sul letto di piume ottenuto cedendo in cambio l’anima. Ma non è così che si fa. Le persone di carattere non perdono fiato a condannare un comportamento che è giudicato deplorevole persino da quelli che ne fanno una professione. Una tempra morale salda non sillogizza, non sbraita, non sentenzia. Si muove in mezzo ai servi come un medico in un lebbrosario, senza temere alcun contagio, portando comprensione, medicinali, la spensieratezza e l’allegria dei sani. E sapendo benissimo che per gli altri, i lebbrosi, il vero appestato è lui. Vuoi la verità? Io credo che se fino a oggi non mi sono venduto è merito soprattutto della mia indolenza. Ho detto che le comodità mi piacciono; aggiungo che mi piacciono a condizione di non dovermele guadagnare. E le comodità del potere si pagano carissime. Mi chiedo che cosa succederebbe se una volpe più furba della media acconsentisse a regalarmele – cioè se me le vendesse al prezzo stabilito da me…&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Appartenere al club dei sillogizzatori, dei denunciatori indignati, dei sentenziatori equivarrebbe a mimetizzarsi tra i lebbrosi, illudendosi di restarne immuni. Forse è anche l’atteggiamento di molti intellettuali persuasi di potersi vaccinare facilmente attraverso la produzione di romanzi, saggi, film, documentari e, persino, canzoni pop di protesta o denuncia. All’inizio ho citato Orwell (che non credeva si potesse rimanere liberi tra milioni di “appestati”), ma vorrei anche sapere che ne pensi di uno scrittore come Saviano, l’autore di &lt;em&gt;Gomorra&lt;/em&gt;. Te lo chiedo perché è evidente come gli siano riconosciuti la tempra morale ed il coraggio di cui dicevi. &lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Su "Gomorra" non posso pronunciarmi, non l'ho letto. Su Saviano non saprei che dire a parte compiangerlo per la solidarietà facilona e a tappeto di cui è stato fatto bersaglio da parte dell'opinione pubblica italiana e di una quantità imbarazzante di non lettori. Perché sono stati in tantissimi a cogliere l'occasione della solidarietà da offrire a Saviano per sostituirla alla lettura del suo libro. E qui secondo me si potrebbe (e forse si dovrebbe) desumere qualcosa circa il reale spessore letterario di "Gomorra". Se fosse quel che con ogni probabilità non è, un'opera di letteratura, "Gomorra" avrebbe sgonfiato prima o poi un sollevamento così indiscriminato e plebiscitario a suo favore. Avrebbe diviso le coscienze anziché unire tra loro, come è successo, voci di indignazione che, data la santità della causa, si sono sentite autorizzate a non andare per il sottile e non hanno controllato neppure se Saviano, nel suo libro, ha trattato l'argomento camorra santamente come ci si aspettava. Io dico che se ci si può prendere una simile libertà verso un testo, vuol dire che il testo te la concede. Sicché... Resta la solidarietà manifestata all'autore, solidarietà che non condivido perché a mio parere la solidarietà esige una parità di peso intellettuale e politico tra chi la offre e chi la riceve, altrimenti non è che una forma bizantina di autopromozione e di parassitismo. Le persone che fanno a gara per mostrarsi solidali con Saviano hanno rischiato e rischiano troppo poco in proprio perché il loro gesto possieda un significato extragestuale di un qualche peso. Ci sarebbe da aggiungere che per uno scrittore essere perseguitato dal potere, sia esso criminale o istituzionale, è un onore e non un capestro; sarà un capestro semmai solo per i vili che vivono passando rasente i muri nel timore di essere di disturbo. Uno scrittore che risulta indigesto alle cosche dello Stato e del parastato sa di aver fatto centro e non bada troppo a conseguenze spiacevoli che deve aver preventivato nell’atto stesso di prendere in mano la penna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Capita che in Italia molto di ciò che tende a dividere le coscienze venga fatto passare come indegno di menzione o di cattivo gusto. Mi viene in mente che uno scrittore che tu ben conosci, Aldo Busi, ancora negli anni Novanta faticava a pubblicare i suoi interventi nei quotidiani, quando persino Pasolini, negli anni Settanta, pubblicava editoriali per &lt;em&gt;Il corriere della sera&lt;/em&gt;. Sembra che ciò che può essere pietra dello scandalo spesso finisca seppellito da un’indifferenza ipocrita. Se non sto dicendo delle sciocchezze, e se non sconfiniamo nell’antropologia, come può accadere questo secondo te?&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Vedi, noi siamo il paese che stanzia fondi per la costruzione di opere monumentali e non trova la volontà e i pochi euro necessari a riparare il marciapiede sotto casa sbreccato da secoli. Siamo il paese che voleva avere anche lui le sue colonie e che dalla caduta dell’impero romano in poi non ha fatto che servire padroni diversi. I politici e gli scrittori italiani si congratulano con se stessi per il fatto che parlano e scrivono dei palpiti del cuore, dei destini delle nazioni. Considerano con ogni possibile serietà che la ricerca dell’amore e di Dio sono i soli argomenti degni della grande letteratura. Poi tu leggi Busi e vedi che il posto di un uomo nel mondo può essere messo in crisi dalla scelta dell’abito sbagliato. Busi è il grande scrittore dell’ovvio che nessuno vuole vedere, cui nessuno si interessa, che tutti esorcizzano trovandolo spoetizzante, miserrimo. Il suo merito è di aver reso la grandezza della piccola ma molto reale disperazione dell’italiano comune per il quale le minuscole (e spesso tragicomiche) umiliazioni domestiche di ogni giorno sono tanto devastanti quanto possono esserlo le battaglie perse in guerra. Una parola detta o taciuta, un appuntamento mancato, un debito non onorato, l’incapacità di notare per l’ennesima volta una modifica che qualcuno a noi caro ha fatto alla sua persona con la speranza di deviare la nostra attenzione su di lui – tutte queste cose provocano cambiamenti tanto drammatici quanto inavvertiti.&lt;br /&gt;Non vorrei però generalizzare troppo, fare discorsi più grandi della mia bocca. È un vecchio vizio italiano, il pericolo di ricadute è sempre in agguato. Proverò a spiegarmi con un paragone tratto da un mestiere che conosco bene, il traduttore. La mia scuola di traduzione l’ho fatta sulle versioni dall’italiano antico di Aldo Busi. Mi è stata maestra Carmen Covito, che proviene dalla bottega di Busi e ha le sue stesse intransigenze, la stessa pazienza, la stessa disciplina che non conosce stanchezza. Da loro ho appreso qualcosa di basilare in materia di etica del tradurre, qualcosa che sbaraglia ogni retorica della traduzione basata su un ideale astratto di fedeltà al testo originale, qualcosa inoltre che si può esportare efficacemente in altri ambiti sia professionali che personali.&lt;br /&gt;Come forse saprai i traduttori di ogni sesso ed età hanno il loro speciale giuramento di Ippocrate, che potrebbe chiamarsi il giuramento di San Girolamo, santo patrono dei traduttori. Secondo questo articolo di fede chi traduce deve mantenersi fedele al testo originale, costi quel che costi. Sarebbe come dire che per vedere un santo basta guardare in aria. Gli estremismi di questa regola aurea sono due: la traduzione “creativa”, che rifà in altra lingua l’originale in un modo che rende impossibile risalire a esso in maniera anche approssimativa, e la traduzione letterale, che quasi non tocca l’originale e si sforza di ricalcarlo, di darne una versione calligrafica, di rigida osservanza filologica.&lt;br /&gt;Tutte e due le impostazioni ottengono risultati inferiori alle aspettative e alle promesse. Tutte e due risentono su versanti opposti della mistica della fedeltà, che nel caso della traduzione creativa svincola il traduttore da troppe inibizioni, soprattutto da quelle più salutari, mentre nel caso della traduzione letterale accentua le inibizioni fino a esasperarle, tanto che il traduttore che si accosta all’originale si sente come un ladro di cadaveri che stia profanando un sepolcro. In un caso e nell’altro si perde di vista la finalità del lavoro di traduzione, che consiste nel comunicare qualcosa di un testo a un lettore che si presume inabile ad apprendere gli strumenti che lo abiliterebbero a leggere da sé. Secondo me questi traduttori – e ce ne sono di bravissimi, l’Italia è piena di traduttori di valore – non sanno mettere le loro competenze al servizio del lettore, le usano per gratificare se stessi.