4. Filippo Bordignon, Vicentino, paroliere, cantante, compositore nel gruppo rock CASA (http://www.myspace.com/casamusic). Come giornalista ha intervistato Pasquale Panella, David Thomas, Maurizio Bianchi, Damo Suzuki e molti altri (vedi su: http://www.myspace.com/filippobordignon).
Dalla tua esperienza di artista, ti sei fatto un’idea di cosa sia precisamente il “tempo libero”?
Un appuntamento in cui non è lecito affannarsi alla ricerca di un lavoro.
Ne deduco che la musica dei Casa non potrebbe diventare un lavoro per te.
La realtà, naturalmente, è ben più prosaica: l’attività per i Casa prende tutto il tempo che non oso dedicare a me stesso.
Certo, non ti ci vedevo ad avere i Casa come hobby... Tuttavia, ancora tra musica e stare al mondo, vorrei che tu mi dicessi dell’improvvisazione. Si tratta del modo più autentico per un musicista oppure corrisponde a mettere in scena il proprio “Non hai esterno”?
Tra musicisti, è un modo informale per giungere a un accordo formale.
Eno sostenne che l’improvvisazione per i musicisti rock è limitata dall’approccio blues presente nel loro dna di artisti. Fosse così, un accordo formale vi sarebbe già prima di imbracciare lo strumento e l’improvvisazione nascerebbe nel segno di una libertà condizionata. Condividi?
Questo vale per chi basi la propria forma mentis su una struttura di dodici battute, utilizzando qua e là ‘blue note’ nella melodia. Resta il fatto, ma questo è un concetto derivato da Cage, che non esiste forma di improvvisazione non condizionata. Possiamo solo andare incontro, all’indeterminazione, mai raggiungerla.
Però al grado zero di determinazione troviamo il brano 4’33”, il silenzio che introduce l’ascolto. Prima il musicista cercava corrispondenza tra lo schema e ciò che ne risultava, in termini di esecuzione, dopo Cage sembra che possa praticare delle rilevazioni ambientali, farsi condizionare così tanto dalla realtà da perdere i riferimenti. La (ri)conquista di un esterno. Forse il non-musicista Eno ha realizzato questo con l’ambient music (altra cosa è la musica che s’insinua tra il tintinnio delle posate, con Satie, senza rinunce).
4’33’’ è il più noto tentativo di rinuncia alla determinazione ma, di fatto, già a partire dal titolo pone un inequivocabile vincolo temporale. Per quel che mi riguarda ogni brano può essere letto come una ‘rilevazione’, ossia l’atto di volontà da parte di un musicista di riconoscere una successione di elementi sonori a certe condizioni, si tratti di rock o musique concrète.
Anche rispetto a ciò che stiamo dicendo, dopo 35 anni, come giudichi l’operazione Metal Machine Music di Lou Reed (se non ricordo male, sottostimata anche da John Cale)?
Cale sottostima Mmm per il semplice fatto che si cimentò in quel genere di sperimentazioni con un decennio di anticipo, ai tempi del primo minimalismo newyorkese. La maggior parte di quelle registrazioni infatti sono ben più radicali rispetto all’opera di Reed e, unitamente a ciò, entusiasmanti sotto il profilo della ricerca microtonale.
Certo, John Cale si cimentò ben prima, e con che compagni di viaggio. Ma già che ci siamo vorrei chiederti di The Velvet Underground & Nico, il disco che ha cambiato la storia, come riporta la copertina dell’ultimo inserto musicale di Repubblica. Possono i VU sopravvivere a una loro celebrazione, per giunta zelante, senza che tutto diventi intellettualismo? È giunto il momento, o lo è da tempo, di liberarsi di un così ingombrante modello?
Per evitare ulteriori intellettualismi sarà dunque il caso di privarci dell’ennesimo giudizio in proposito. I miei modelli sono stati artisti per nulla ingombranti, gente come Sylvester Weaver o Sandy Bull.
A meno che non fossero proprio gli stessi VU l’ingombro.
Ma cosa apprezzi in particolare nella musica di Sylvester Weaver e Sandy Bull?
