6. Marina Terragni, milanese, giornalista. Editorialista per "Io donna-Corriere della sera", "Il Foglio", "Via Dogana". Opinionista in trasmissioni tv e radiofoniche Rai e La 7. Autrice di un saggio sulla condizione delle donne nella Chiesa ("Vergine e piena di grazia", Gammalibri) e di un libro-intervista con Vittorino Andreoli ("E vivremo finalmente liberi dall'ansia", Rizzoli). Il suo ultimo libro è “La scomparsa delle donne” (Mondadori). Ha lavorato per "Europeo", "Epoca", "Panorama mese", "Linus", "Anna", per il quotidiano "Reporter" e per numerose altre testate.
Negli ultimi anni si assiste al tramonto di un certo ruolo maschile nella società moderna occidentale, quello del padre padrone. Voi femministe chiamate questo “fine del patriarcato”. Difficile non notare come, e soprattutto dove, questo mutamento sia avvenuto, ovvero: nell’ambito di società democratiche che hanno permesso la maturazione di un dissenso femminile che ha potuto trasformarsi in rivendicazione di nuovi diritti. Ora, se bolliamo come fallogocentriche anche la democrazia e il diritto, non rischiamo di sottovalutare degli strumenti che hanno giovato anche alla libertà femminile?
La libertà femminile esiste anche in assenza di democrazia e di diritti. Ci sono figure, come quelle di Penelope –più prigioniera di così non si può- che sono state rilette nella chiave della loro libertà (v.Adriana Cavarero, Nonostante Platone). Jane Austen non votava, ma era libera. Gli enormi mutamenti prodotti dal movimento delle donne non ha avuto bisogno di rappresentanti elette nelle istituzioni rappresentative. Questo per dire che il rapporto tra libertà e protagonismo politico femminili e democrazia è dialettico e complesso. Il patriarcato muore in ogni luogo in cui una donna sa dire il suo desiderio.
Le difficoltà della democrazia sono sotto gli occhi di tutti, e l’irruzione delle donne nello spazio pubblico è stato uno dei principali se non il principale fattore di criticità. Se la madre compare nello spazio pubblico con la sua soggettività politica, è fatale che il meccanismo inventato dagli uomini per tenere a bada la potenza materna, per tenere fuori le donne (Habermas) riveli tuta la sua inadeguatezza. Ciò detto, oggi con la democrazia (rappresentanza, etc.) vanno trovate le necessarie mediazioni, che io vedo essenzialmente nelle relazioni politiche tra donne e uomini. Tenendo però sempre gli occhi puntati a qualcos’altro che va inventato, a partire dall’idea della bisessuazione e della differenza.
Se di “fine del patriarcato” si può parlare, mi pare improbabile che la famiglia possa reggere ad un urto del genere. È una cosa auspicabile che si passi ad altri modelli di convivenza secondo lei? E quali?
Questa è una domanda che io giro agli uomini: si può essere padri fuori dal patriarcato? Si possono intrecciare con le donne e con i bambini relazioni fuori dal dominio? Mi pare che molti giovani uomini stiano facendo tentativi interessanti in questa direzione. Questo potrebbe portare a mutamenti profondi nella struttura familiare, anche nel suo portato psicologico –Edipo, ecc.). Nei giovani, molti dei quali provengono da fallimenti familiari, io vedo forte il desiderio di un proprio nucleo affettivo, insieme a quello di una rete di relazioni amicali che fornisca una rete di sostegno in aggiunta a quella delle famiglie d’origine, con cui i legami vengono mantenuti vivi a lungo (anche per ragioni economiche). Mi pare che la critica feroce della famiglia abbia oltrepassato il suo climax. I ragazzi hanno capito che l’alternativa alla famiglia è la solitudine, che non si è inventato altro. E la solitudine è molto temuta.