&lt;br /&gt;E così non fanno che ricordare al lettore quanto vasta è la sua ignoranza.Perfino i più esperti traduttori di mia conoscenza non hanno fino in fondo questo spirito di servizio che li obbligherebbe a scelte che essi giudicherebbero dei ripieghi, dei compromessi insoddisfacenti. È vero, talvolta si tratta di compromessi, ma solo se li si considera dalla prospettiva del traduttore. La precedenza spetta alla prospettiva del lettore per il quale, il più delle volte, la via di mezzo del traduttore (quella che il traduttore chiama con questo nome) rappresenta l’unica strada sicura e percorribile.&lt;br /&gt;Busi non ha questo difetto perché il destinatario delle sue traduzioni non è mai un lettore disincarnato; non è nemmeno una immagine di sé ritoccata in meglio che Busi proietta dall’altra parte del testo. Il lettore cui pensa Busi traducendo è sempre un lettore di lingua italiana che respira la storia e la cultura del suo tempo. Anche quando Busi ha in mente un lettore avveniristico, le risorse di questo lettore sono obiettive capacità di comprensione e di gradimento di un lettore italiano del XXI secolo, non sono le risorse del traduttore, giocoforza più progredite. Perciò anche le più piccole scelte di traduzione di Busi hanno riguardo innanzitutto del lettore cui sono indirizzate, a costo di lasciare il traduttore scontento.&lt;br /&gt;La morale è che i privilegi – siano essi intellettuali, materiali, politici – si adoperano rinunciandovi a beneficio di chi ne è sprovvisto. Prendi ora i nostri funzionari di governo, i nostri uomini politici. Quando non sono degli incompetenti e dei furfanti a piede libero, si comportano come il traduttore “creativo” e quello “filologico”, che impediscono ai loro lettori qualunque conoscenza mediata dell’originale con la scusa che sarebbe indiretta, difettosa, sacrilega. Allora glielo servono o crudo così com’è o talmente cotto che risulta comunque immangiabile. Sono incapaci di tradurre il vocabolario della politica nel linguaggio spicciolo del lavoro. Discutono di libertà, di democrazia, di fedeltà, ma si guardano bene dal praticarle al minuto e al dettaglio, con tutti i sacrifici che comporta la politica dei piccoli passi, dell’uovo oggi e la gallina domani forse. Si accontentano dell’ideale, non hanno l’ambizione del compromesso. Non scendono mai dalle altitudini della parola “democrazia” giù fino alle sue versioni terra terra, le uniche in grado di renderla intelligibile intanto. Se si vuol essere credibili quando si parla della costruzione di un ponte sullo stretto di Messina, bisogna prima saper dare un giro di bulloni ai ponti pericolanti che esistono in giro. È questa la vera grande impresa: misurarsi con l’intelligenza politica del momento con tutti i suoi deficit e i suoi passaggi a vuoto. Troppo facile predicare un’intelligenza perfetta che, siccome deve esserci, allora c’è per forza o ci sarà. (L’ho fatta un po’ lunga, spero non inutilmente.)&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non inutilmente. Saresti caduto in una mesta contraddizione evitando di attraversare l’esperienza del tuo lavoro per dare una versione delle cose, considerando quello che stavi dicendo.&lt;br /&gt;Ma ora vorrei chiederti, anche alla luce di tutto questo, quali sono gli scrittori italiani che più ti sono piaciuti negli ultimi anni, quelli che non &lt;em&gt;si congratulano con se stessi per il fatto che parlano e scrivono dei palpiti del cuore, dei destini delle nazioni&lt;/em&gt;.&lt;/strong&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;L’unico nome che mi sento di fare è ancora quello di Aldo Busi. Tranne lui non vedo nessun altro che al momento possa chiamarsi con diritto “scrittore”. Bravi narratori e artigiani della penna in Italia non ne mancano, non sono mai mancati. Ma non è di loro che si sentiva il bisogno. Prima che spuntasse Busi non c’era in Italia una cultura del romanzo, cioè non saggistica, non sapienziale, non meramente autobiografico- minimalista. I narratori italiani sono di una malinconia tzigana che la dice lunga sull’esilità della loro materia d’ispirazione. Io non amo la saudade, la trovo insopportabile sia in musica sia in letteratura. Mi stucca la coltivazione in vitro della nostalgia, tutto questo vegetare nel rimpianto di qualcosa che non si è realizzato convincendosi poco a poco (mai però fino in fondo) che così dovevano andare le cose. Per scrivere un romanzo ci vuole di più che la semplice esperienza di un dolore. Non basta aver sofferto, bisogna saper raggiungere la riva opposta della sofferenza e da lì fare il suo ritratto. Occorre sviluppare una chiaroveggenza meravigliosa, considerare gli uomini e le esperienze da una prospettiva che non sia ricevuta, dislocarsi rispetto al tempo e allo spazio in cui le cose ti sono date. Un sentimento rappresentato dovrebbe essere un sentimento conquistato attivamente; subirlo non è che il primo passo. Se scrivi dell’infelicità perché sei stato o sei infelice il risultato è quasi sempre un ottundimento delle capacità di emozione, un esaurimento interiore. È l’effetto del “tono su tono”. Eppure la poetica degli scrittori italiani si basa tutta o quasi sulla capitolazione di fronte a ciò che si è, a ciò che si prova. Un lavoro di largo respiro, sottomesso alle esigenze della costruzione, della continuità, li costringerebbe a fare il giro della casa, a scoprire le stanze di dietro del dolore, del fallimento, della malinconia, la complementarità di ruoli e stati d’animo tradizionalmente contrapposti, l’opportunismo delle vittime, i patteggiamenti segreti del dissidente, dell’eretico, del ‘diverso’. Busi è un grande scrittore principalmente perché smaschera se stesso. Una volta che ti sei smascherato non c’è più bisogno di togliere la maschera agli altri, è sufficiente raffigurarli tali e quali appaiono, cioè così come sono. In Busi non trovi il cinismo isterico del satirico, che si prende gioco della maschera e non vede la sua necessità pragmatica e che per questo fa di se stesso una maschera persino più oscena di quelle che mette in caricatura. Nei romanzi di Busi il vizioso, il corrotto, la mezza cartuccia, la donnetta, il macho, la checca di regime non ghignano come guardie cardinalizie, sorridono. È un sorriso, il loro, tremendo, di una umanità commovente, e questo perché la corruzione, il vizio, la checcaggine, scrutati da dentro, si rivelano condizioni accettabilissime, ragionevoli e in definitiva perdonabili. Non intrinsecamente perdonabili, perdonabili a partire dal preciso istante in cui diventano cosa nostra. Il debito che abbiamo con l’opera letteraria di Busi non è quantificabile. In essa io ho trovato una conoscenza impensata, paurosa, dei miei limiti di linguaggio, una consapevolezza etimologica (se così posso esprimermi) della mia italianità. Busi ha scritto l’autobiografia degli italiani in forma di romanzo. Non sto a dilungarmi, ho pubblicato ben due libri sull’argomento. Preferisco parlare qui della mia gratitudine, ma solo perché la sua intensità ne fa un sentimento impersonale, altrimenti non ne accennerei neppure.&lt;br /&gt;Io ho dovuto manifestare la mia gratitudine a Busi in quanto scrittore. Scrivere un libro sulla sua opera è stato un modo di renderle grazie da parte mia, tua, degli italiani tutti. Se ti sembro farneticante me ne scuso, ma le cose stanno esattamente come dico. Perché i veri lettori di Busi, coloro a cui è destinata la sua opera, non sono persone come il sottoscritto, critici letterari, intellettuali ecc. I veri lettori di Busi sono i suoi detrattori, i suoi nemici ideologici, la gente che lo ignora in quanto scrittore e lo venera come personaggio televisivo. Sono i non lettori, gli omofobi, le donne, le checche di regime, i fascisti di destra, i fascisti di sinistra, i tossicomani, i bambini, le suore laiche, i praticanti non credenti e i clericali dell’ultima ora.&lt;br /&gt;Sono questi i lettori che l’opera di Busi aspetta di conoscere. Il fatto che se ne disinteressino e che addirittura la osteggino è senza importanza o meglio non ha l’importanza che sembra. Io mi sento un loro procuratore cui sono stati risparmiati molti privilegi apparenti e molti handicap palesi. Sono stato più pronto perché sono stato più fortunato. Io ho il vizio della letteratura, loro quello del potere oppure della sopravvivenza a ogni costo.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?