7. Giuseppe (Bepi) De Marzi, Vicentino, compositore, direttore di coro e organista. De Marzi è uno dei maggiori compositori nell'ambito della musica d'autore di ispirazione popolare ed è conosciuto in tutto il mondo. Dopo i diplomi in organo e composizione organistica, pianoforte e gli studi di direzione e composizione si è dedicato alla musica da camera e al basso continuo diventando, dal 1978 fino al 1998, organista e clavicembalista de I Solisti Veneti. Insegnante al Conservatorio di Padova dal 1976. Ha fondato il coro maschile I Crodaioli nel 1958. Sue sono pagine celebri come “Signore delle cime”, “Sanmatio”, “Benia Calastoria”,”Improvviso”, “Joska la rossa”. Ha collaborato con padre David Maria Turoldo nella elaborazione dei Salmi per la liturgia.
Che effetto le fa questa generazione facebook, dedita all’amicizia in pixel via cavo? Per un appassionato della montagna sarebbe un po’ come accontentarsi di vedere qualche foto senza andarci mai…
Premetto che la mia passione non è proprio la montagna, bensì la poesia infinita della campagna. Poi, amo le città, anche le più grandi e le più lontane. Ho vissuto tanto a Milano, e ci tornerei se ci fosse meno berlusconismo, se non si incontrasse ovunque, frequentando da credente anche le chiese, l’interessato cristianesimo di Comunione e Liberazione. Mi piacerebbe vivere a Parigi, o a Berlino, oppure in una qualsiasi città del Grande Nord. L’amicizia “via cavo” è la nuova speranza per le future generazioni. Ma per ora funziona solo... via cavo. Ho notato che quando ci si incontra di persona tutto si sgonfia, anche nei progetti amorosi. Bisognerà essere più sinceri e soprattutto cercare altri linguaggi.
C’erano tempi in cui le famiglie si radunavano a casa anche per cantare. Nonni, madri, padri, giovani e bimbi. Eppoi l’epoca in cui viviamo, un malinconico “luogo da cui non giunge suono” come cantò Giovanni Lindo Ferretti; ma è anche tempo di rumore e frastuono. Come ci sta un artista ed un uomo come lei (se ci sta)?
Leggo i tempi e non ho nostalgie. Le famiglie “radunate in casa o a filò” mi ricordano la miseria. Ormai, a cantare in famiglia sono soltanto gli abitatori dei masi sudtirolesi, dato il loro forzato isolamento. Ma ho ascoltato con meraviglia, e un po’ di invidia, i finlandesi suonare e far coretti proprio in casa, in gruppi interfamigliari, nelle infinite notti invernali.
Anche Ghandi era convinto che nella formazione umanistica dei bambini e dei giovani dovesse esserci innanzitutto la musica. Immagino che lei sia d’accordo e, se sì, in che modo farebbe entrare di più l’educazione alla musica nelle scuole elementari, medie, medie superiori?
In Italia, con le didattiche ufficiali, è impossibile. L’uso del flauto dolce ha vanificato ogni speranza, ha impigrito gli insegnanti. E gli studenti si immalinconiscono con questo inutile “fìu-fìu”. Più che di produttori di suoni abbiamo bisogno di ascoltatori coscienti, preparati, desiderosi di scoprire, di emozionarsi. Noto con piacere che c’è un ritorno ai piccoli complessi e alla creatività. Ma non bisogna tendere solo alla speranza di farsi notare, al successo commerciale. I Consevatori di Musica dispensano illusioni e creano disoccupati. Il “consumo” della musica, di tutta la musica, sta scomparendo. Mancano anche dei modelli giovanili, mancano i... Beatles! Ma ci sono formazioni sperimentali che possono allargare lo spazio della partecipazione. Il momento, però, è molto preoccupante, oserei dire disperato.
Già che ci siamo, gli ultimi cinquant’anni sono stati segnati anche da un fenomeno particolare, la musica rock …
Inizialmente aveva due strutture armoniche come dire due giri armonici, del blues e del song, con successioni accordali consolidate, sulle quali si notavano ottime e molto consapevoli improvvisazioni. Un po' come negli stereotipi della musica "barocca", dove io mi ero specializzato nel basso continuo, ma, proprio per la struttura, per la quantità delle misure, sempre multiple di 4, fino a 32 per un periodo, chiamata impropriamente classica.
