5. Nivalda Ambahtaz, nativa di Magdalensberg, Austria, vive e lavora a Vercelli dal 1999, antropologa e scrittrice. Ha tradotto Claude Lévi-Strauss e Georges Bataille. Sta scrivendo sei racconti che dovrebbero essere pubblicati entro il 2011.
Si fa una fatica a rintracciarla, sembra che lei faccia perdere apposta le sue tracce on line.
Si può dire.
Da quanto ne so, lei sta lavorando a un volume di racconti intitolato “Tutto in un tratto”, ci può anticipare qualcosa?
La città in cui vivo offre spunti per la scrittura e rende quasi inutili i miei viaggi, l’ispirazione la ritrovo al ritorno. In questo caso, le trame si reggeranno, se si reggeranno, attorno al neologismo provinciastri.
Che cosa vuole raccontare di preciso con questo termine?
L’idea mi venne dopo una discussione con un amico su cosa fosse un provinciale e, soprattutto, accorgendomi che la definizione che davo di quel termine discordava da quella del mio interlocutore. Penso ancora che il mio concetto fosse migliore, ma non importa, cercai di vedere le cose diversamente e iniziai a pensare come se la mia descrizione fosse difettosa e bisognasse di una nuova parola per rinascere.
Dunque provinciastri?
Persone che ricalcano quasi perfettamente la figura del piccolo borghese per come l’avevano detestata in passato, ma con alcune significative differenze.
Ad esempio?
I provinciastri in gioventù sono stati (certo non tutti allo stesso modo, dipende dalle singole biografie) nemici dell’ordine piccolo borghese e della famiglia, un modo di convivenza sociale che hanno avversato e dileggiato spensieratamente. La loro presenza sociale da provinciastri inizia nel momento in cui decidono di metter su famiglia, con quell’inversione di marcia.
In fondo però, molti di noi cambiano idea, forse non è una colpa particolare, non le pare?
Ma gli sviluppi in questo caso sono più interessanti. Vorrei anche dire che ho fatto l’esempio più indicativo, il matrimonio, ma vi sono anche molte inversioni di marcia che sono sinonimo di un’accettazione della dimensione piccolo borghese, però non voglio dilungarmi e sto sul primo esempio, che meglio esemplifica.
Il provinciastro è intimamente consapevole del suo ripensamento rispetto agli ideali quasi rivoluzionari di gioventù, ma siccome uno dei suoi valori è la coerenza, sente il bisogno di rendere visibili i motivi di continuità con il proprio passato e non c’è un miglior antidoto alla volgarità becero-borghese di quella cristallizzazione esistenziale definita nobiltà. Sempre guardando con distanza e tenerezza al proprio passato, s’intende.
Nobiltà nel senso di blasone, prestigio e cose del genere?
Non è infrequente che queste persone, donne o uomini fa poca differenza in questo caso, si dannino l’anima per trovare nomi di un certo tipo ai proprio figli, ne scelgono che portano ad immaginare un’origine nobiliare, come non fossero, in fin dei conti, una semplice famiglia piccolo borghese, ma discendenti di chissà quale dinastia.
Sempre nei confronti dei figli, non di rado queste persone sono un poco restie nel dimostrare il loro affetto, perché una parte di loro non vuole ancora compromettersi con sentimenti così comuni e giudicati un po’ volgari. Rimangono prevalentemente persone gelose della propria totale indipendenza e delle proprie piccole abitudini consolidate. Sono impegnati a conoscere i propri sentimenti, ma anche a contenerli.
Ma, anche accettando la sua descrizione, non si rischia così di ridurre tutto alla questione dell’individualismo moderno e della nostalgia per i bei tempi andati? Che c’è di male se anche un genitore desidera mantenere una propria parte di libertà?
Non centra l’individualismo. Individualista è chi conquista la propria solitudine accettando luci ed ombre della propria condizione, così come fa chi sceglie di metter su famiglia. Il provinciastro è uno che non ha resistito al richiamo piccolo borghese per paura di rimanere solo e ora si trova in quella solitudine di cui soffre chi si muove, pensa ed agisce nel mezzo di un folto e rassicurante gruppo sociale.
