sabato 23 maggio 2009

Intervista a Marco Cavalli

2. Marco Cavalli, vicentino, critico letterario, traduttore e consulente editoriale. Tra i massimi, e i pochi, conoscitori dell'opera dello scrittore Aldo Busi (su di lui ha pubblicato una monografia fondamentale, intitolata "Busi in corpo 11", il Saggiatore, Milano 2006). Ha anche raccolto e pubblicato le lezioni impartite da Aldo Busi durante l'anno 2003/2004 ad Amici, la trasmissione televisiva ideata da Maria de Filippi, con il titolo di "Dritte per l'aspirante artista (televisivo)", Mondadori, Milano 2005 e pubblicato un libro su Busi per l’università, intitolato: "Aldo Busi", Cadmo, Firenze 2008. Marco Cavalli ha tradotto Sade, Marcel Pagnol, Daniel Zimmermann, Elisabeth Abbott, Franz Hellens, Molière (per il teatro) ed alcune poesie di Arthur Rimbaud e James Douglas Morrison per lo spettacolo "Le Soleil, Paris" (eroma, Baldini, Ferrando).
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Tu hai detto, in una recente intervista: I grandi leader e capi militari e despoti sono un’invenzione della moltitudine dei piccoli servi. Mi viene in mente che George Orwell, nella sua previsione più fosca del futuro, in 1984, immagina una società repressa, asservita a divieti e regole della cui esistenza è lecito anche dubitare. La stessa esistenza del Big Brother non pare sicura. Come se un’umanità terrorizzata e desiderosa di oblio trovasse conforto in un particolare genere di proiezione mentale, quella di un despota totalitario onnipresente, al quale attribuire ogni responsabilità e nessun merito. Il problema, forse, è che questi servi assumono sovente il ruolo di piccoli dittatori tascabili: anelare alla posizione di leader senza assumersi la responsabilità del ruolo. Se è così, con il termine servilismo non abbiamo ancora detto tutto…

Se ricordo bene, nell’intervista cui fai riferimento mi si chiedeva che cosa detestavo di più. Preciso questo dettaglio perché lo ritengo importante. Da come poni la tua domanda sembrerebbe una consuetudine per me discutere generalizzando di potere e servilismo e compagnia bella, neanche fossi un editorialista o un politologo. Del servilismo mi interessa sottolineare, eventualmente, il sentimento della mia avversione nei suoi confronti. Ho in antipatia il servilismo non solo perché lo trovo una abitudine particolarmente brutta, ma perché è un’abitudine facile da prendere. I pericoli del servilismo non sono niente a paragone delle sue attrattive. Fare il suddito, il cortigiano, il socio, l’amico, è un gran comodo, e a me – occidentale, e italiano per giunta - le comodità piacciono. Avere qualcuno da cui dipendere, su cui scaricare le responsabilità, al quale ubbidire passivamente lasciandogli gli oneri e le insonnie del comando - che pacchia deve essere. Lo sappiamo tutti che i servi sono padroni mancati. Il cesarismo, il bonapartismo, il berlusconismo, sono mitologie da sottoposti. Non credo però che queste mitologie diminuiscano di miraggio prendendo posizione a parole contro di esse. Secondo me chiunque senta il bisogno di distanziarsene confessa il fascino che esercitano su di lui. Io personalmente sono disturbato dalla mia antipatia verso di esse. A disturbarmi non è tanto l’antipatia in sé quanto la sua intensità tutto sommato ingiustificata. Servire è un gioco che mi annoia, ma talvolta l’esclusione a priori da questo gioco – esclusione da me prontamente accettata e ribadita - è più spiacevole della noia che proverei nel caso mi si invitasse a giocarlo. Forse c’è l’ho tanto con i despoti perché non ne ho ancora trovato uno disposto a noleggiarmi almeno come portaborse. Il fatto che mi si neghi di poter dire di no al servilismo rende il mio biasimo nei suoi riguardi una specie di vanità di riparazione. Ogni tanto mi corico su un tappeto di chiodi per convincermi che mi troverei a disagio sul letto di piume ottenuto cedendo in cambio l’anima. Ma non è così che si fa. Le persone di carattere non perdono fiato a condannare un comportamento che è giudicato deplorevole persino da quelli che ne fanno una professione. Una tempra morale salda non sillogizza, non sbraita, non sentenzia. Si muove in mezzo ai servi come un medico in un lebbrosario, senza temere alcun contagio, portando comprensione, medicinali, la spensieratezza e l’allegria dei sani. E sapendo benissimo che per gli altri, i lebbrosi, il vero appestato è lui. Vuoi la verità? Io credo che se fino a oggi non mi sono venduto è merito soprattutto della mia indolenza. Ho detto che le comodità mi piacciono; aggiungo che mi piacciono a condizione di non dovermele guadagnare. E le comodità del potere si pagano carissime. Mi chiedo che cosa succederebbe se una volpe più furba della media acconsentisse a regalarmele – cioè se me le vendesse al prezzo stabilito da me…