Vitaliano Trevisan, nel suo ultimo libro, ha ricordato il valore del dialetto come linguaggio di verità legato alla terra e ai sentimenti che legano nell’intimità e nella quotidianità. Il timore è quello di una lingua italiana astratta e lontana dalla realtà (forse agganciata alle diverse realtà virtuali); a una lingua così svuotata si potrebbe già preferire l’inglese, che per la TV in digitale ed il web è anche più spendibile (perché poi il paradigma è quello). Ora ci si mettono anche i “politici legati alle tradizioni”, che vorrebbero salvaguardare il dialetto veneto unico con un’operazione ideologica e, ancora una volta, slegata dal reale. Potrebbe essere anche un modo per distruggere quello che resta dei dialetti veneti?
Per le parlate locali non ci sarà che da celebrarne il funerale quando entreranno nella scuola come materia obbligatoria. Sono cadute nelle mani dei politici improvvisati, degli ambiziosi che si impossessano di tutte le istituzioni pubbliche. Eccoli a ripetere le stesse idiozie sull’identità, eccoli tutti a ripetere ossessivamente l’importanza del “territorio”. E io vorrei proporre almeno una decina di sinonimi meno generici. Oggi, la felicità non viene dal dialetto, bensì dalla conoscenza delle lingue del mondo. Non è immaginabile un futuro senza che si parli l’inglese, il tedesco, lo spagnolo. Noi italiani siamo agli ultimi posti nella conoscenza delle lingue. I poveracci che mirano al ricupero del dialetto, che lo parlano ostentatamente anche nei Consigli comunali, a casa parlano in italiano al gatto o al nipotino di due mesi. I dialetti non si insegnano: si usano quando capita e basta. Quei mentecatti che li vorrebbero parlati dagli stranieri che sono qui da noi in cerca di lavoro, non sanno quanto sia idiota la loro proposta davanti al mondo, con le migrazioni ormai inarrestabili.
Me li direbbe alcuni di quei sinonimi meno generici di territorio?
La nostra zona di vita, il comprensorio, l'area, l'ambiente, lo spazio della provincia, del comune, della regione, la competenza regionale, il suolo, dentro i confini, i confini naturali, la zona di residenza, la caratteristica sociale, la sensibilità ambientale, delle tradizioni locali... e potrei continuare, ma irreparabilmente prevarrà il generico "territorio". Ho sentito La Russa assicurare che "non daremo le chiavi del nostro territorio per le operazioni in Libia"; che volesse dire l'Italia? Oggi, però, abbiamo cominciato a bombardare anche noi, con degli scopi perversi e facili da individuare: lo svuotamento e il rinnovamento degli arsenali militari, il petrolio, il gas, la torta da spartire con le ricostruzioni dopo la guerra... Una specie di canagliesco neocolonialismo, insomma.
Recuperando un po’ la speranza, o almeno tenendola viva: cosa la rende(rebbe) fiero d’essere veneto o vicentino in particolare?
Non ho proprio fierezze da esibire. Mi sento soprattutto cittadino del mondo. Per me, il passaporto da mostrare a una frontiera è un’umiliazione, lo è sempre stato. E il mondo l’ho girato tutto. Per dire della grandezza del Veneto basterebbe Vivaldi con la folle unicità di Venezia. Per dire della poesia vicentina basterebbe Mario Rigoni Stern. La nostra arguzia è Meneghello. La nostra libertà è Goffredo Parise. Il nostro controverso sentimentalismo è Fogazzaro. Ma la nostra vera identità è tutta nei cuori, nei gesti, nella serietà, nella bellezza, nella generosità, nella dolce malinconia e nella fede dei nostri emigrati sparsi nel mondo.
Candido, il personaggio immaginato da Voltaire, dopo aver girato il mondo e visto ogni genere di nefandezze e miserie, si risolve a coltivare il proprio orticello, senza troppe pretese, ormai persuaso del fatto che non “tutto va per il meglio” a questo mondo. Potendo farlo, gli direbbe qualcosa per fargli cambiare idea?