Isolamento piuttosto, quello di chi si circonda di persone che compiono gli stessi movimenti, che dicono le stesse parole. Rigido formalismo nel fare e nel dire, della condivisione di una sequela di buone maniere che assumono il valore di leggi della fisica.
Perché questa bizzarra parola formata da due termini come “provincia” e “astri”?
Pensavo a un dispregiativo-vezzeggiativo usando il suffisso –astri che partecipasse con valenza ossimorica al suono di “astri”, nel senso di corpi celesti, unito alla radice “provinciali”.
Riflettevo su persone che, nel terrore di divenire provinciali, diventano peggio. Una scimmia vestita da maggiordomo se ne va impartendo lezioni di stile e bon ton e scambiando le questioni di etichetta del club di appartenenza con qualcosa che i latini avrebbero chiamato fatum. Sono coloro che desiderano lavarsi la bocca dal linguaggio della propria tribù, per accedere ad un grado neutro, asettico.
Non tutti coloro non parlano il rispettivo dialetto sono provinciastri ma tutti i provinciastri cercano di evitare di esprimersi attraverso il proprio idioma, anche se non sempre vi riescono.
Qualche parola in dialetto, qualche sporadica tradizione, un piatto tipico della loro terra sono talvolta inclusi nel gioco, ma in un modo talmente ostentato da divenire un altro pretestuoso segno di distinzione nobiliare, per sofisticazione ed eleganza.
Non sarà, la sua, anche un’antipatia verso coloro hanno creduto in un ideale rivoluzionario e marxista in gioventù? Fosse così, verrebbe meno la necessaria distanza che serve per giudicare e descrivere.
L’odio è un sentimento prezioso e va centellinato con cura, indirizzato con precisione, come l’amore non va sprecato, né riversato su donne o uomini banali, che non potrebbero reggerne il peso, l’onere.
L’ideologia qui non c’entra nulla. I provinciastri non sono dei rivoluzionari, conservano la faziosità prevaricante degli ideologi e smarriscono l’ideologia. Potremmo dire che provengono da Sinistra ma stanno a Destra, una Destra reazionaria. Rimangono profondamente settari ed ottusi, ma non per difendere una lista ordinata di propositi per un radioso futuro, piuttosto per non avere rogne e tenere la realtà a bada, sotto mano. La loro principale preoccupazione è innanzitutto quella di non essere infastiditi, una questione di stile e di controllo della situazione da mantenere ad ogni costo.
Ricorda le regole del club elevate ad ordine cosmico?
Certo. Ma con la religione come la mettiamo? Va in chiesa questo provinciastro?
Potrebbe andarci, ma i provinciastri sono prevalentemente atei integralisti che accettano Cristo al massimo come eroe culturale, oppure panteiste vacue che accolgono di buon grado Cristo per includerlo nel loro Pantheon da red carpet. Entrambe le versioni sono prive di trascendenza del divino, complementari, molto distanti dall’impostazione che la loro religione d’origine imponeva.
Il ristagno postmoderno che incontra la pacchianeria new age.
Negli ultimi decenni abbiamo avuto l’ascesa sociale irresistibile di tendenze, religioni, terapie, atteggiamenti definiti new age. Se mai fosse possibile rintracciare un minimo comune denominatore nelle propaggini new age, questo potrebbe essere rintracciato nella pretesa concezione panteista dell’universo. Ci si dovrebbe convincere d’essere parte del Tutto. Questo Tutto è già in atto, immobile, impassibile. Cosicché, dovremmo imparare ad essere degni, non di Dio, ma di essere Dio.