Appartenere al club dei sillogizzatori, dei denunciatori indignati, dei sentenziatori equivarrebbe a mimetizzarsi tra i lebbrosi, illudendosi di restarne immuni. Forse è anche l’atteggiamento di molti intellettuali persuasi di potersi vaccinare facilmente attraverso la produzione di romanzi, saggi, film, documentari e, persino, canzoni pop di protesta o denuncia. All’inizio ho citato Orwell (che non credeva si potesse rimanere liberi tra milioni di “appestati”), ma vorrei anche sapere che ne pensi di uno scrittore come Saviano, l’autore di Gomorra. Te lo chiedo perché è evidente come gli siano riconosciuti la tempra morale ed il coraggio di cui dicevi.

Su "Gomorra" non posso pronunciarmi, non l'ho letto. Su Saviano non saprei che dire a parte compiangerlo per la solidarietà facilona e a tappeto di cui è stato fatto bersaglio da parte dell'opinione pubblica italiana e di una quantità imbarazzante di non lettori. Perché sono stati in tantissimi a cogliere l'occasione della solidarietà da offrire a Saviano per sostituirla alla lettura del suo libro. E qui secondo me si potrebbe (e forse si dovrebbe) desumere qualcosa circa il reale spessore letterario di "Gomorra". Se fosse quel che con ogni probabilità non è, un'opera di letteratura, "Gomorra" avrebbe sgonfiato prima o poi un sollevamento così indiscriminato e plebiscitario a suo favore. Avrebbe diviso le coscienze anziché unire tra loro, come è successo, voci di indignazione che, data la santità della causa, si sono sentite autorizzate a non andare per il sottile e non hanno controllato neppure se Saviano, nel suo libro, ha trattato l'argomento camorra santamente come ci si aspettava. Io dico che se ci si può prendere una simile libertà verso un testo, vuol dire che il testo te la concede. Sicché... Resta la solidarietà manifestata all'autore, solidarietà che non condivido perché a mio parere la solidarietà esige una parità di peso intellettuale e politico tra chi la offre e chi la riceve, altrimenti non è che una forma bizantina di autopromozione e di parassitismo. Le persone che fanno a gara per mostrarsi solidali con Saviano hanno rischiato e rischiano troppo poco in proprio perché il loro gesto possieda un significato extragestuale di un qualche peso. Ci sarebbe da aggiungere che per uno scrittore essere perseguitato dal potere, sia esso criminale o istituzionale, è un onore e non un capestro; sarà un capestro semmai solo per i vili che vivono passando rasente i muri nel timore di essere di disturbo. Uno scrittore che risulta indigesto alle cosche dello Stato e del parastato sa di aver fatto centro e non bada troppo a conseguenze spiacevoli che deve aver preventivato nell’atto stesso di prendere in mano la penna.