&lt;/em&gt; Comprendo cosa intendi dire sulla malinconia, ora che ci accorgiamo che se n’è straparlato e strascritto; tuttavia credo che a volte rischiamo di confonderla con la commozione.&lt;br /&gt;La commozione è il segno di una condivisione reale con gli altri essere umani, mentre la malinconia è una separazione che rafforza il sentimento di superiorità generato dalla contemplazione delle proprie secrezioni umorali. Il cinismo è il seguito probabile della sterilità lagnosa della malinconia, il marcire rancoroso di un sentimento già di per sé andato a male.&lt;br /&gt;Quando sento parlare di “smascheramento” invece, lo associo al termine “paranoia” e sono d’accordo con te che uno scrittore, e un essere umano, dovrebbe smascherare se stesso per liberarsi dal desiderio capriccioso di smascherare tutti gli altri.&lt;br /&gt;Per non cadere in una tautologia però, proporrei anche di fare a meno di un termine come “smascheramento”. Ti dico perché.&lt;br /&gt;A me pare che proprio l’indossare una maschera equivalga ad essere quello che si riesce ad essere. Lo smascheramento rivela l’inadeguatezza molto umana dei ruoli che ricopriamo per una vita.&lt;br /&gt;Dunque proporrei di mettere in soffitta quel termine, se solo fosse nelle mie possibilità deciderlo, perché penso che il ruolo che ricopriamo in vita merita di essere compreso, piuttosto che definito una maschera; mentre il venir meno di questo ruolo non mi pare rivelare alcunché di vero, cristallino, definitivo.&lt;br /&gt;Probabile che tu non condivida, ma dubito che sia un compito dello scrittore quello di raffigurare gli altri come realmente sono. Personalmente mi accontenterei di una descrizione verosimile, laddove per vero intendo giustificato dal contesto. Diversamente, non credi che lo scrittore ritornerebbe ad accampare pretese di verità, rubando il mestiere al prete?&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Concordo con te ma fino a un certo punto.&lt;br /&gt;Quando dico che Busi smaschera se stesso voglio dire proprio quel che sostieni tu, cioè che Busi si definisce in quanto maschera umana. Una volta che uno ha compiuto questo passo, è inevitabile che non veda più maschere nella faccia degli altri. La loro faccia è la maschera, basta descrivere quel che sembra e avrai quel che è. Però la necessità di smascherare resta, anzi, si fa più viva. Se è vero che non esiste un’unica faccia dietro le molte maschere di un individuo, non si può negare che per ogni individuo continuino a esserci maschere che sono meno maschere di altre. Dire (nel ventunesimo secolo!) che l’uomo è fatto di maschere sovrapponibili è dire niente. Chi non lo sa? Ci sono scrittori che su filosofemi del genere riescono a campare di rendita per una vita. Ma anche la consapevolezza più sviluppata, se usata per giocare d’anticipo, per risparmiarsi smacchi ulteriori, diventa un mascheramento, uno stereotipo. È attraverso queste crune d’ago che Busi fa passare la sua letteratura.Nei libri di Busi tu trovi la tensione dello smascheramento (la tensione di chi smaschera e di chi viene smascherato) ma anche il desiderio e la fiducia di incontrare prima o poi una maschera viva, meno usurata delle precedenti. Perché il bisogno di credere in un volto è più forte della certezza di scoprire che, sotto sotto, si tratta ancora di una maschera. La differenza tra una faccia e una maschera è solo una questione di tempo che passa e consapevolezza che si aggiorna.Ogni maschera ha il suo momento di verità, l’istante in cui le sue azioni e le sue parole si corrispondono. Quell’istante dà alla maschera il risalto di un volto che di umano (nel senso moderno della parola) non ha più niente. Mancato quell’istante, o semplicemente trascorso, la maschera ridiventa quel che è stata sempre, solo che adesso è maschera in modo esplicito.&lt;br /&gt;Si può fare dell’ironia sul fatto che la delusione riunisca tra loro l’uomo che si fa illusioni e l’uomo che non se ne fa. L’uno non ha ancora perso la speranza, l’altro sa di non poter neanche lontanamente pensare alla speranza. Uno ha il problema di sopportare la vita, l’altro di sopportare se stesso. La sorte del disilluso è più patetica ma anche più interessante. Di positivo nel disincanto c’è almeno questo, che la delusione che lo aspetta non sarà uguale alla precedente. E poi una consapevolezza che continua ad aggiornarsi non lo fa certo per migliorare il proprio stile di vita. Il suo obiettivo è superare i fallimenti, non eliminarli.&lt;br /&gt;L’intelligenza è più faticosa della stupidità perché l’intelligenza deve difendersi dalla sua propria maschera e anche dalla stupidità. Essere intelligenti è anche pericoloso perché dà alla testa. Busi ha capito qualcosa cui nessun Pirandello sarebbe mai arrivato: che sviluppare l’intelligenza ingenera un disprezzo totale verso quelli che ne sono privi. In questo senso l’intelligenza è pericolosa: bisogna conoscerla bene per oltrepassarla sempre. Un libro di Busi, E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?, tratta proprio di questo tema. Leggere per credere.&lt;br /&gt;Per esempio ci si chiede molto da ogni parte: ma perché Busi fa televisione, intelligente com’è? che bisogno ha di farla? Invece sai cos’è il presenzialismo mediatico di Busi? Una forma aggiornata di astensionismo. Busi è l’uomo più discreto e solitario che io conosca. In effetti non saprei che cosa gli sta più a cuore, a parte scrivere. Eppure è una persona industriosa, alacre, un lavoratore instancabile. Sa fare un sacco di cose e le fa a regola d’arte, senza tradire sforzo o esasperazione. Tutto quel che intraprende lo porta a termine. Ma solo in una percentuale molto piccola la sua persona è coinvolta in ciò che fa. Non esiste mica solo un modo per rivelare la propria estraneità verso questo mondo e le sue regole di vita. Busi si dichiara estraneo alla tv facendola – sempre meglio che guardarla e dirne male. La televisione è la sua botte di Diogene, un modo di astenersi, di depauperarsi. Da che cosa? Dall’istinto di disertare la realtà, voltarle le spalle e specchiarsi nella propria intelligenza. Busi non ha mai avuto bisogno della televisione. Farla è il suo modo di stare in disparte da essa e di restare in contatto con coloro per i quali la tv rappresenta tutto: un oracolo, una famiglia, un posto di lavoro, una poltrona. Ma è anche il modo di aggiornare la propria intelligenza e di impedire che diventi una maschera, come succederebbe se Busi si esiliasse in essa. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Per Busi andare in televisione è raggiungere la riva opposta della sofferenza. In questo senso si comprende la sua partecipazione ad un programma come Amici.&lt;br /&gt;Ho pensato a queste parole: &lt;em&gt;è proprio lui, mi dicevo, ecco la sua testa che contiene un cervello di marca diversa dalle gelatine sintetiche conservate nei crani che gli stanno attorno &lt;/em&gt;(…) &lt;em&gt;Sono testimone di un fenomeno fisiologico unico: John Shade mentre percepisce e trasforma il mondo, mentre lo porta dentro di sé e lo scompone, mentre ne ricompone gli elementi nel corso del processo stesso di accantonamento, onde produrre, in un momento ancora indefinito, un miracolo organico, una fusione di immagine e musica, un verso&lt;/em&gt; (Vladimir Nabokov, &lt;em&gt;Fuoco pallido&lt;/em&gt;, P. 29). Mi sembrano la testimonianza della crudeltà verso coloro che non hanno accesso a modi particolari e più ricchi di descrivere se stessi ed il mondo attraverso il proprio linguaggio; verso gli illusi, diresti tu.&lt;br /&gt;Ma che si tratti d’&lt;em&gt;intelligenza e consapevolezza sviluppata del disilluso&lt;/em&gt;, oppure della capacità di ridescriversi in modo più interessante, credi che la grandezza di Aldo Busi consista innanzitutto nel saper oltrepassare anche questa crudeltà, così rassicurante per chi possiede un &lt;em&gt;cervello di marca diversa&lt;/em&gt;, senza dilettarsi spocchiosamente con termini come &lt;em&gt;gelatine sintetiche&lt;/em&gt;?&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Leggi una sola pagina di Busi e vedrai che non c’è in lui un briciolo di alterigia, di supponenza, figuriamoci di crudeltà. La crudeltà, casomai, Busi la esercita su di sé. Busi è un estroverso, non vive nell’ossessione di se stesso. Si valuta con crudezza (e secondo me ingenerosamente) perché applica al suo caso il metro della maggioranza, i parametri di intelligibilità della cultura del suo tempo. È consapevole, e lo scrive pure, che sono parametri stravolti, taroccati, figli della malafede e di un’ignoranza ormai deliberata, scientifica. Ma finché non riuscirà a cambiarli sa che sono gli unici a fare testo.