Quel poco che hanno inciso rifugge la tentazione di lasciarsi svelare più del dovuto. Quant’è questo ‘dovuto’? Abbastanza perché li apprezzi.
Dimmi allora qualcosa di dovuto sul Festival di Sanremo.
Seguirlo in tivù, per un cantautore, è un modo efficace per rincuorarsi della propria assenza sul palco dell’Ariston.
Il dovuto anche sui cantautori italiani, “passati” ed “attuali”. Quali ti piacciono?
Non ho un punto di riferimento e sarebbe ora di dispiacermene. Ci sono però episodi isolati che mi piacerebbe aver composto: mi vengono in mente, nel mucchio, “Arrivederci” di Bindi, “Onda su onda” di Conte e “Vorrei” di Guccini anche se non posso dirmi appassionato di nessuno dei tre.
Dalla tua esperienza di artista, ti sei fatto un’idea di cosa sia precisamente il “tempo libero”?
Un appuntamento in cui non è lecito affannarsi alla ricerca di un lavoro.
Ne deduco che la musica dei Casa non potrebbe diventare un lavoro per te.
La realtà, naturalmente, è ben più prosaica: l’attività per i Casa prende tutto il tempo che non oso dedicare a me stesso.
Certo, non ti ci vedevo ad avere i Casa come hobby... Tuttavia, ancora tra musica e stare al mondo, vorrei che tu mi dicessi dell’improvvisazione. Si tratta del modo più autentico per un musicista oppure corrisponde a mettere in scena il proprio “Non hai esterno”?
Tra musicisti, è un modo informale per giungere a un accordo formale.
Eno sostenne che l’improvvisazione per i musicisti rock è limitata dall’approccio blues presente nel loro dna di artisti. Fosse così, un accordo formale vi sarebbe già prima di imbracciare lo strumento e l’improvvisazione nascerebbe nel segno di una libertà condizionata. Condividi?
Questo vale per chi basi la propria forma mentis su una struttura di dodici battute, utilizzando qua e là ‘blue note’ nella melodia. Resta il fatto, ma questo è un concetto derivato da Cage, che non esiste forma di improvvisazione non condizionata. Possiamo solo andare incontro, all’indeterminazione, mai raggiungerla.
Però al grado zero di determinazione troviamo il brano 4’33”, il silenzio che introduce l’ascolto. Prima il musicista cercava corrispondenza tra lo schema e ciò che ne risultava, in termini di esecuzione, dopo Cage sembra che possa praticare delle rilevazioni ambientali, farsi condizionare così tanto dalla realtà da perdere i riferimenti. La (ri)conquista di un esterno. Forse il non-musicista Eno ha realizzato questo con l’ambient music (altra cosa è la musica che s’insinua tra il tintinnio delle posate, con Satie, senza rinunce).
4’33’’ è il più noto tentativo di rinuncia alla determinazione ma, di fatto, già a partire dal titolo pone un inequivocabile vincolo temporale. Per quel che mi riguarda ogni brano può essere letto come una ‘rilevazione’, ossia l’atto di volontà da parte di un musicista di riconoscere una successione di elementi sonori a certe condizioni, si tratti di rock o musique concrète.
Anche rispetto a ciò che stiamo dicendo, dopo 35 anni, come giudichi l’operazione Metal Machine Music di Lou Reed (se non ricordo male, sottostimata anche da John Cale)?
Cale sottostima Mmm per il semplice fatto che si cimentò in quel genere di sperimentazioni con un decennio di anticipo, ai tempi del primo minimalismo newyorkese. La maggior parte di quelle registrazioni infatti sono ben più radicali rispetto all’opera di Reed e, unitamente a ciò, entusiasmanti sotto il profilo della ricerca microtonale.
Certo, John Cale si cimentò ben prima, e con che compagni di viaggio. Ma già che ci siamo vorrei chiederti di The Velvet Underground & Nico, il disco che ha cambiato la storia, come riporta la copertina dell’ultimo inserto musicale di Repubblica. Possono i VU sopravvivere a una loro celebrazione, per giunta zelante, senza che tutto diventi intellettualismo? È giunto il momento, o lo è da tempo, di liberarsi di un così ingombrante modello?