L'estinzione di una figura maschile ben identificata sarebbe anche la fine di quella femminile e della differenza. Non dimentichiamo che la tecnoscienza permette, e permetterà sempre più, a coppie gay di avere figli e non è detto che non si possa fare a meno della madre del tutto (le mamme single già possono fare senza il padre). Più che il “tuttofemmina” il futuro potrebbe riservarci un mondo in cui il sesso al quale appartieni non sarà così importante, più che differenza, potrebbero esserci individualismo e indifferenza. Donne ed uomini potranno avere figli senza un compagno, una compagna di vita; oppure potranno unirsi tra persone dello stesso sesso; oppure un uomo potrà cambiare sesso per unirsi nuovamente ad un uomo, qualcuno che condivide comunque il suo sesso originale. Tutto questo assomiglia ad una negazione definitiva della differenza, dell’incontrare e convivere con l’altro da te. Magari le cose non andranno così, il futuro non lo può prevedere nessuno, per fortuna, ma dobbiamo tenere presenti certi rischi?
Non lo credo. La scienza va dove la spingiamo ad andare, e non credo che stiamo spingendo in direzione della partenogenesi. Vedo una rivalutazione del legame e una maggiore accettazione del limite che il legame comporta. In tanti temi biopolitici stiamo assistendo a una marcia indietro: il laicismo del testamento biologico, dell’eutanasia, della preselezione dell’embrione sta perdendo terreno. Si rivaluta, in compenso, il senso della relazione, il twilight del dubbio e dell’ombra, l’accettazione dell’errore. Genitorialità come quelle di Elton John, che dichiara guerra alla potenza materna e taglia con violenza il corpo a corpo tra il bambino e la madre, suscitano profonde reazioni. Si intuisce che qui si stanno toccando dei fondamentali, e cresce il senso di ripugnanza e di rivolta. Le tecniche di fecondazione assistita continueranno a rendere possibili le genitorialità omosessuali (anche se va detto che tra la maternità lesbica e la paternità gay non vi è simmetria), ma le famiglie arcobaleno resteranno residuali. Ciò che è possibile, semmai, è che il proprio orientamento omosessuale non impedisca a un uomo di fare famiglia insieme a una donna, e viceversa. Che la sessualità venga “esternalizzata” rispetto al nucleo genitoriale e familiare.
Il filosofo Richard Rorty, nel 1991, propone alle femministe di assumere il pragmatismo, e non il realismo, come caratterizzazione filosofica. Per lui con il femminismo è come per i primi cristiani, per il movimento socialista ed altri movimenti storici che hanno cambiato la nostra società in qualcosa di diverso da ciò che era prima. Insomma è preferibile pensare ad una nuova autorità semantica piuttosto che andare alla ricerca di nuove basi metafisiche che certifichino la diversità femminile. Dire cose inaudite, non sostenere “che i punti di vista hanno degli organi genitali”. Ovviamente Rorty riconosce un’importanza limitata alla caratterizzazione filosofica del movimento femminista, perché il femminismo è un fenomeno che ha una valenza sociale a prescindere da una possibile sfumatura filosofica (pragmatista o realista che sia). Questo lungo preambolo, me ne scuso, è solo uno spunto. Vorrei chiederle se non ritiene che le femministe della differenza potrebbero abbracciare una battaglia persa tentando di riscrivere la mistica e la cosmogonia in senso femminista. O si tratta forse un’esigenza dettata dalla necessità di andare a monte, prescindendo da ogni forma di logos maschile?
Non ho capito bene la domanda. Non mi pare ci sia il desiderio di una cosmogonia femminista, non lo incontro. Il desiderio è quello di una libera significazione della propria esistenza che non prescinda dal fatto di essere donna, e che anzi ne faccia il fondamento (corporeo e spirituale). Quello di una fine dell’Assoluto maschile. Che il femminile delle donne, e anche quello degli uomini, oppresso, negato e massacrato, possa correre liberamente nel mondo e rimetterlo al mondo. Luisa Muraro fa spesso riferimento ai primi cristiani e alla loro rivoluzione simbolica come a un esempio su cui tenere gli occhi. Se per autorità semantica intende questo, il pensiero della differenza sessuale vi corrisponde.
Temo sempre che a considerare la ragione come nemica s'imbarchino amici come Martin Heidegger, per esempio, che ha affascinato molti dei nostri docenti e pensatori progressisti e che si è a lungo dilettato con mistica, ontologia,pensiero poetante e tutto un corredo di parole epocali e terminali. Donnecome Hannah Arendt, Jeanne Hersch o Roberta de Monticelli hanno sentito lanecessità di prendere le distanze da certi pensatori, e da un simileatteggiamento in generale, e credo che l'abbiano fatto perché quel tipo di slanciomistico è sempre ad un passo dalla mistificazione, un linguaggio che si attorciglia su se stesso per negare ogni conquista occidentale (umanesimo, democrazia, razionalità). Mi dico che è impossibile che una donna si accosti a certi "cattivi pensieri", ma tuttavia non riesco ad escluderlo del tutto.