A Candido parlerei di Cunegonda. Dopo averla tanto inseguita, compie l’idiozia di sposarla quando ormai è una specie di megera noiosa e intrattabile. Voltaire intendeva spiegarci il ridicolo del cosiddetto amore eterno e della strampalata invenzione della famiglia. Anche nei Promessi sposi assistiamo all’ingenuo rincorrersi dei due giovani che forse non si amano. Ma a confortarci c’è la stupenda lingua manzoniana che i soliti poveracci vorrebbero sopprimere perché “lingua coloniale”. A Candido suggerirei di mandare al diavolo Cunegonda per formare, con Pangloss, Martino e Cacambo, un quartetto di anarchici per rompere le scatole al sistema. E non smettere mai di pensare.
Premetto che la mia passione non è proprio la montagna, bensì la poesia infinita della campagna. Poi, amo le città, anche le più grandi e le più lontane. Ho vissuto tanto a Milano, e ci tornerei se ci fosse meno berlusconismo, se non si incontrasse ovunque, frequentando da credente anche le chiese, l’interessato cristianesimo di Comunione e Liberazione. Mi piacerebbe vivere a Parigi, o a Berlino, oppure in una qualsiasi città del Grande Nord. L’amicizia “via cavo” è la nuova speranza per le future generazioni. Ma per ora funziona solo... via cavo. Ho notato che quando ci si incontra di persona tutto si sgonfia, anche nei progetti amorosi. Bisognerà essere più sinceri e soprattutto cercare altri linguaggi.
C’erano tempi in cui le famiglie si radunavano a casa anche per cantare. Nonni, madri, padri, giovani e bimbi. Eppoi l’epoca in cui viviamo, un malinconico “luogo da cui non giunge suono” come cantò Giovanni Lindo Ferretti; ma è anche tempo di rumore e frastuono. Come ci sta un artista ed un uomo come lei (se ci sta)?
Leggo i tempi e non ho nostalgie. Le famiglie “radunate in casa o a filò” mi ricordano la miseria. Ormai, a cantare in famiglia sono soltanto gli abitatori dei masi sudtirolesi, dato il loro forzato isolamento. Ma ho ascoltato con meraviglia, e un po’ di invidia, i finlandesi suonare e far coretti proprio in casa, in gruppi interfamigliari, nelle infinite notti invernali.
Anche Ghandi era convinto che nella formazione umanistica dei bambini e dei giovani dovesse esserci innanzitutto la musica. Immagino che lei sia d’accordo e, se sì, in che modo farebbe entrare di più l’educazione alla musica nelle scuole elementari, medie, medie superiori?
In Italia, con le didattiche ufficiali, è impossibile. L’uso del flauto dolce ha vanificato ogni speranza, ha impigrito gli insegnanti. E gli studenti si immalinconiscono con questo inutile “fìu-fìu”. Più che di produttori di suoni abbiamo bisogno di ascoltatori coscienti, preparati, desiderosi di scoprire, di emozionarsi. Noto con piacere che c’è un ritorno ai piccoli complessi e alla creatività. Ma non bisogna tendere solo alla speranza di farsi notare, al successo commerciale. I Consevatori di Musica dispensano illusioni e creano disoccupati. Il “consumo” della musica, di tutta la musica, sta scomparendo. Mancano anche dei modelli giovanili, mancano i... Beatles! Ma ci sono formazioni sperimentali che possono allargare lo spazio della partecipazione. Il momento, però, è molto preoccupante, oserei dire disperato.
Già che ci siamo, gli ultimi cinquant’anni sono stati segnati anche da un fenomeno particolare, la musica rock …
Inizialmente aveva due strutture armoniche come dire due giri armonici, del blues e del song, con successioni accordali consolidate, sulle quali si notavano ottime e molto consapevoli improvvisazioni. Un po' come negli stereotipi della musica "barocca", dove io mi ero specializzato nel basso continuo, ma, proprio per la struttura, per la quantità delle misure, sempre multiple di 4, fino a 32 per un periodo, chiamata impropriamente classica.
Vitaliano Trevisan, nel suo ultimo libro, ha ricordato il valore del dialetto come linguaggio di verità legato alla terra e ai sentimenti che legano nell’intimità e nella quotidianità. Il timore è quello di una lingua italiana astratta e lontana dalla realtà (forse agganciata alle diverse realtà virtuali); a una lingua così svuotata si potrebbe già preferire l’inglese, che per la TV in digitale ed il web è anche più spendibile (perché poi il paradigma è quello). Ora ci si mettono anche i “politici legati alle tradizioni”, che vorrebbero salvaguardare il dialetto veneto unico con un’operazione ideologica e, ancora una volta, slegata dal reale. Potrebbe essere anche un modo per distruggere quello che resta dei dialetti veneti?