Per evitare ulteriori intellettualismi sarà dunque il caso di privarci dell’ennesimo giudizio in proposito. I miei modelli sono stati artisti per nulla ingombranti, gente come Sylvester Weaver o Sandy Bull.
A meno che non fossero proprio gli stessi VU l’ingombro.
Ma cosa apprezzi in particolare nella musica di Sylvester Weaver e Sandy Bull?
Quel poco che hanno inciso rifugge la tentazione di lasciarsi svelare più del dovuto. Quant’è questo ‘dovuto’? Abbastanza perché li apprezzi.
Dimmi allora qualcosa di dovuto sul Festival di Sanremo.
Seguirlo in tivù, per un cantautore, è un modo efficace per rincuorarsi della propria assenza sul palco dell’Ariston.
Il dovuto anche sui cantautori italiani, “passati” ed “attuali”. Quali ti piacciono?
Non ho un punto di riferimento e sarebbe ora di dispiacermene. Ci sono però episodi isolati che mi piacerebbe aver composto: mi vengono in mente, nel mucchio, “Arrivederci” di Bindi, “Onda su onda” di Conte e “Vorrei” di Guccini anche se non posso dirmi appassionato di nessuno dei tre.
In molti testi di canzoni italiane Vasco Rossi, Gianna Nannini, Nathalie, Negramaro e svariati altri, ricorrono parole come “sospeso” e “in bilico”. Espressioni che nascono nella contemplazione di certe “sensazioni”, secrezioni umorali che sfociano in concetti pesanti. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi a riguardo.
Nell’ambito dell’arte, gli sforzi degli uomini comuni sono incentrati sul tentativo di sgrezzare la propria sacrosanta mediocrità, abbordando concetti che trascendono la loro possibilità di esprimerli cavandone qualcosa di originale. È questo il motivo per cui nel circondario italiano c’è una tale carenza di parolieri con un cipiglio narrativo: si predilige la contrazione del sentimento, allestendo così vere e proprie raccolte di hook pubblicitari. Iperboli, antonomasie, metonimie e metafore vengono perciò accatastate con eccessiva generosità, nella speranza che qualcosa resti. A garantire la felicità della formula, l’abbassamento dello spirito critico del pubblico, abituato a sapere che Fabrizio De André è stato uno dei massimi cantautori italiani senza capire il perché.
Nell’ambito dell’arte, gli sforzi degli uomini comuni sono incentrati sul tentativo di sgrezzare la propria sacrosanta mediocrità, abbordando concetti che trascendono la loro possibilità di esprimerli cavandone qualcosa di originale. È questo il motivo per cui nel circondario italiano c’è una tale carenza di parolieri con un cipiglio narrativo: si predilige la contrazione del sentimento, allestendo così vere e proprie raccolte di hook pubblicitari. Iperboli, antonomasie, metonimie e metafore vengono perciò accatastate con eccessiva generosità, nella speranza che qualcosa resti. A garantire la felicità della formula, l’abbassamento dello spirito critico del pubblico, abituato a sapere che Fabrizio De André è stato uno dei massimi cantautori italiani senza capire il perché.
Esterofilia. Dai cantautori al rock’n’roll italico, in particolare sul tentativo anni Novanta (CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Massimo Volume, Gamma Pop, ecc.), mi piacerebbe sapere che ne pensi?
A dire il vero sono ancora tutto preso a studiare gli arrangiamenti di gente come Juan Garcia Esquivel o Stan Kenton per dedicarmi ai nomi della nostra contemporaneità. Ricordo la prima volta che ascoltai “Nuotando nell’aria” dei Marlene: un amico aveva questa musicassetta che “non potevo non conoscere”. Sì però per farmela sentire dovette estrarre dall’autoradio “Skies of America” di Coleman; continuo a pensare di non averci guadagnato granché.
Ammetto che ci ho messo di più a capirlo. Ma mettiamo che uno, per fare posto ai Marlene, avesse tolto dall’autoradio Doolittle dei Pixies.