Mi fa domande che esulano un po' dalla mia competenza, ma non riesco a giudicare il pensiero mistico come una deriva e un errore. Ci vedo l’affermazione della possibilità di altro, il che non solo fa parte dell’umano, specialmente femminile –si è trattato di dover sopravvivere per millenni all’orrore dei qui e ora – ma schiude nuovi orizzonti alla razionalità. E anche alla democrazia, speriamo.
Pur non esulando, mi ha risposto. Ma, a ritroso, anch'io penso che la versione di Gianna Nannini sia meno preoccupante di quella di Elton John e del suo compagno. La madre è molto più importante del padre per i figli, nei primi anni. Però mi pare stravagante anche mettere al mondo un figlio con la sola motivazione di aggiungere una nuova esperienza alla collezione, alla sequenza: divertiamoci, facciamo carriera, facciamo il figlio (più tardi possibile). Certo ci sta anche quello, ma fanno un po' impressione certe mamme che rincorrono la maternità a tutti i costi e poi, appena possono, parcheggiano il neonato al primo asilo nido. Poi li ameranno comunque, i loro figli, ma queste donne assomigliano un po' al capriccioso Elton. Un figlio non è frutto d'amore e l'amore non è anche lasciare spazio? La programmazione rigida non è simbolicamente già in vitro, un po' arida, infelice?
Lo è. Ho sempre pensato che fa parte delle libertà femminili, ma anche di quelle maschili, non dover controllare e trattenere la propria fecondità, poter accogliere un figlio quando viene. La libertà di poter programmare è solo una libertà condizionata. E non solo condizionata da questioni materiali –i datori di lavoro che ti impediscono di procreare, gli uomini con cui devi estenuarti a contrattare il figlio, l’essere troppo sola e senza aiuti- ma anche da un’idea di libertà come rifiuto di ogni relazione di dipendenza, in omaggio all’idea di individuo irrelato, una della più grandi mistificazioni ideologiche dei nostri tempi. Nasciamo che siamo già due. Il due è il numero minimo dell’umano.
Precipitando, abbastanza rovinosamente, nell'agone dei giochi politici di potere italiani. Proviamo a sospendere il giudizio sui festini di Arcore da molti punti di vista, stiamo a vedere se c'erano minorenni e che ci facevano là. Ma l'aspetto che mi sta più a cuore, e che vorrei sottoporre alla sua attenzione, è questo: se ammettiamo che il primo male italiano è il familismo mafioseggiante (laddove per famiglia non intendo solo quella sancita dai legami di sangue, ma soprattutto quelle costruite su appartenenza a partiti e gruppi di potere e conventicole assortite), allora è difficile non notare che il cosiddetto berlusconismo sancisce questo cancro, né è il compimento (ma non la genesi). A questo punto, pur liberi di opporsi a questo Berlusconi, mi pare che per maturare un'alternativa a questo sistema partitocratico e di casta sia necessario anche essere un pochino più coraggiosi, magari più visionari, perché difficilmente certe cose si rimetteranno a posto con l'uscita di scena del Cavaliere. Occorre agire in altra direzione e le donne dovrebbero esserci, ma come nell'immediato?
La fine di Berlusconi è un’operetta che mette in scena l’agonia del patriarcato. Per questo lo spettacolo è così suggestivo. Quindi la sua uscita di scena, del tutto auspicabile, avrà anche un significato simbolico che travalica il semplice fatto politico. Con se stesso B, porterà via anche un modo di intendere i rapporti tra gli uomini e le donne, la fittizia separazione tra vita pubblica e privata, e forse anche l’idea di un padre onnipotente e salvifico. Le donne devono stare in questa scena con signoria e pazienza, senza strillare sulla propria dignità ferita e con compassione, e prepararsi a un ruolo nella politica seconda, a lungo ritardato. Proprio per questo ritardo avranno maggiori opportunità di stare in quella politica nei propri modi e alle proprie condizioni. E il tempo dell’opportunità (kairòs) e deve essere colto. Ma vi è anche la possibilità che l’uscita di scena di B. sia dolorosa e cruenta. Il che richiederà un sovrappiù di pazienza.