L’odierna versione panteista presenta delle incongruenze. Gli stessi che vorrebbero dirci che “tutto è già” ed anche noi “siamo Dio”, sono quelli di cui abbiamo bisogno per comprendere questa postmoderna costruzione salvifica. L’impensabilità sta proprio qui: per quale bizzarro motivo ciò che è già non è da considerarsi perfetto? Per quale motivo qualcuno dovrebbe sapere meglio di me, che sono Dio, cos’è meglio per me? Questo potrebbe avvenire solo nel caso in cui chi mi guida nella scelta avesse un punto di vista privilegiato che io non posso avere, un punto d’osservazione esterno. Costui, dopo avermi persuaso del fatto che tutto è Dio, finirebbe per presupporre che esiste qualcuno fuori da questo Tutto e che costui può osservare persino Dio. Questo qualcuno sarebbe un alieno capace di predicare il Tutto chiamandosene contemporaneamente fuori.
Dunque, nel tentativo di vendere la versione global-panteista buona per tutti i palati, si fomentano piccoli santoni autocompiacenti a prostrarsi unicamente di fronte al fiorire di piccole secrezioni umorali, successivamente chiamate connessioni con il Tutto. Chi si chiama fuori dal Tutto non fa peccato ma tende a divenire invisibile, di un’invisibilità nuova, attribuitagli d’ufficio.
La scienza cerca di fare luce, perseguire conoscenza oggettiva; le religioni attribuiscono significati e valori all’invisibile, ammettendo che non potremo vedere sino in fondo; la filosofia sonda il mistero dell’esistenza e stabilisce simboliche che rimandano al reale; i panteismi impacchettati, i finti panteismi dei provinciastri, rendono invisibili gli aspetti meno graditi delle nostre esistenze al fine di salvaguardare una visione del mondo armoniosa, costi quel che costi.
E uno dei costi consiste nel non considerare tutte le emozioni dicibili, non tutti i sentimenti presentabili. L’ira e la rabbia, ad esempio, anche quando sono palesi e insopprimibili, o persino più che legittime, sono sostituite con termini più “nobili”, vaghi ed “appropriati”, quali “indignazione”.
Il finto panteismo new age, i panteismi impacchettati, mi appaiono come la conferma dell’avvenuta resa delle donne e degli uomini di fronte alla speranza di uscire di nuovo fuori per riconquistare uno spazio pubblico. Rischiamo di rimanere sempre più soli e sempre meno convinti che sia un male esserlo, legittimati come siamo a confondere le nostre viscere con il Tutto e a venerare il silenzio incondizionatamente, alla maniera di un Dragan Dabic qualsiasi.
Mi è sempre parso che quando utilizziamo la parola Tutto tentando di attribuirgli un significato onnicomprensivo, e dunque tranquillizzante, non riusciamo ad immaginare nulla che oltrepassi i nostri schemi mentali. Il Tutto come tutto ciò che accade nel perimetro del nostro raggio di movimento, con in più la capacità di accontentarsene. In realtà non abbiamo alcuna possibilità di ipostatizzare il termine Tutto, perché se lo facessimo ridurremmo il più grande dei misteri ad una misera ruminazione isolazionista, e questo non mi pare un risultato molto desiderabile.
Comunque alla fine, per i provinciastri, rimane sempre un legame stravagante e inutile con la religione del padre. Non manca chi va a celebrare in una chiesa sconsacrata il proprio matrimonio laico, chi se ne va a piedi a Santiago de Compostela senza essere cristiano, chi non battezza i propri figli e sceglie l’ora di religione a scuola o, addirittura, una scuola cattolica, dimostrando così un attaccamento morboso alla vecchia simbolica cattolica molto difficile da spiegare, se non con la consueta incapacità di prendere una scelta definita, magari solitaria. Piuttosto l’annacquano sino a renderla irriconoscibile, né carne né pesce.
Insomma, in un modo nuovo finiscono per essere più bigotti dei bigotti che hanno odiato in gioventù. Più avidi, depressi e tirchi.
Persino tirchi? Un brusco risveglio dopo queste sue approfondite riflessioni …
Non è la tirchieria dovuta di chi ha vissuto la fame nel dopoguerra, ma il riflesso di una mancanza disperante di fiducia nel prossimo e nella realtà, un’altra chiusura secca.