&lt;br /&gt;Conosci l’opinione di Busi su ciò che ha scritto? Non parlo del giudizio che ne dà lo scrittore Busi, giudizio che condivido senza riserve (“Io mi considero il più grande scrittore, e uno dei pochi Scrittori, mai apparsi sulla faccia della Terra”). Mi riferisco alla valutazione dei suoi libri alla luce dell’impatto che hanno avuto sulla società italiana. Secondo Busi la sua opera è – in questo senso, e solo in questo - un fallimento. Pur essendo scolpita nel diamante, la valutazione di cui gode è inferiore a quella delle gelatine sintetiche, e in questo lungo passaggio storico le azioni della gelatina sintetica volano. Oggi una gelatina sintetica vale quanto un diamante, i diamanti autentici non interessano. In altre parole, è come se Busi dicesse: io ho scritto dei capolavori e il Paese li ritiene dei semplici libri di letteratura. Pertanto, non sono altro che quello. Se Busi pure chiama gli italiani “gelatine sintetiche”, è pur sempre da loro che si fa giudicare.&lt;br /&gt;La mia opinione è diversa, naturalmente. Io sono sicuro che le opere di Busi saranno i classici che sono fin dal loro primo apparire, con o senza l’imprimatur della cultura italiana. Me ne sbatto di cosa pensano in merito i santi dell’università e i fanti di Internet. Ma nella posizione di Busi, per quanto ingiusta verso di lui, c’è più modernità. C’è più sugo nel suo piegarsi, censurando ogni miraggio di trascendenza letteraria, a un verdetto che la maggioranza degli italiani emette quasi sovrappensiero. È Busi stesso a decifrare la posizione dei suoi contemporanei verso di lui, a leggere a voce alta e in vece loro una sentenza di condanna che tutti insieme non saprebbero né scrivere né pronunciare.&lt;br /&gt;Io credo che Busi soffra a essere lodato più di quanto non lo infastidisca la nomea di “personaggio televisivo” che gli viene rifilata proverbialmente. Nessuna ferita del suo orgoglio di scrittore lo fa sanguinare quanto l’ammirazione indiscriminata di un pubblico di acquirenti in difetto della sensibilità intellettuale necessaria ad apprezzare (figurarsi poi a lodare) un’opera di letteratura. Tutta gente che con disinvoltura oltraggiosa si annette i romanzi di Busi equiparandoli alle marce per la pace, ai libri di Marco Travaglio, alle collette per salvare “il Manifesto”, all’iscrizione a Facebook, al concerto di Vasco Rossi. Busi ha scritto per far saltare combinazioni come queste, per mandarle all’aria, non per diventarne l’ultimo anello. Guarda che Busi sarebbe molto più popolare se anziché partecipare ad “Amici” ignorasse il programma o ne parlasse con ogni possibile condiscendenza. Se io alle spalle avessi un’opera del peso e del valore di quella di Busi, mi concederei il lusso di snobbare la televisione e il web, non li degnerei di uno sguardo. Potrei dire che non mi riguardano. Secondo Busi non siamo noi a scegliere le cose che ci riguardano. Esiste un sito, &lt;a href="http://www.altriabusi.it/"&gt;www.altriabusi.it&lt;/a&gt;, ideato e realizzato da Marcella Gritti, una bresciana anomala, una che certo non manca di fegato. Il sito pubblica con cadenza pressoché quotidiana testi di varia indole (per lo più sms) scritti e regalati da Aldo Busi. Si possono leggere a titolo gratuito: sono lì a disposizione di chiunque. I dati in mio possesso dicono che migliaia di visitatori fremono ogni giorno in attesa di leggere i nuovi sms di Busi. Tutta gente cui io spaccherei la testa, perché smaniano per avere le bucce di Busi e mai che stacchino dal video per andare a leggersi in solitudine un suo romanzo. Sono i tipici utenti dei social network, fanno un giro sul sito altriabusi per sfizio, per inerzia, per far sapere che ci sono stati. Al sito io presto una collaborazione laterale, non vi partecipo con l’animosità di Marcella Gritti e non perché ritenga la sua un’idea sballata. Al contrario, la considero un colpo di genio. È che non mi va giù che Busi sia letto per gli sms che da un momento all’altro potrebbe stancarsi di scrivere e non invece per i trentanove titoli che ha pubblicato da un pezzo e che non vanno soggetti ad alcuna scadenza d’umore. Non concepisco che, letti i suoi sms, costoro continuino a non sapere niente di lui, dei suoi romanzi, quando Busi di loro sa tutto. Impara ogni volta a parlare il loro linguaggio, si cala all’occorrenza nei loro contesti, per ostili e prevenuti che siano nei suoi confronti. E mai che cerchi di facilitarsi il compito.&lt;br /&gt;Va a stanare gli internettari in casa loro senza inventargli qualità che non hanno, senza farli più simpatici di quel che sono, senza farsi più simpatico lui. Mantiene integro il suo stile e lo porta dove non c’è nessuno – ripeto: nessuno – abilitato non dico ad apprezzarlo ma a riconoscere che di uno stile si tratta, e quanto differente. È indomito, affettuoso, soprattutto non è sprovveduto. Capisce in anticipo dove la propria intelligenza diventa suo malgrado connivente con la stupidità che prende di mira. Questo è il limite dei critici della globalizzazione e di Internet in particolare, anche quando sono documentati come Zygmunt Bauman. Criticano e criticano con ragione, e mai che si accorgano in tempo che la realtà che contestano così energicamente anziché affondare prospera sul marcio portato su di peso fino alla superficie delle coscienze. (Su aree limitrofe, anche Marco Travaglio rischia di guadagnarsi una libera docenza grazie a Berlusconi. E ancora non si decide a indagare il berlusconismo occulto degli antiberlusconiani di mestiere.)&lt;br /&gt;Più i Bauman infieriscono contro il sistema, più finiscono col fare il suo gioco, perché nelle critiche più feroci e meritate la cultura di Internet scorge solo l’ennesima conferma della propria centralità. Come si fa a non vedere che il popolo degli internettiani ha un lato “cocotte” molto pronunciato? Ci vuole una stoffa spirituale diversa, bisogna essere scrittori di prim’ordine come Busi, conoscere tutte le sfasature dell’essere umano, e soprattutto le proprie. Subire l’emarginazione ideologica per Busi è un modo di provare la solitudine di coloro che lo emarginano, la solitudine siderale della maggioranza intruppata su Facebook, che si intruppa in rete appunto per esorcizzare lo spauracchio della solitudine.&lt;br /&gt;Ora, io ho letto Busi e ho capito una cosa, finalmente. E cioè che a disturbarmi non è Internet in sé, non è il medium di massa. È proprio il fatto che la maggioranza anteponga Internet a ciò che piace a me, a quel che prediligo. Non ci si abitua all’idea di essere meno indispensabili di quanto gli altri non lo siano per noi. Ogni volta che i giornali annunciano una novità che riguarda il web sento una vocina che mi bisbiglia: tu e la tua letteratura siete prescindibili, roba vecchia. La democrazia digitale (così la chiamano) non alza la voce, non ne ha bisogno: si limita a fare spallucce e a tirare dritto. Tu che non le tieni dietro, perché non vuoi o perché non ci riesci, ti ritrovi scavalcato, gettato tra i rifiuti. Se vuoi venire in rete, benvenuto; se non vuoi, c’è la fila fuori, togliti di mezzo.&lt;br /&gt;Ti racconto un aneddoto. Anni fa a un pranzo di nozze chiacchieravo con il mio vicino di posto, come si fa in questi casi. Lui mi chiede qual è il mio mestiere. Gli rispondo che faccio il critico letterario. Lui storce la bocca e fa: E cosa fa di preciso un critico letterario? Allora una domanda simile poteva farmi saltare la mosca al naso. Oggi non solo la troverei sensata e perfino opportuna, ma pagherei perché qualcuno me la rivolgesse. Uno che esprime una perplessità sul tuo lavoro, anche se intrisa di sarcasmo, dà prova di un minimo di curiosità. Da quando esiste Internet questo genere di curiosità si è estinta. Tu puoi dire che fai il pifferaio di Hamelin, lo scandaglio oceanico o la vedova allegra e nessuno ci troverà una qualche differenza significativa. Se ti chiedono che cosa fai, è perché gli serve un pretesto per dirti che cosa fanno loro. A me questa indifferenza offende. Busi la dava per scontata quando ancora Internet non era stato inventato.