Potendo, o volendo, rivolgersi ad una escort, cosa le direbbe?
Le direi che io non mi sento lontana e separata da lei, anche se non mi prostituisco. E le chiederei di valutare il dono che io intendo farle, con la mia vicinanza.
Negli ultimi anni si assiste al tramonto di un certo ruolo maschile nella società moderna occidentale, quello del padre padrone. Voi femministe chiamate questo “fine del patriarcato”. Difficile non notare come, e soprattutto dove, questo mutamento sia avvenuto, ovvero: nell’ambito di società democratiche che hanno permesso la maturazione di un dissenso femminile che ha potuto trasformarsi in rivendicazione di nuovi diritti. Ora, se bolliamo come fallogocentriche anche la democrazia e il diritto, non rischiamo di sottovalutare degli strumenti che hanno giovato anche alla libertà femminile?
La libertà femminile esiste anche in assenza di democrazia e di diritti. Ci sono figure, come quelle di Penelope –più prigioniera di così non si può- che sono state rilette nella chiave della loro libertà (v.Adriana Cavarero, Nonostante Platone). Jane Austen non votava, ma era libera. Gli enormi mutamenti prodotti dal movimento delle donne non ha avuto bisogno di rappresentanti elette nelle istituzioni rappresentative. Questo per dire che il rapporto tra libertà e protagonismo politico femminili e democrazia è dialettico e complesso. Il patriarcato muore in ogni luogo in cui una donna sa dire il suo desiderio.
Le difficoltà della democrazia sono sotto gli occhi di tutti, e l’irruzione delle donne nello spazio pubblico è stato uno dei principali se non il principale fattore di criticità. Se la madre compare nello spazio pubblico con la sua soggettività politica, è fatale che il meccanismo inventato dagli uomini per tenere a bada la potenza materna, per tenere fuori le donne (Habermas) riveli tuta la sua inadeguatezza. Ciò detto, oggi con la democrazia (rappresentanza, etc.) vanno trovate le necessarie mediazioni, che io vedo essenzialmente nelle relazioni politiche tra donne e uomini. Tenendo però sempre gli occhi puntati a qualcos’altro che va inventato, a partire dall’idea della bisessuazione e della differenza.
Se di “fine del patriarcato” si può parlare, mi pare improbabile che la famiglia possa reggere ad un urto del genere. È una cosa auspicabile che si passi ad altri modelli di convivenza secondo lei? E quali?
Questa è una domanda che io giro agli uomini: si può essere padri fuori dal patriarcato? Si possono intrecciare con le donne e con i bambini relazioni fuori dal dominio? Mi pare che molti giovani uomini stiano facendo tentativi interessanti in questa direzione. Questo potrebbe portare a mutamenti profondi nella struttura familiare, anche nel suo portato psicologico –Edipo, ecc.). Nei giovani, molti dei quali provengono da fallimenti familiari, io vedo forte il desiderio di un proprio nucleo affettivo, insieme a quello di una rete di relazioni amicali che fornisca una rete di sostegno in aggiunta a quella delle famiglie d’origine, con cui i legami vengono mantenuti vivi a lungo (anche per ragioni economiche). Mi pare che la critica feroce della famiglia abbia oltrepassato il suo climax. I ragazzi hanno capito che l’alternativa alla famiglia è la solitudine, che non si è inventato altro. E la solitudine è molto temuta.
L'estinzione di una figura maschile ben identificata sarebbe anche la fine di quella femminile e della differenza. Non dimentichiamo che la tecnoscienza permette, e permetterà sempre più, a coppie gay di avere figli e non è detto che non si possa fare a meno della madre del tutto (le mamme single già possono fare senza il padre). Più che il “tuttofemmina” il futuro potrebbe riservarci un mondo in cui il sesso al quale appartieni non sarà così importante, più che differenza, potrebbero esserci individualismo e indifferenza. Donne ed uomini potranno avere figli senza un compagno, una compagna di vita; oppure potranno unirsi tra persone dello stesso sesso; oppure un uomo potrà cambiare sesso per unirsi nuovamente ad un uomo, qualcuno che condivide comunque il suo sesso originale. Tutto questo assomiglia ad una negazione definitiva della differenza, dell’incontrare e convivere con l’altro da te. Magari le cose non andranno così, il futuro non lo può prevedere nessuno, per fortuna, ma dobbiamo tenere presenti certi rischi?