Soldi per soldi, a “prima vista” direi che questi suoi “provinciastri”, per come lei li ha descritti, dovrebbero essere infastiditi soprattutto dai cosiddetti “arricchiti”, quelli chiassosi che vogliono cambiare le carte in tavola senza tanto fare complimenti. Può essere?
I provinciastri, come ho già ricordato, sopra ad ogni cosa non vogliono fastidi. Dico fastidi, non a caso, perché quando essi vogliono dirci che le cose andrebbero fatte con stile e discrezione, contegno, intendono che non dovrebbero essere fatte. Tutto ciò che contribuisce a cambiare di un centimetro l’ordine stabilito non è visto come desiderabile. Non dimentichi che gli arricchiti stanno lì a ricordare al provinciastro che le cose possono cambiare e se cambiano per il provinciastro, di solito, cambiano in peggio.
Qui entriamo nella sfera delle professioni. Il provinciastro molto raramente è un precario, una partita IVA, un imprenditore, un operaio. Solitamente si tratta di una persona molto interessata a mantenere la propria posizione sociale (l’acquisizione di quest’ultima fu la molla che lo spinse alla svolta piccolo borghese), sia che questa consista in una prestigiosa rendita da magistrato, docente, notaio, medico, sia che questa si riduca ad un banale impiego statale di scarso valore ed utilità sociale.
Su questo non è mancato, in passato, chi ha fatto notare l’importanza della contrapposizione tra emergenti e privilegiati, immaginando una rivoluzione liberale che capovolgesse i termini del conflitto sociale, non più operai contro padroni ma ceti produttivi contro ceti parassitari.
Anche tenendo conto del fatto che la crisi del 2008 ha cambiato molte delle carte in tavola e che alcuni provinciastri iniziano ad interessarsi di impresa e mercato, anche se più per saturazione di posti nel settore pubblico che per convinzione (con goffi tentativi di renderlo “umano” attraverso consulenze sulla comunicazione, sull’immagine ed amenità varie calate dall’alto della loro pacata eleganza), non c’è mai stata nella storia, né mai vi sarà, una classe portatrice di privilegi, anche piccoli e miserabili, che avesse il benché minimo interesse a fare una rivoluzione.
E le trame di questi racconti?
Le trame le incontrerà leggendo i miei racconti, qui le lascio l’antefatto.
Si fa una fatica a rintracciarla, sembra che lei faccia perdere apposta le sue tracce on line.
Si può dire.
Da quanto ne so, lei sta lavorando a un volume di racconti intitolato “Tutto in un tratto”, ci può anticipare qualcosa?
La città in cui vivo offre spunti per la scrittura e rende quasi inutili i miei viaggi, l’ispirazione la ritrovo al ritorno. In questo caso, le trame si reggeranno, se si reggeranno, attorno al neologismo provinciastri.
Che cosa vuole raccontare di preciso con questo termine?
L’idea mi venne dopo una discussione con un amico su cosa fosse un provinciale e, soprattutto, accorgendomi che la definizione che davo di quel termine discordava da quella del mio interlocutore. Penso ancora che il mio concetto fosse migliore, ma non importa, cercai di vedere le cose diversamente e iniziai a pensare come se la mia descrizione fosse difettosa e bisognasse di una nuova parola per rinascere.
Dunque provinciastri?
Persone che ricalcano quasi perfettamente la figura del piccolo borghese per come l’avevano detestata in passato, ma con alcune significative differenze.
Ad esempio?
I provinciastri in gioventù sono stati (certo non tutti allo stesso modo, dipende dalle singole biografie) nemici dell’ordine piccolo borghese e della famiglia, un modo di convivenza sociale che hanno avversato e dileggiato spensieratamente. La loro presenza sociale da provinciastri inizia nel momento in cui decidono di metter su famiglia, con quell’inversione di marcia.
In fondo però, molti di noi cambiano idea, forse non è una colpa particolare, non le pare?
Ma gli sviluppi in questo caso sono più interessanti. Vorrei anche dire che ho fatto l’esempio più indicativo, il matrimonio, ma vi sono anche molte inversioni di marcia che sono sinonimo di un’accettazione della dimensione piccolo borghese, però non voglio dilungarmi e sto sul primo esempio, che meglio esemplifica.