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Tristemente vero. Com’è vero che da noi a rendere tutto vano hanno contribuito, non i possessori di suv incravattati, ma proprio coloro che intonano lagnose litanie sul fatto che si legge poco. Molti di loro non sono mai usciti dalla logica delle sovrastrutture ideologiche: che non si apprezzi una cosa, un opera, un mestiere per quello che è, per quello che vale. C’è sempre un fine superiore da raggiungere al quale possiamo sacrificare tutto il resto. C’è poco da fare, anche se è una banalità che fa venire sonno a pensarla: gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori non organici contano nulla.&lt;br /&gt;Togliere Berlusconi a Travaglio sarebbe la fine di una carriera fatta di almeno un libro all’anno, partecipazioni ad Anno Zero, partecipazioni a film militanti, tour teatrali, editoriali, ecc. Gli Italiani di Destra, sotto sotto, ascoltano Travaglio (che del resto è un reazionario di Destra), ma non tollererebbero facilmente Busi, se non nella versione catodico-umorale. Gli Italiani di Sinistra, sotto sotto, ascoltano Travaglio (proprio perché è un reazionario di Destra), ma non tollererebbero facilmente Busi, se non nella versione catodico-umorale.&lt;br /&gt;Tuttavia mi pare che tu, rispetto a Busi (che dà per scontata l’indifferenza generale prima di internet), nutra un residuo di speranza sul fatto che la letteratura possa sopravvivere al conformismo nostrano, al linguaggio degli sms, all’indifferenza di facebook. Nell’ultima edizione di Librarsi (rassegna da te curata) ad esempio, si è parlato di un romanzo scritto interamente con sms.&lt;/strong&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Io non spero nella letteratura. Non credo che la letteratura possa salvare o preservare alcunché e del resto non è il suo compito. Confido ragionevolmente nell’industria e nel mercato della letteratura. Fino a che esisterà una distribuzione commerciale del libro si continuerà a parlare di lettura lettori libri, e in mezzo a fiumane di libri spazzatura potrà insinuarsi qualche buon titolo. E si ristamperanno i buoni libri del passato – magari con le intenzioni più balorde, con la retorica più bolsa, ma si andrà avanti a ristamparli, li si manterrà in circolazione. Dovesse sparire un giorno il mercato editoriale, dubito che qualcuno sentirebbe nostalgia della letteratura. La letteratura oggi è un vecchio umanista alla Montaigne la cui sopravvivenza è nelle mani dei domestici che tra un cambio e l’altro di biancheria gli saccheggiano la casa.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Scusa insistenza su questo, ma mi sembra che l’importanza che tu riconosci ad Aldo Busi travalichi il fatto letterario, come se la lettura dei suoi romanzi potesse darci qualcosa in più di un &lt;em&gt;affinamento del gusto&lt;/em&gt;. Credi che quest’ulteriorità indefinita sia solo frutto del mio modo di interpretare ciò che tu dici, oppure che ci sia qualcos’altro oltre quello che Nabokov (visto che l’ho già citato) definì &lt;em&gt;beatitudine estetica&lt;/em&gt;?&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Oh, c’è parecchio di più. Ma mi sembrerebbe lesivo della sua cultura di scrittore dire che Busi ha dato qualcosa di più di un’estetica della letteratura, come se la letteratura fosse un contributo di secondo ordine rispetto, che so, a una morale. Busi ha portato un’idea di letteratura profondamente diversa, mai apparsa prima, un modo di essere classici che liquida il classicismo della cultura italiana non soltanto letteraria. Chiariamo subito che cosa intende Busi per “classico”. Secondo la sua definizione, è classico “tutto ciò che è moderno per eccellenza di ritmo”. Tu che sei musicista apprezzerai, spero, la finezza consistente nello sdoganare la categoria della modernità dal campo della storiografia. Una modernità riferita al piano dell’esistenza storica non ha più senso – ammesso che ne abbia mai avuto uno. Non basta più essere contemporanei alla propria epoca per sentirsi moderni. Con Busi l’essere moderni diventa una prerogativa dell’intelletto. La modernità, secondo Busi, è un protendersi psichico verso il tempo dal quale ci si sente tagliati fuori proprio per il fatto di viverci dentro; è un anelito di coincidenza che presuppone una spaccatura, un divorzio, tra l’aria che tira e l’individuo che la respira. Siamo vittime del nostro tempo quando semplicemente vi apparteniamo. Siamo nella Storia quando ci sforziamo di andare a tempo con il nostro tempo senza rassegnarci all’asincronia che perdura tra noi ed esso.&lt;br /&gt;“Andare a tempo” significa dunque volontà di andare a tempo, ricerca di una sintonia. I sincronismi che preesistono alla loro ricerca sono forme di immobilismo sfrenato. Prendi la concezione della letteratura di Busi e confrontala con quella di uno scrittore italiano a caso. In Busi convergono una dedizione totale, senza riserve né cautele, alla letteratura e una conoscenza esatta, istantanea, direi minuto per minuto, della posizione che la letteratura occupa nel mondo. Al momento questa posizione, lo sappiamo tutti, è tanto centrale a parole quanto marginale nei fatti. Scrivendo, Busi si oppone alla nessuna considerazione in cui nel complesso è tenuta la letteratura. E tuttavia Busi non sostiene che la letteratura ha un’importanza assoluta, metafisica.&lt;br /&gt;Per lui la letteratura si rivela indispensabile proprio perché non lo è in modo programmatico. Tra la propaganda sulla letteratura e il suo ruolo salvifico e l’irrilevanza effettiva della letteratura esiste un rapporto di causa-effetto che ha origini lontane, extraletterarie – origini che Busi ha esplorato a fondo. Il dato più interessante che concerne la letteratura oggi è che di essa si può fare a meno. Intendo proprio che possono rinunciarvi tutti: i lettori a leggerla e gli scrittori a scriverla. Non ha incidenza né culturale né politica, è puro ornamento, entertainement. (E i critici letterari, allora, data una tale concezione, che cosa sarebbero? Palline che dondolano appese all’albero di Natale. Brutto a dirsi, ma quanto vero…) Una letteratura che prescinda dalla sua consapevolezza ultima sarà sempre incapace di mutarla o semplicemente di aggiornarla; darà opere destinate a sprofondare nel classicismo da dove in realtà provengono.&lt;br /&gt;Potrei dire che ci sono due letterature inautentiche, lontane da ogni modernità: il classicismo volontario e il classicismo involontario. Il classicismo volontario si basa sull’imitazione scimmiesca e ossequiosa della tradizione classica. Si scrive avendo come modello le opere di predecessori insigni che fanno parte di quella che nebulosamente viene chiamata “tradizione”. È una sensibilità che in Italia ci si tramanda dagli albori del Rinascimento. Oggi c’è quello che scrive alla Italo Calvino come nel Cinquecento i poeti di tutta Europa facevano a gara per imitare Petrarca. Per ogni epigono intelligente, se ne contano centinaia di superflui. Credono di aver diritto all’applauso perché sono stati polemici come Pasolini o collaborazionisti come Cocteau. Un contegno che è passato pari pari alla cultura pop e underground. Cosa credi che facciano di diverso i rockettari che sul palco danno fuoco alla chitarra? Credono di riverire l’antenato che per primo fece quel gesto di contestazione e così mostrano di averlo inteso alla rovescia. Quel che oggi viene recepito come contestazione, domani diventerà il segno di osservanza dello status quo. Copiare la contestazione in modo pedissequo, senza alcuna ironia, significa toglierle quel poco di mordente che aveva in passato. Oggi uno che brucia la chitarra o si fa una canna a un concerto è più papalino del Papa, altro che Jimi Hendrix!&lt;br /&gt;Il classicismo involontario è il tentativo di far passare per una scelta deliberata il proprio naturale disinteresse e la propria ignoranza del passato. Non sai un bel niente e proclami che lo hai voluto tu. Dici che preferisci così, altrimenti saresti condizionato. Ma non si può voltare le spalle a una realtà che si stenta perfino a localizzare, di cui si ignora il posto che pure continua a occupare nel mondo. Va a finire che il passato te lo ritrovi davanti sempre: ci affoghi dentro comunque, con l’aggravante di non accorgertene neppure. È il provincialismo degli artisti italiani che vanno per la maggiore, la sottocultura manageriale degli internettari. Tutti nipotini che quanto più provano ad allontanarsi dagli zii, tanto più se li ritrovano tra i piedi, e possono solo sperare che la consanguineità passi inosservata. Da quando è comparso Busi tutta ‘sta gente è arretrata in massa sullo sfondo, in fondo allo sfondo, lungo la linea d’orizzonte. Anche lì si sente che puzzano di rancido, che sono vecchi dentro, che non hanno niente di realmente nuovo e importante da comunicarci. Sono anche brutti fisicamente; sono rifatti nel senso clinico-chirurgico del termine, e nessuno di loro si è fatto (o è stato fatto) una prima volta per potersi mai rifare una. seconda. Insomma, non sono moderni.