Non lo credo. La scienza va dove la spingiamo ad andare, e non credo che stiamo spingendo in direzione della partenogenesi. Vedo una rivalutazione del legame e una maggiore accettazione del limite che il legame comporta. In tanti temi biopolitici stiamo assistendo a una marcia indietro: il laicismo del testamento biologico, dell’eutanasia, della preselezione dell’embrione sta perdendo terreno. Si rivaluta, in compenso, il senso della relazione, il twilight del dubbio e dell’ombra, l’accettazione dell’errore. Genitorialità come quelle di Elton John, che dichiara guerra alla potenza materna e taglia con violenza il corpo a corpo tra il bambino e la madre, suscitano profonde reazioni. Si intuisce che qui si stanno toccando dei fondamentali, e cresce il senso di ripugnanza e di rivolta. Le tecniche di fecondazione assistita continueranno a rendere possibili le genitorialità omosessuali (anche se va detto che tra la maternità lesbica e la paternità gay non vi è simmetria), ma le famiglie arcobaleno resteranno residuali. Ciò che è possibile, semmai, è che il proprio orientamento omosessuale non impedisca a un uomo di fare famiglia insieme a una donna, e viceversa. Che la sessualità venga “esternalizzata” rispetto al nucleo genitoriale e familiare.
Il filosofo Richard Rorty, nel 1991, propone alle femministe di assumere il pragmatismo, e non il realismo, come caratterizzazione filosofica. Per lui con il femminismo è come per i primi cristiani, per il movimento socialista ed altri movimenti storici che hanno cambiato la nostra società in qualcosa di diverso da ciò che era prima. Insomma è preferibile pensare ad una nuova autorità semantica piuttosto che andare alla ricerca di nuove basi metafisiche che certifichino la diversità femminile. Dire cose inaudite, non sostenere “che i punti di vista hanno degli organi genitali”. Ovviamente Rorty riconosce un’importanza limitata alla caratterizzazione filosofica del movimento femminista, perché il femminismo è un fenomeno che ha una valenza sociale a prescindere da una possibile sfumatura filosofica (pragmatista o realista che sia). Questo lungo preambolo, me ne scuso, è solo uno spunto. Vorrei chiederle se non ritiene che le femministe della differenza potrebbero abbracciare una battaglia persa tentando di riscrivere la mistica e la cosmogonia in senso femminista. O si tratta forse un’esigenza dettata dalla necessità di andare a monte, prescindendo da ogni forma di logos maschile?
Non ho capito bene la domanda. Non mi pare ci sia il desiderio di una cosmogonia femminista, non lo incontro. Il desiderio è quello di una libera significazione della propria esistenza che non prescinda dal fatto di essere donna, e che anzi ne faccia il fondamento (corporeo e spirituale). Quello di una fine dell’Assoluto maschile. Che il femminile delle donne, e anche quello degli uomini, oppresso, negato e massacrato, possa correre liberamente nel mondo e rimetterlo al mondo. Luisa Muraro fa spesso riferimento ai primi cristiani e alla loro rivoluzione simbolica come a un esempio su cui tenere gli occhi. Se per autorità semantica intende questo, il pensiero della differenza sessuale vi corrisponde.
Temo sempre che a considerare la ragione come nemica s'imbarchino amici come Martin Heidegger, per esempio, che ha affascinato molti dei nostri docenti e pensatori progressisti e che si è a lungo dilettato con mistica, ontologia,pensiero poetante e tutto un corredo di parole epocali e terminali. Donnecome Hannah Arendt, Jeanne Hersch o Roberta de Monticelli hanno sentito lanecessità di prendere le distanze da certi pensatori, e da un simileatteggiamento in generale, e credo che l'abbiano fatto perché quel tipo di slanciomistico è sempre ad un passo dalla mistificazione, un linguaggio che si attorciglia su se stesso per negare ogni conquista occidentale (umanesimo, democrazia, razionalità). Mi dico che è impossibile che una donna si accosti a certi "cattivi pensieri", ma tuttavia non riesco ad escluderlo del tutto.