Il provinciastro è intimamente consapevole del suo ripensamento rispetto agli ideali quasi rivoluzionari di gioventù, ma siccome uno dei suoi valori è la coerenza, sente il bisogno di rendere visibili i motivi di continuità con il proprio passato e non c’è un miglior antidoto alla volgarità becero-borghese di quella cristallizzazione esistenziale definita nobiltà. Sempre guardando con distanza e tenerezza al proprio passato, s’intende.
Nobiltà nel senso di blasone, prestigio e cose del genere?
Non è infrequente che queste persone, donne o uomini fa poca differenza in questo caso, si dannino l’anima per trovare nomi di un certo tipo ai proprio figli, ne scelgono che portano ad immaginare un’origine nobiliare, come non fossero, in fin dei conti, una semplice famiglia piccolo borghese, ma discendenti di chissà quale dinastia.
Sempre nei confronti dei figli, non di rado queste persone sono un poco restie nel dimostrare il loro affetto, perché una parte di loro non vuole ancora compromettersi con sentimenti così comuni e giudicati un po’ volgari. Rimangono prevalentemente persone gelose della propria totale indipendenza e delle proprie piccole abitudini consolidate. Sono impegnati a conoscere i propri sentimenti, ma anche a contenerli.
Ma, anche accettando la sua descrizione, non si rischia così di ridurre tutto alla questione dell’individualismo moderno e della nostalgia per i bei tempi andati? Che c’è di male se anche un genitore desidera mantenere una propria parte di libertà?
Non centra l’individualismo. Individualista è chi conquista la propria solitudine accettando luci ed ombre della propria condizione, così come fa chi sceglie di metter su famiglia. Il provinciastro è uno che non ha resistito al richiamo piccolo borghese per paura di rimanere solo e ora si trova in quella solitudine di cui soffre chi si muove, pensa ed agisce nel mezzo di un folto e rassicurante gruppo sociale.
Isolamento piuttosto, quello di chi si circonda di persone che compiono gli stessi movimenti, che dicono le stesse parole. Rigido formalismo nel fare e nel dire, della condivisione di una sequela di buone maniere che assumono il valore di leggi della fisica.
Perché questa bizzarra parola formata da due termini come “provincia” e “astri”?
Pensavo a un dispregiativo-vezzeggiativo usando il suffisso –astri che partecipasse con valenza ossimorica al suono di “astri”, nel senso di corpi celesti, unito alla radice “provinciali”.
Riflettevo su persone che, nel terrore di divenire provinciali, diventano peggio. Una scimmia vestita da maggiordomo se ne va impartendo lezioni di stile e bon ton e scambiando le questioni di etichetta del club di appartenenza con qualcosa che i latini avrebbero chiamato fatum. Sono coloro che desiderano lavarsi la bocca dal linguaggio della propria tribù, per accedere ad un grado neutro, asettico.
Non tutti coloro non parlano il rispettivo dialetto sono provinciastri ma tutti i provinciastri cercano di evitare di esprimersi attraverso il proprio idioma, anche se non sempre vi riescono.
Qualche parola in dialetto, qualche sporadica tradizione, un piatto tipico della loro terra sono talvolta inclusi nel gioco, ma in un modo talmente ostentato da divenire un altro pretestuoso segno di distinzione nobiliare, per sofisticazione ed eleganza.
Non sarà, la sua, anche un’antipatia verso coloro hanno creduto in un ideale rivoluzionario e marxista in gioventù? Fosse così, verrebbe meno la necessaria distanza che serve per giudicare e descrivere.
L’odio è un sentimento prezioso e va centellinato con cura, indirizzato con precisione, come l’amore non va sprecato, né riversato su donne o uomini banali, che non potrebbero reggerne il peso, l’onere.