La seconda metà degli Anni ’80 ha originato un autentico Rinascimento artistico, il quale non è certo passato per le voci imberbi dell’‘alternative’; mi riferisco all’evoluzione dell’elettronica che, mischiando Kraftwerk e Funkadelic, psichedelia e minimalismo, ha partorito i generi techno e acid house, pervenendo così a un vero e proprio cambio di paradigma.
Mi parleresti un po’ di quel rinascimento?
Beh, mettiamola così: dopo un quarantennio di dominazione chitarristica, un piccolo synth della Roland riuscì a dare una scrollata al sistema. Prima di allora, in ambito pop(olare), l’elettronica erano ibridata con una strumentazione rock (vedi krautrock) o destinata a un pubblico di nicchia (vedi Kraftwerk). Tizi come Dj Pierre o Juan Atkins hanno sconvolto questo equilibrio standosene dietro una consolle.
Generi e nicchie. Pensi che sia più che altro il progresso tecnologico a sortire dei mutamenti paradigmatici del sistema pop (e rock)? Se fosse così l’indie rock americano sarebbe un’ingenua speranza e il post rock solo una presa d’atto consapevole della propria marginalità.
L’uomo è il medium: il suo strumento, il medium del medium. L’impiego che ne fa è determinato da alcuni fattori precisi; l’indie rock non è più ingenuo del punk poiché, sotto il profilo musicale, si è trattato in entrambi i casi di un ritorno alle radici coi mezzi e l’attitudine figli della propria epoca. I fenomeni apripista hanno invece due opzioni soltanto: farsi maniera o farsi da parte.
E però quel “farsi maniera” uno potrebbe anche chiamarlo farsi tradizione o farsi genere.
Uno potrebbe anche farlo. Mettiamola così: i Kraftwerk hanno generato, i Rockets ‘manierizzato’.
I Kraftwerk sono tra quegli artisti capaci d’intuire i futuri possibili o, per chi preferisce, d’inventarli. Ma ci possono stare anche Low e Heroes tra i generanti e i manieristi che hai citato. Spesso non sono gli apripista a raccogliere credito, ma artisti come David Bowie, David Byrne, Peter Gabriel... Forse non è solo questione di opportunismo ma anche di talento e, per la precisione, il talento per eccellenza del musicista pop e rock, l’eclettismo.
Gli altri artisti sopra citati, per buona parte delle loro carriere, sono pervenuti a soluzioni ibride capaci di soddisfare anche il pubblico del pop. La maniera non va confusa con l’eclettismo.
Sì, appunto. Ma vorrei parlare ancora dei Casa. C’è una cosa, tra le altre, che m’incuriosisce. Siete attivi da undici anni (anche se presumo che della formazione iniziale rimaniate tu e Francesco Spinelli) e a un certo punto, da tre anni a questa parte, avete iniziato a sfornare album, ben tre, con un quarto in previsione per quest’anno. Perché il primo lavoro dopo otto anni di attività e non prima?
Eravamo troppo occupati a fare tutto quello che ci pareva sul palco. Poi un giorno il musicoterapeuta Massimo Ferrauto ci propose di fondare l’etichetta Dischi Obliqui; si occupò della burocrazia, ci procurò una sala di registrazione, tecnico del suono e via dicendo. Pose, insomma, le condizioni adatte per interessarci a registrare della musica.
Qual è l’album dei Casa che preferisci?
‘Remake’. Pur trattandosi di un lavoro nel quale non suoniamo una singola nota lo preferisco agli altri per la purezza del suo intento. Abbiamo determinato un impianto concettuale delegando l’esecuzione a terzi; la trovo una maniera soddisfacente per evocare l’indeterminazione di cui sopra, contaminando il proprio songbook con artisti e generi apparentemente distanti dal sound Casa.
A dire il vero sono ancora tutto preso a studiare gli arrangiamenti di gente come Juan Garcia Esquivel o Stan Kenton per dedicarmi ai nomi della nostra contemporaneità. Ricordo la prima volta che ascoltai “Nuotando nell’aria” dei Marlene: un amico aveva questa musicassetta che “non potevo non conoscere”. Sì però per farmela sentire dovette estrarre dall’autoradio “Skies of America” di Coleman; continuo a pensare di non averci guadagnato granché.