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nella musica pop, rock se preferisci, un modo irriverente di cogliere il ritmo della modernità e sbatterlo in faccia a tutti fu il punk nel 1977. Mi pare che tu voglia dire che fare punk oggi è il modo peggiore di essere punk. Se sei in sintonia con il suono moderno, conosci la musica del passato e aggiungi qualcosa senza cadere nella celebrazione.&lt;br /&gt;Tenendo conto di questo, vorrei proporti un’ultima domanda. Come critico letterario riceverai manoscritti da aspiranti scrittori, poeti… C’è qualcosa che accomuna questi tentativi, che avvicina o allontana questi aspiranti scrittori al concetto di moderno che hai appena descritto?&lt;/strong&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro di leggere e vagliare inediti di aspiranti scrittori riporta al pettine il nodo del dilettantismo. Dicono che di questi tempi il dilettantismo dilaga. Aggiungo che si tratta di un dilettantismo tutt’altro che scanzonato ed epicureo. Non è un dilettantismo all’insegna della dissipazione, del “chi vuol esser lieto sia”. Sembra proprio che la carriera di scrittore faccia gola a un sacco di gente per le ragioni più sbagliate; perché, appunto, promette di avviare una professione, un’attività redditizia sul piano economico (?) e su quello dell’immagine pubblica che uno dà di se stesso.&lt;br /&gt;Devo ancora incontrarlo uno sconosciuto per cui scrivere sia un’occupazione totalmente dispersiva. In anni e anni di scrutinio di testi altrui (letti come neanche un parente o un fidanzato dell’autore farebbe per amor suo) non mi è capitato una sola volta di sbattere il muso contro una costruzione di linguaggio che denotasse un pensiero un’isteria un chiodo fisso un autismo (non dico uno stile, che sarebbe uguale). Niente che emetta un’energia magari scoordinata ma fatta in casa, niente che tracci una rotta solo sua. Tutta roba prescindibile, di cui, anche stampata, non si avverte la presenza. Ogni tanto, un prodotto con una sua dignità quanto meno merceologica, ma niente di più.&lt;br /&gt;In quanto agli aspiranti autori, o hanno fatto indigestione di libri – e allora scrivono come dei ventriloqui, facendo da medium (un medium sgangherato, da baraccone) a esperienze e idee mediate, libresche – oppure, e sono la maggioranza, non leggono una riga, non danno confidenza alla letteratura al di fuori della scuola e dei corsi di scrittura.&lt;br /&gt;Del resto, basta vedere come leggono questi aspiranti autori (e lasciamo perdere la questione, per niente secondaria, di che cosa leggono). È qui che si vede che il loro dilettantismo è da imprenditori. Leggono tutti con la speranza, se non con l’ambizione, di incamerare interessi. Per loro leggere significa capitalizzare e preferibilmente monetizzare a breve termine. Hanno la fobia di sciupare il tempo a disposizione. Sono dei pianificatori, e più che mai quando sembrano muoversi a casaccio con l’andatura irresponsabile della donzelletta che vien dalla campagna. Stanno sempre facendo un master che li abiliti in qualcosa anche quando prendono o ripongono un rotolo di carta igienica. Sono saturi di secondi fini, che non è affatto una cosa disdicevole; però lo diventa se i secondi fini vengono perseguiti all’insaputa di chi li alberga. Che modernità ci si può aspettare da persone che coltivano un’intelligenza di due secoli fa e intanto aggiornano la furbizia che darà il colpo di grazia a quell’intelligenza già decrepita?&lt;br /&gt;Ma è inutile parlarne su questi toni. Tutta la faccenda potrebbe riassumersi in un’unica domanda – retorica, poiché la risposta è nota. E la domanda sarebbe: gli aspiranti scrittori hanno letto o no Aldo Busi? E quelli che continuano a comprare i suoi libri, cominceranno a leggerli? Tutto il resto è (cattiva) letteratura.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-8408032520404825470?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/8408032520404825470'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/8408032520404825470'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2009/05/intervista-marco-cavalli.html' title='Intervista a Marco Cavalli'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7564814170703801154.post-2304309938269483751</id><published>2009-01-28T12:47:00.000-08:00</published><updated>2010-02-19T12:41:50.665-08:00</updated><title type='text'>Intervista a Giovanni Succi.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;1. &lt;em&gt;Giovanni Succi, piemontese, lavora alle parole ed al suono dei Bachi da pietra, dal 2005. Così anche con i Madrigali magri, nel decennio 1994-2004. Nei suoi testi parole scelte con estrema cura, che si appigliano ad oggetti e gesti concreti. Un impianto ritmico-verbale che è stato definito oscuro, arcaico, poetico, blues, viscerale, essenziale, tekno… I Bachi da pietra sono molte cose, ma non ruffiani o rassicuranti. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;--------------------------------------------------------------------------------------&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Molte recensioni ai lavori dei Bachi da pietra stabiliscono una linea di confine: da una parte la musica, blues scarno ed essenziale; dall’altra i testi, componente poetica. Un po’ seguendo il criterio usato in passato per i Massimo Volume (per loro, rock sonico e poesia declamata).&lt;br /&gt;Nei tuoi testi, però, ci sono parole che bucano la cappa del conformismo abitudinario dei discorsi quotidiani e che, anche sussurrate, non restano inaudite.&lt;br /&gt;Certo, i suoni aspri, le ritmiche claustrofobiche, ma credo sia anche attraverso le parole che i Bachi da pietra si avvicinano allo spirito originale e provocatorio del rock’n’roll. Forse la pietra dello scandalo è lì, sono le parole a metterti in una posizione scomoda. Un’attitudine punk nel dire. Potrebbe essere?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Potrebbe essere. Ma il discorso è ben complesso. O l’arte non accomodante è tutta punk da sempre, o semplicemente quello che intendi per attitudine punk è una delle tante forme d’arte non accomodante. Parliamo d’arte ma c’è anche la filosofia: i cinici greci o Epicuro o Giordano Bruno, ...Nietzsche erano punk? Torniamo all’arte.&lt;br /&gt;Il punto credo stia nella scissione, tipicamente e storicamente italica, tra le culture che non hanno ancora realmente assunto il rock (inteso come espressione musicale contemporanea di radice popolare) nell’olimpo delle arti intese come espressione dell’uomo contemporaneo. Se non quando è il rock stesso a presentarsi didascalicamente in quel modo con orpelli pretenziosi, fingendosi altro, in modo inautentico. E’ vero, tanti gruppetti storicamente inutili fanno rock. Ma anche tanti imbrattatele fanno quadri: vogliamo non riconoscere per questo l’arte figurativa?&lt;br /&gt;Chi scrive di musica non ha cultura di lettere (men che meno contemporanee, se non al massimo anglofone – siamo una colonia) e chi scrive di lettere, relegato negli ambienti accademici, non ha la minima idea che possa esistere, in musica, qualcosa che vada al di là della classica contemporanea o di quello che passano radio e tv.&lt;br /&gt;Quando qualcuno unisce una coscienza culturale di entrambe le forme espressive, si accorge forse che quel che tento, con ardire colpevolmente spropositato, è il percorso impervio su un filo di congiunzione, che già esiste ed agisce sulle pagine, tra il medioevo e il Novecento. L’ambizione immodestissima è quello di portarlo nel nuovo millennio attraverso il sonoro quotidiano, della mia quotidianità. Un filo che unisca nella cultura di lingua volgare il trobar provenzale, Guittone d’Arezzo, Dante (nota bene: parole per musica), la linea cosiddetta ligure della poesia novecentesca, il sommo Caproni, Giovanni Giudici, da una parte. E il blues nella sua essenza, lo spirito del rock’roll e del punk, la teckno, l’elettronica per la musica, dall’altra.