L’ideologia qui non c’entra nulla. I provinciastri non sono dei rivoluzionari, conservano la faziosità prevaricante degli ideologi e smarriscono l’ideologia. Potremmo dire che provengono da Sinistra ma stanno a Destra, una Destra reazionaria. Rimangono profondamente settari ed ottusi, ma non per difendere una lista ordinata di propositi per un radioso futuro, piuttosto per non avere rogne e tenere la realtà a bada, sotto mano. La loro principale preoccupazione è innanzitutto quella di non essere infastiditi, una questione di stile e di controllo della situazione da mantenere ad ogni costo.
Ricorda le regole del club elevate ad ordine cosmico?
Certo. Ma con la religione come la mettiamo? Va in chiesa questo provinciastro?
Potrebbe andarci, ma i provinciastri sono prevalentemente atei integralisti che accettano Cristo al massimo come eroe culturale, oppure panteiste vacue che accolgono di buon grado Cristo per includerlo nel loro Pantheon da red carpet. Entrambe le versioni sono prive di trascendenza del divino, complementari, molto distanti dall’impostazione che la loro religione d’origine imponeva.
Il ristagno postmoderno che incontra la pacchianeria new age.
Negli ultimi decenni abbiamo avuto l’ascesa sociale irresistibile di tendenze, religioni, terapie, atteggiamenti definiti new age. Se mai fosse possibile rintracciare un minimo comune denominatore nelle propaggini new age, questo potrebbe essere rintracciato nella pretesa concezione panteista dell’universo. Ci si dovrebbe convincere d’essere parte del Tutto. Questo Tutto è già in atto, immobile, impassibile. Cosicché, dovremmo imparare ad essere degni, non di Dio, ma di essere Dio.
L’odierna versione panteista presenta delle incongruenze. Gli stessi che vorrebbero dirci che “tutto è già” ed anche noi “siamo Dio”, sono quelli di cui abbiamo bisogno per comprendere questa postmoderna costruzione salvifica. L’impensabilità sta proprio qui: per quale bizzarro motivo ciò che è già non è da considerarsi perfetto? Per quale motivo qualcuno dovrebbe sapere meglio di me, che sono Dio, cos’è meglio per me? Questo potrebbe avvenire solo nel caso in cui chi mi guida nella scelta avesse un punto di vista privilegiato che io non posso avere, un punto d’osservazione esterno. Costui, dopo avermi persuaso del fatto che tutto è Dio, finirebbe per presupporre che esiste qualcuno fuori da questo Tutto e che costui può osservare persino Dio. Questo qualcuno sarebbe un alieno capace di predicare il Tutto chiamandosene contemporaneamente fuori.
Dunque, nel tentativo di vendere la versione global-panteista buona per tutti i palati, si fomentano piccoli santoni autocompiacenti a prostrarsi unicamente di fronte al fiorire di piccole secrezioni umorali, successivamente chiamate connessioni con il Tutto. Chi si chiama fuori dal Tutto non fa peccato ma tende a divenire invisibile, di un’invisibilità nuova, attribuitagli d’ufficio.
La scienza cerca di fare luce, perseguire conoscenza oggettiva; le religioni attribuiscono significati e valori all’invisibile, ammettendo che non potremo vedere sino in fondo; la filosofia sonda il mistero dell’esistenza e stabilisce simboliche che rimandano al reale; i panteismi impacchettati, i finti panteismi dei provinciastri, rendono invisibili gli aspetti meno graditi delle nostre esistenze al fine di salvaguardare una visione del mondo armoniosa, costi quel che costi.
E uno dei costi consiste nel non considerare tutte le emozioni dicibili, non tutti i sentimenti presentabili. L’ira e la rabbia, ad esempio, anche quando sono palesi e insopprimibili, o persino più che legittime, sono sostituite con termini più “nobili”, vaghi ed “appropriati”, quali “indignazione”.
Il finto panteismo new age, i panteismi impacchettati, mi appaiono come la conferma dell’avvenuta resa delle donne e degli uomini di fronte alla speranza di uscire di nuovo fuori per riconquistare uno spazio pubblico. Rischiamo di rimanere sempre più soli e sempre meno convinti che sia un male esserlo, legittimati come siamo a confondere le nostre viscere con il Tutto e a venerare il silenzio incondizionatamente, alla maniera di un Dragan Dabic qualsiasi.