Ammetto che ci ho messo di più a capirlo. Ma mettiamo che uno, per fare posto ai Marlene, avesse tolto dall’autoradio Doolittle dei Pixies.
La seconda metà degli Anni ’80 ha originato un autentico Rinascimento artistico, il quale non è certo passato per le voci imberbi dell’‘alternative’; mi riferisco all’evoluzione dell’elettronica che, mischiando Kraftwerk e Funkadelic, psichedelia e minimalismo, ha partorito i generi techno e acid house, pervenendo così a un vero e proprio cambio di paradigma.
Mi parleresti un po’ di quel rinascimento?
Beh, mettiamola così: dopo un quarantennio di dominazione chitarristica, un piccolo synth della Roland riuscì a dare una scrollata al sistema. Prima di allora, in ambito pop(olare), l’elettronica erano ibridata con una strumentazione rock (vedi krautrock) o destinata a un pubblico di nicchia (vedi Kraftwerk). Tizi come Dj Pierre o Juan Atkins hanno sconvolto questo equilibrio standosene dietro una consolle.
Generi e nicchie. Pensi che sia più che altro il progresso tecnologico a sortire dei mutamenti paradigmatici del sistema pop (e rock)? Se fosse così l’indie rock americano sarebbe un’ingenua speranza e il post rock solo una presa d’atto consapevole della propria marginalità.
L’uomo è il medium: il suo strumento, il medium del medium. L’impiego che ne fa è determinato da alcuni fattori precisi; l’indie rock non è più ingenuo del punk poiché, sotto il profilo musicale, si è trattato in entrambi i casi di un ritorno alle radici coi mezzi e l’attitudine figli della propria epoca. I fenomeni apripista hanno invece due opzioni soltanto: farsi maniera o farsi da parte.
E però quel “farsi maniera” uno potrebbe anche chiamarlo farsi tradizione o farsi genere.
Uno potrebbe anche farlo. Mettiamola così: i Kraftwerk hanno generato, i Rockets ‘manierizzato’.
I Kraftwerk sono tra quegli artisti capaci d’intuire i futuri possibili o, per chi preferisce, d’inventarli. Ma ci possono stare anche Low e Heroes tra i generanti e i manieristi che hai citato. Spesso non sono gli apripista a raccogliere credito, ma artisti come David Bowie, David Byrne, Peter Gabriel... Forse non è solo questione di opportunismo ma anche di talento e, per la precisione, il talento per eccellenza del musicista pop e rock, l’eclettismo.
Gli altri artisti sopra citati, per buona parte delle loro carriere, sono pervenuti a soluzioni ibride capaci di soddisfare anche il pubblico del pop. La maniera non va confusa con l’eclettismo.
Sì, appunto. Ma vorrei parlare ancora dei Casa. C’è una cosa, tra le altre, che m’incuriosisce. Siete attivi da undici anni (anche se presumo che della formazione iniziale rimaniate tu e Francesco Spinelli) e a un certo punto, da tre anni a questa parte, avete iniziato a sfornare album, ben tre, con un quarto in previsione per quest’anno. Perché il primo lavoro dopo otto anni di attività e non prima?
Eravamo troppo occupati a fare tutto quello che ci pareva sul palco. Poi un giorno il musicoterapeuta Massimo Ferrauto ci propose di fondare l’etichetta Dischi Obliqui; si occupò della burocrazia, ci procurò una sala di registrazione, tecnico del suono e via dicendo. Pose, insomma, le condizioni adatte per interessarci a registrare della musica.
Qual è l’album dei Casa che preferisci?
‘Remake’. Pur trattandosi di un lavoro nel quale non suoniamo una singola nota lo preferisco agli altri per la purezza del suo intento. Abbiamo determinato un impianto concettuale delegando l’esecuzione a terzi; la trovo una maniera soddisfacente per evocare l’indeterminazione di cui sopra, contaminando il proprio songbook con artisti e generi apparentemente distanti dal sound Casa.

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