&lt;br /&gt;La pretesa è smisurata, me ne rendo conto. Io ci provo. Forgiare testi di valenza letteraria (passami l’espressione antipatica) evitando qualsiasi ridicolo barocchismo cattedratico o populismo retorico da quattro soldi; testi degni di un umile scrivente post caproniano, in grado di calzare perfettamente (come nella tradizione medievale che non scindeva le muse tra parola e suono) su scenari sonori a noi contemporanei ma non di estrazione classica, fatti con strumenti “primordiali” (tamburi, legni e corde), che si credono macchine. La mia formula principale è poi alla fine la reiterazione, che nell’arte è la chiave di volta di molte espressioni novecentesche (pensa al blues o alla pop art o alla house music, alla serialità). Allo stesso tempo lo è nelle culture arcaiche: nelle tribù indigene di ogni luogo e tempo, nella tradizione dei baccanali, nelle tarante, nelle danze masai. Questo faccio, senza approcci filologici. Provo a dire battendo un ritmo. Cerco umilmente, come il verme le stelle. Come tutti hanno cercato. Pasolini, Pavese, erano punk? Se punk è la formula magica, magari sì. Ma l’arte non accomodante è sempre esistita. Cerco parole autentiche e le cose autentiche difficilmente sono accomodanti. Le macino per giorni, anni, come limare la pietra. Le devo incastonare su una tekno faticosa fatta a braccia, in un tempo di declino tecnologico ed umano, e devono essere degne entrambe queste cose al massimo livello, nel loro ambito: tutto qui. Se questa cosa non ti arriva in faccia e non ti scava la pancia con un grammo di autenticità umana, ho fallito. Per questo dico: alla fine è pop (popular music).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Certo. Pensare la musica e le parole dei Bachi da pietra come due parti lontane sarebbe più accomodante e la “linea di confine” della premessa (la mia domanda) corrisponde alla “scissione, tipicamente e storicamente italica”.&lt;br /&gt;Ma insomma… forse ciò che rende unici i Bachi da pietra è proprio lo svelare al pubblico rock un arcano: il punk è una delle trasfigurazioni dell’arte non accomodante! In questo senso, il tuo “percorso impervio” è autenticamente nuovo per un sacco di persone.&lt;br /&gt;Mi hanno colpito anche queste tue frasi: “strumenti “primordiali” (tamburi, legni e corde), che si credono macchine” e “La mia formula principale è poi alla fine la reiterazione, che nell’arte è la chiave di volta di molte espressioni novecentesche”.&lt;br /&gt;L’allusione alle macchine mi fa pensare alla questione della tecnica. Non è neoluddismo, ma è che se tu suoni la chitarra in modo tecnico, come si dice al pub, sorseggiando una birra, suoni tale e quale Satriani o Clapton. Quel suonare “tale e quale”, equivale a dire: “tu sei ok proprio perché funzioni bene!” (il tipo di complimento che faresti, se fosse in grado di apprezzarlo, alla tua lavatrice).&lt;br /&gt;Anche considerando il tuo modo di suonare la chitarra (senza plettro, anche per l’elettrica, se ben ricordo…) direi che la tua, più che uno schema, è un’attitudine blues che ti permette un’apertura a nuove possibilità. Conoscere le istruzioni per l’uso e disattenderle, producendo qualcosa di inaspettato.&lt;br /&gt;L’altro elemento che apre nuovi spazi all’imprevisto sembra appunto l’iterazione, non come loop uguale a se stesso (che basterebbe un Boss dd-5), ma come spazio materiale che accoglie parole e deragliamenti chitarristici fruttuosi.&lt;br /&gt;Proprio in “Casa di legno”, brano formidabile, sembra che attraverso le metafore dei “giunti (che) non tengono”, delle “finestre che non si chiudono”, delle “misure sbagliate”, tu dia corpo all’impossibilità di adeguare la realtà out there, il mondo, ai nostri angusti schemi mentali (laddove impera la serialità meccanica come chiusura all’imprevisto).&lt;br /&gt;Insomma, tutta queste parole per dire che i Bachi da pietra sono uno dei pochi gruppi pop che non opprimono il loro pubblico con schematismi estetico-cerebrali. Una gran cosa ma, forse, anche un bel peso da portare in solitudine…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tuo giudizio e le tue considerazioni sono molto lusinghieri e, se non suonasse da parte mia autocelebrativo, ti direi che condivido in pieno. Lo incasso come un enorme complimento e ti ringrazio, anzi ti ringraziamo. Come ringraziamo il peso che portiamo. In realtà, credimi, quel peso è ben leggero. Tanto leggero che ci fa sentire liberi di portarlo e felici della fatica. Sarebbe opprimente e impraticabile un peso inautentico e fittizio.&lt;br /&gt;Quanto a Casa di legno, mi piace molto la tua lettura, ma contiene anche un invito di segno diverso, molto semplice se vuoi: fai di tutto per tentare di rimediare agli eventi, agli errori, all’azione del tempo. Lotta contro gli elementi e le leggi fisiche che senza malizia si oppongono e ti umiliano. Se proprio tutto sfugge, è forse perché quella cosa non sta davvero più in piedi in nessun modo. Allora, nonostante tutto il lavoro, renditi libero dal tuo scopo, abbi il coraggio di arrenderti e di darle fuoco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il mio complimento nasce da una descrizione della vostra musica.&lt;br /&gt;Ciò che dici su “Casa di legno” mi ricorda le parole della sfinge descritta da leopardi (“anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”).&lt;br /&gt;Ma, per proseguire, rispetto all’esperienza con i Madrigali Magri mi sembra che con i Bachi da pietra sia un po’ in ombra la componente malinconica di pezzi come “Parti non mie”, “Nuova casa”, “Giorno e notte” travolta da una ritmica compatta e ruvida (meno blues e più tekno, in “Tarlo terzo”). Nei testi si avverte in misura minore l’incanto del distacco (c’è forse più rabbia ora?). Stiamo parlando di due gruppi e periodi diversi, ma ritieni che quel sentimento sia oggi più difficile da testimoniare attraverso un (tuo) brano?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo che invecchiando il pudore per la propria condizione personale guadagni terreno nei confronti della tentazione ad esprimerla. Se ci fai caso la terza persona singolare ha quasi definitivamente soppiantato la prima persona nei testi. Cerco di centellinare il pronome “io”, implicito o esplicito, il più possibile. Non c’è più rabbia... C’è sicuramente più consapevolezza. Questo non significa che attraverso altri io rinunci a parlare della mia esperienza personale. Del resto, quella personale, è l’unica esperienza possibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;“Son giunto alla disperazione&lt;br /&gt;calma, senza sgomento”.&lt;br /&gt;Consapevolezza è anche percepire parole come quelle di Caproni. Un “noi” che prende corpo e ci unisce a chi è venuto prima, a chi ci sta a fianco, a chi verrà.&lt;br /&gt;Per dire qualcosa è necessario poter uscire dal delirio solipsistico?&lt;br /&gt;O meglio, come ha sostenuto Alfonso Berardinelli riferendosi a molti (aspiranti) poeti odierni: “l'autore s'illude su se stesso e soprattutto non ha letto altri poeti, non abbastanza, o non li ha capiti, non è in grado di rendersi conto di quello che sta facendo e di quello che in poesia è stato fatto (…) Gli autori stessi non scrivono con la passione di essere letti. Scrivono in una specie di trance narcisistica, in uno strano dormiveglia della mente, in cui non nascono né vere visioni né veri pensieri”.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non conoscevo Berardinelli; ho talmente condiviso la tua citazione che non ho potuto fare a meno di informarmi. Mi procurerò i suoi libri. Molto interessante la disputa con alcuni interlocutori sul blog Nazione Indiana di un paio di anni fa. Ti ringrazio per queste occasioni di approfondimento e confronto. Che dire sui poetastri del bel paese… Li dipinge un verso fantastico di Zanzotto (cito a braccio) “…l’amorosa folla dei degusta-pollini e spossa-midolla”.&lt;br /&gt;Vogliamo sparare sulla croce rossa? Porelli. Masticano il poetichese, si sentono puri, si innamorano di sé stessi ispirati ed incompresi, tagliano i finali alle parole, invertono nome e aggettivo, vanno a capo… Bastano a sé stessi, e se questo gli riesce, c’è da ammettere che si accontentano di poco. Insomma si danno da fare. Tranne sul fronte della lettura, per una neanche troppo tacita presunzione di essere infondo già così, dei veri fenomeni. In realtà credo che il punto sia non solo pigrizia e ignoranza…; probabilmente non reggerebbero all’urto della propria nullità in un qualsiasi raffronto di cui fossero consci: sarebbe schiacciante. Gli si romperebbe il giocattolo. Tutti i più grandi si sentivano imberbi al cospetto di qualcuno. Loro no. Infatti di solito non hanno mai un poeta preferito che possano dire di conoscere veramente a fondo.