Mi è sempre parso che quando utilizziamo la parola Tutto tentando di attribuirgli un significato onnicomprensivo, e dunque tranquillizzante, non riusciamo ad immaginare nulla che oltrepassi i nostri schemi mentali. Il Tutto come tutto ciò che accade nel perimetro del nostro raggio di movimento, con in più la capacità di accontentarsene. In realtà non abbiamo alcuna possibilità di ipostatizzare il termine Tutto, perché se lo facessimo ridurremmo il più grande dei misteri ad una misera ruminazione isolazionista, e questo non mi pare un risultato molto desiderabile.
Comunque alla fine, per i provinciastri, rimane sempre un legame stravagante e inutile con la religione del padre. Non manca chi va a celebrare in una chiesa sconsacrata il proprio matrimonio laico, chi se ne va a piedi a Santiago de Compostela senza essere cristiano, chi non battezza i propri figli e sceglie l’ora di religione a scuola o, addirittura, una scuola cattolica, dimostrando così un attaccamento morboso alla vecchia simbolica cattolica molto difficile da spiegare, se non con la consueta incapacità di prendere una scelta definita, magari solitaria. Piuttosto l’annacquano sino a renderla irriconoscibile, né carne né pesce.
Insomma, in un modo nuovo finiscono per essere più bigotti dei bigotti che hanno odiato in gioventù. Più avidi, depressi e tirchi.
Persino tirchi? Un brusco risveglio dopo queste sue approfondite riflessioni …
Non è la tirchieria dovuta di chi ha vissuto la fame nel dopoguerra, ma il riflesso di una mancanza disperante di fiducia nel prossimo e nella realtà, un’altra chiusura secca.
Soldi per soldi, a “prima vista” direi che questi suoi “provinciastri”, per come lei li ha descritti, dovrebbero essere infastiditi soprattutto dai cosiddetti “arricchiti”, quelli chiassosi che vogliono cambiare le carte in tavola senza tanto fare complimenti. Può essere?
I provinciastri, come ho già ricordato, sopra ad ogni cosa non vogliono fastidi. Dico fastidi, non a caso, perché quando essi vogliono dirci che le cose andrebbero fatte con stile e discrezione, contegno, intendono che non dovrebbero essere fatte. Tutto ciò che contribuisce a cambiare di un centimetro l’ordine stabilito non è visto come desiderabile. Non dimentichi che gli arricchiti stanno lì a ricordare al provinciastro che le cose possono cambiare e se cambiano per il provinciastro, di solito, cambiano in peggio.
Qui entriamo nella sfera delle professioni. Il provinciastro molto raramente è un precario, una partita IVA, un imprenditore, un operaio. Solitamente si tratta di una persona molto interessata a mantenere la propria posizione sociale (l’acquisizione di quest’ultima fu la molla che lo spinse alla svolta piccolo borghese), sia che questa consista in una prestigiosa rendita da magistrato, docente, notaio, medico, sia che questa si riduca ad un banale impiego statale di scarso valore ed utilità sociale.
Su questo non è mancato, in passato, chi ha fatto notare l’importanza della contrapposizione tra emergenti e privilegiati, immaginando una rivoluzione liberale che capovolgesse i termini del conflitto sociale, non più operai contro padroni ma ceti produttivi contro ceti parassitari.
Anche tenendo conto del fatto che la crisi del 2008 ha cambiato molte delle carte in tavola e che alcuni provinciastri iniziano ad interessarsi di impresa e mercato, anche se più per saturazione di posti nel settore pubblico che per convinzione (con goffi tentativi di renderlo “umano” attraverso consulenze sulla comunicazione, sull’immagine ed amenità varie calate dall’alto della loro pacata eleganza), non c’è mai stata nella storia, né mai vi sarà, una classe portatrice di privilegi, anche piccoli e miserabili, che avesse il benché minimo interesse a fare una rivoluzione.
E le trame di questi racconti?
Le trame le incontrerà leggendo i miei racconti, qui le lascio l’antefatto.

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