Mi fa domande che esulano un po' dalla mia competenza, ma non riesco a giudicare il pensiero mistico come una deriva e un errore. Ci vedo l’affermazione della possibilità di altro, il che non solo fa parte dell’umano, specialmente femminile –si è trattato di dover sopravvivere per millenni all’orrore dei qui e ora – ma schiude nuovi orizzonti alla razionalità. E anche alla democrazia, speriamo.
Pur non esulando, mi ha risposto. Ma, a ritroso, anch'io penso che la versione di Gianna Nannini sia meno preoccupante di quella di Elton John e del suo compagno. La madre è molto più importante del padre per i figli, nei primi anni. Però mi pare stravagante anche mettere al mondo un figlio con la sola motivazione di aggiungere una nuova esperienza alla collezione, alla sequenza: divertiamoci, facciamo carriera, facciamo il figlio (più tardi possibile). Certo ci sta anche quello, ma fanno un po' impressione certe mamme che rincorrono la maternità a tutti i costi e poi, appena possono, parcheggiano il neonato al primo asilo nido. Poi li ameranno comunque, i loro figli, ma queste donne assomigliano un po' al capriccioso Elton. Un figlio non è frutto d'amore e l'amore non è anche lasciare spazio? La programmazione rigida non è simbolicamente già in vitro, un po' arida, infelice?
Lo è. Ho sempre pensato che fa parte delle libertà femminili, ma anche di quelle maschili, non dover controllare e trattenere la propria fecondità, poter accogliere un figlio quando viene. La libertà di poter programmare è solo una libertà condizionata. E non solo condizionata da questioni materiali –i datori di lavoro che ti impediscono di procreare, gli uomini con cui devi estenuarti a contrattare il figlio, l’essere troppo sola e senza aiuti- ma anche da un’idea di libertà come rifiuto di ogni relazione di dipendenza, in omaggio all’idea di individuo irrelato, una della più grandi mistificazioni ideologiche dei nostri tempi. Nasciamo che siamo già due. Il due è il numero minimo dell’umano.
Precipitando, abbastanza rovinosamente, nell'agone dei giochi politici di potere italiani. Proviamo a sospendere il giudizio sui festini di Arcore da molti punti di vista, stiamo a vedere se c'erano minorenni e che ci facevano là. Ma l'aspetto che mi sta più a cuore, e che vorrei sottoporre alla sua attenzione, è questo: se ammettiamo che il primo male italiano è il familismo mafioseggiante (laddove per famiglia non intendo solo quella sancita dai legami di sangue, ma soprattutto quelle costruite su appartenenza a partiti e gruppi di potere e conventicole assortite), allora è difficile non notare che il cosiddetto berlusconismo sancisce questo cancro, né è il compimento (ma non la genesi). A questo punto, pur liberi di opporsi a questo Berlusconi, mi pare che per maturare un'alternativa a questo sistema partitocratico e di casta sia necessario anche essere un pochino più coraggiosi, magari più visionari, perché difficilmente certe cose si rimetteranno a posto con l'uscita di scena del Cavaliere. Occorre agire in altra direzione e le donne dovrebbero esserci, ma come nell'immediato?
La fine di Berlusconi è un’operetta che mette in scena l’agonia del patriarcato. Per questo lo spettacolo è così suggestivo. Quindi la sua uscita di scena, del tutto auspicabile, avrà anche un significato simbolico che travalica il semplice fatto politico. Con se stesso B, porterà via anche un modo di intendere i rapporti tra gli uomini e le donne, la fittizia separazione tra vita pubblica e privata, e forse anche l’idea di un padre onnipotente e salvifico. Le donne devono stare in questa scena con signoria e pazienza, senza strillare sulla propria dignità ferita e con compassione, e prepararsi a un ruolo nella politica seconda, a lungo ritardato. Proprio per questo ritardo avranno maggiori opportunità di stare in quella politica nei propri modi e alle proprie condizioni. E il tempo dell’opportunità (kairòs) e deve essere colto. Ma vi è anche la possibilità che l’uscita di scena di B. sia dolorosa e cruenta. Il che richiederà un sovrappiù di pazienza.
Potendo, o volendo, rivolgersi ad una escort, cosa le direbbe?
Le direi che io non mi sento lontana e separata da lei, anche se non mi prostituisco. E le chiederei di valutare il dono che io intendo farle, con la mia vicinanza.

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