&lt;br /&gt;Tipi così ne ho conosciuti molti. Nel 1988 insieme a Marco Drago, Gianrico Bezzato e altri, fotocopiavamo una fanzine di letteratura che gravitava intorno ad un locale di Cassinasco, (colline introno a Canelli, provincia di Asti, luogo molto ricorrente in Pavese) e ne portava il nome: “Il Maltese”. Tra l’altro è il primo locale dove feci il mio primo concerto nel 1985 o giù di lì. Poi la rivista nata per gioco crebbe ed ebbe fortuna, arrivò nelle librerie, ne uscirono nomi noti, Drago, Matteo Galiazzo ecc. Ma il punto è che di aspiranti poeti ce ne sono passati per le mani veramente tanti. Inutile dire che i più tremendi erano sempre i più pretenziosi. Però devo ammettere: grazie a questi casi così turpi ho imparato abbastanza presto cosa evitare come la peste. Con questo aggiungo che i miei scritti di allora mi imbarazzano oggi non poco, tranne giusto un paio. Esiste poi in Italia (all’estero non so) tutto un circuito di case e casette editrici che ti stampano il libro a patto che tu te ne compri mille copie: solitamente bandiscono concorsi farlocchi attraverso riquadri sulle pagine dei quotidiani. I vincitori (tutti) hanno diritto a stampare il libro con il dovere contrattuale di acquistarselo. Tu non immagini, credo, la miriade di aspiranti poeti dagli esiti meno che dozzinali che riescono a pubblicare. Spassosissimo. Cani sognanti col costume carnevalesco da Leopardi, per lo più. Oppure quelli della serie ogni singola parola a capo, che fico! Una volta ne tenevo esempi: …poi gli spazi in casa sono stretti, immagina che fine ha fatto la galleria degli orrori.&lt;br /&gt;Un episodio credo emblematico di tenero aspirante poeta italiaota, di non troppo tempo fa: in un dopo concerto, un giovane aspirante poeta, con l’aria da perfetto giovane aspirante poeta, imbastisce con me un discorso ardente e claudicante sul tema che lui è un poeta. Candido come un cucciolo, al culmine dell’ardore, tra un cespite di D’Annuzio e uno di Godano, mi rivela con fierezza che lui non legge, anzi legge il meno possibile: per non contaminare la purezza della sua ispirazione. Poi di cosa parlasse la sua ispirazione di preciso non sapeva dire. Emozioni… Sensazioni… Chi lo sa. Un altro che va dove lo porta il cuore.&lt;br /&gt;E qui veniamo al secondo punto della tua citazione, che è basilare: “…né vere visioni né veri pensieri”.&lt;br /&gt;Sulla scia dell’insegnamento di quelli che tradisco come miei maestri (diversi, in ogni epoca) l’intento della mia dizione sarebbe grossomodo quello di evitare l’astrazione fine a se stessa nel testo poetico, cercando di cacciarlo giù nel mondo a forza, costringendolo ad appigliarsi ad immagini oggettuali con un linguaggio letterariamente anti-letterario e liricamente anti-lirico. Già Leopardi lamentava al tempo suo che ai poeti la musa non portava più la lima. La lima, strumento umilissimo, è essenziale. Il risultato dell’immediatezza lo si ottiene a fatica, non è dato in natura nella lingua italiana. Se quel che voglio dire non prende ad un certo punto una forma acuminata, non si ficcherà mai nella pancia di nessuno, tanto meno se corazzato: piuttosto lascio perdere. Del resto ai Bachi Da Pietra non interessa far strage di innocenti; ad infilzare i tardo adolescenti ci sono cento validissimi Jovanotti e migliaia di Piero Pelush.&lt;br /&gt;Quindi sul testo (ma direi che la ricetta è la stessa per la musica) fitto lavorio per la massima sintesi, efficacia e precisione, vigilanza alla concretezza degli oggetti, tolleranza zero (espressione simbolo di un Paese che in realtà tollera praticamente tutto) verso termini o espressioni libresche o appartenenti a codici comunicativi interferenti (il poetichese, il burocratichese… Nella canzone “Non io” uso volutamente una formula commercial-burocratica nel passo “gentile regime…”: un esempio di interferenza ricercata in un contesto preciso per uno scopo preciso).&lt;br /&gt;Il testo deve avere un obiettivo in partenza nell’intento dell’autore e lì deve portare chi ascolta, non può essere un volo pindarico tra le nuvolette a caccia di farfalle bizzarre e poi vediamo se ne prendo una bella te la regalo se no cippa. Non si fa così con qualcuno che decide di donarti attenzione perché se lo fa ne ha bisogno, chiunque sia. Non intendo essere un degusta-pollini, tanto meno uno spossa-midolla. Non intendo abusare della fiducia di chi mi si affida nel momento del bisogno. Certo se si aspetta che lo si prenda per mano e gli si racconti una bella fiaba nel paese dei balocchi ha solo semplicemente sbagliato numero. Riattacchiamo.&lt;br /&gt;Spero sia chiaro allora quanto fuori luogo sia l’attributo “ermetico” riferito alla mia scrittura; non che mi offenda, è semplicemente un attributo a sproposito che quasi nessuno evita di usare: l’ermetismo è un periodo della poesia Novecentesca circoscritto agli anni Trenta o poco più, ben delineato nei tempi e nei modi, che nulla ha a che vedere con il mio stile e i miei obiettivi espressivi: anzi, l’idea di linguaggio iniziatico petrarchescamente selezionato, neo arcadico, che ne è fulcro, sta praticamente agli antipodi di quel che produco, nel bene e nel male. Ma ok: non tutti possono essere al corrente del fatto che i manuali scolastici ficcano alla fine tutto a forza nell’ermetismo solo per facilitare l’esame di maturità e poi ci sono le vacanze e fine della Storia. Me ne rendo conto. Però chi scrive dovrebbe informarsi sui termini che usa se non ne è certo, oppure evitarli. Lo sapevano già ai tempi delle tavolette scolpite che la scrittura rimane nel tempo a farsi giudicare, non sparisce, tanto meno nell’era della rete.&lt;br /&gt;Ad esempio non scriverei mai di calcio: distinguo i colori delle maglie e li associo ai nomi delle principali squadre, seguo qualche partita dei mondiali..., ma la mia cultura calcistica si ferma lì. Figurati di pallacanestro.&lt;br /&gt;Quanto ho divagato, ti chiedo scusa. Qualcuno potrebbe osservare che stiamo dissertando di questioni fuori luogo, dal momento che il sottoscritto si presenta come un compositore di canzoni che pubblica brani invece di libri, associati alla musica, all’oralità della parola, e li esegue dal vivo sui palchi percuotendo una chitarra elettrica, non dentro le librerie nei readings, con aria accademica, frusciando carta.&lt;br /&gt;Qualcun altro potrebbe replicare che nei primi due secoli del millennio scorso, agli albori letterari della nostra lingua madre, questa con-fusione di musica e musa sarebbe stata del tutto normale (…elettrica a parte). La canzone provenzale che arriva fino a Dante era canzone. Lo erano i canti di gesta. Lo furono ancora i madrigali. Poi alla musa poetica solo più carta, con l’invenzione della stampa. Colpo di scena: secondo millennio. La lingua muta. La stampa perde terreno. Tu ed io stiamo comunicando in pixel a forma di lettere attraverso una sfilza di zeri e di uno incastonati in impulsi via cavo.&lt;br /&gt;Chi può dire dove il vento sparge le ceneri infinite dell’araba fenice. Ovunque rinasca, potrebbe essere lei. Degna. Indegna. Sempre la stessa. Mai uguale. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;P&lt;strong&gt;er saperne ancora:&lt;/strong&gt; &lt;a href="http://www.succi.it/mm/"&gt;http://www.succi.it/mm/&lt;/a&gt; &lt;strong&gt;e &lt;/strong&gt;&lt;a href="http://www.bachidapietra.com/"&gt;http://www.bachidapietra.com/&lt;/a&gt; &lt;strong&gt;.&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7564814170703801154-2304309938269483751?l=massimofontana.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/2304309938269483751'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7564814170703801154/posts/default/2304309938269483751'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://massimofontana.blogspot.com/2009/01/massimo-fontana-intervista-giovanni.html' title='Intervista a Giovanni Succi.'/><author><name>mf</name><uri>http://www.blogger.com/profile/04779144403395972323</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='29' src='http://2.bp.blogspot.com/_oXX5HF_TXfg/SSNRzDO86tI/AAAAAAAAAAM/aj8u4CQhw6Y/S220/100720081158-001.jpg'/></author></entry></feed>