Per le parlate locali non ci sarà che da celebrarne il funerale quando entreranno nella scuola come materia obbligatoria. Sono cadute nelle mani dei politici improvvisati, degli ambiziosi che si impossessano di tutte le istituzioni pubbliche. Eccoli a ripetere le stesse idiozie sull’identità, eccoli tutti a ripetere ossessivamente l’importanza del “territorio”. E io vorrei proporre almeno una decina di sinonimi meno generici. Oggi, la felicità non viene dal dialetto, bensì dalla conoscenza delle lingue del mondo. Non è immaginabile un futuro senza che si parli l’inglese, il tedesco, lo spagnolo. Noi italiani siamo agli ultimi posti nella conoscenza delle lingue. I poveracci che mirano al ricupero del dialetto, che lo parlano ostentatamente anche nei Consigli comunali, a casa parlano in italiano al gatto o al nipotino di due mesi. I dialetti non si insegnano: si usano quando capita e basta. Quei mentecatti che li vorrebbero parlati dagli stranieri che sono qui da noi in cerca di lavoro, non sanno quanto sia idiota la loro proposta davanti al mondo, con le migrazioni ormai inarrestabili.
Me li direbbe alcuni di quei sinonimi meno generici di territorio?
La nostra zona di vita, il comprensorio, l'area, l'ambiente, lo spazio della provincia, del comune, della regione, la competenza regionale, il suolo, dentro i confini, i confini naturali, la zona di residenza, la caratteristica sociale, la sensibilità ambientale, delle tradizioni locali... e potrei continuare, ma irreparabilmente prevarrà il generico "territorio". Ho sentito La Russa assicurare che "non daremo le chiavi del nostro territorio per le operazioni in Libia"; che volesse dire l'Italia? Oggi, però, abbiamo cominciato a bombardare anche noi, con degli scopi perversi e facili da individuare: lo svuotamento e il rinnovamento degli arsenali militari, il petrolio, il gas, la torta da spartire con le ricostruzioni dopo la guerra... Una specie di canagliesco neocolonialismo, insomma.
Recuperando un po’ la speranza, o almeno tenendola viva: cosa la rende(rebbe) fiero d’essere veneto o vicentino in particolare?
Non ho proprio fierezze da esibire. Mi sento soprattutto cittadino del mondo. Per me, il passaporto da mostrare a una frontiera è un’umiliazione, lo è sempre stato. E il mondo l’ho girato tutto. Per dire della grandezza del Veneto basterebbe Vivaldi con la folle unicità di Venezia. Per dire della poesia vicentina basterebbe Mario Rigoni Stern. La nostra arguzia è Meneghello. La nostra libertà è Goffredo Parise. Il nostro controverso sentimentalismo è Fogazzaro. Ma la nostra vera identità è tutta nei cuori, nei gesti, nella serietà, nella bellezza, nella generosità, nella dolce malinconia e nella fede dei nostri emigrati sparsi nel mondo.
Candido, il personaggio immaginato da Voltaire, dopo aver girato il mondo e visto ogni genere di nefandezze e miserie, si risolve a coltivare il proprio orticello, senza troppe pretese, ormai persuaso del fatto che non “tutto va per il meglio” a questo mondo. Potendo farlo, gli direbbe qualcosa per fargli cambiare idea?
A Candido parlerei di Cunegonda. Dopo averla tanto inseguita, compie l’idiozia di sposarla quando ormai è una specie di megera noiosa e intrattabile. Voltaire intendeva spiegarci il ridicolo del cosiddetto amore eterno e della strampalata invenzione della famiglia. Anche nei Promessi sposi assistiamo all’ingenuo rincorrersi dei due giovani che forse non si amano. Ma a confortarci c’è la stupenda lingua manzoniana che i soliti poveracci vorrebbero sopprimere perché “lingua coloniale”. A Candido suggerirei di mandare al diavolo Cunegonda per formare, con Pangloss, Martino e Cacambo, un quartetto di anarchici per rompere le scatole al sistema. E non smettere mai di pensare.

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