Capita che in Italia molto di ciò che tende a dividere le coscienze venga fatto passare come indegno di menzione o di cattivo gusto. Mi viene in mente che uno scrittore che tu ben conosci, Aldo Busi, ancora negli anni Novanta faticava a pubblicare i suoi interventi nei quotidiani, quando persino Pasolini, negli anni Settanta, pubblicava editoriali per Il corriere della sera. Sembra che ciò che può essere pietra dello scandalo spesso finisca seppellito da un’indifferenza ipocrita. Se non sto dicendo delle sciocchezze, e se non sconfiniamo nell’antropologia, come può accadere questo secondo te?

Vedi, noi siamo il paese che stanzia fondi per la costruzione di opere monumentali e non trova la volontà e i pochi euro necessari a riparare il marciapiede sotto casa sbreccato da secoli. Siamo il paese che voleva avere anche lui le sue colonie e che dalla caduta dell’impero romano in poi non ha fatto che servire padroni diversi. I politici e gli scrittori italiani si congratulano con se stessi per il fatto che parlano e scrivono dei palpiti del cuore, dei destini delle nazioni. Considerano con ogni possibile serietà che la ricerca dell’amore e di Dio sono i soli argomenti degni della grande letteratura. Poi tu leggi Busi e vedi che il posto di un uomo nel mondo può essere messo in crisi dalla scelta dell’abito sbagliato. Busi è il grande scrittore dell’ovvio che nessuno vuole vedere, cui nessuno si interessa, che tutti esorcizzano trovandolo spoetizzante, miserrimo. Il suo merito è di aver reso la grandezza della piccola ma molto reale disperazione dell’italiano comune per il quale le minuscole (e spesso tragicomiche) umiliazioni domestiche di ogni giorno sono tanto devastanti quanto possono esserlo le battaglie perse in guerra. Una parola detta o taciuta, un appuntamento mancato, un debito non onorato, l’incapacità di notare per l’ennesima volta una modifica che qualcuno a noi caro ha fatto alla sua persona con la speranza di deviare la nostra attenzione su di lui – tutte queste cose provocano cambiamenti tanto drammatici quanto inavvertiti.
Non vorrei però generalizzare troppo, fare discorsi più grandi della mia bocca. È un vecchio vizio italiano, il pericolo di ricadute è sempre in agguato. Proverò a spiegarmi con un paragone tratto da un mestiere che conosco bene, il traduttore. La mia scuola di traduzione l’ho fatta sulle versioni dall’italiano antico di Aldo Busi. Mi è stata maestra Carmen Covito, che proviene dalla bottega di Busi e ha le sue stesse intransigenze, la stessa pazienza, la stessa disciplina che non conosce stanchezza. Da loro ho appreso qualcosa di basilare in materia di etica del tradurre, qualcosa che sbaraglia ogni retorica della traduzione basata su un ideale astratto di fedeltà al testo originale, qualcosa inoltre che si può esportare efficacemente in altri ambiti sia professionali che personali.
Come forse saprai i traduttori di ogni sesso ed età hanno il loro speciale giuramento di Ippocrate, che potrebbe chiamarsi il giuramento di San Girolamo, santo patrono dei traduttori. Secondo questo articolo di fede chi traduce deve mantenersi fedele al testo originale, costi quel che costi. Sarebbe come dire che per vedere un santo basta guardare in aria. Gli estremismi di questa regola aurea sono due: la traduzione “creativa”, che rifà in altra lingua l’originale in un modo che rende impossibile risalire a esso in maniera anche approssimativa, e la traduzione letterale, che quasi non tocca l’originale e si sforza di ricalcarlo, di darne una versione calligrafica, di rigida osservanza filologica.
Tutte e due le impostazioni ottengono risultati inferiori alle aspettative e alle promesse. Tutte e due risentono su versanti opposti della mistica della fedeltà, che nel caso della traduzione creativa svincola il traduttore da troppe inibizioni, soprattutto da quelle più salutari, mentre nel caso della traduzione letterale accentua le inibizioni fino a esasperarle, tanto che il traduttore che si accosta all’originale si sente come un ladro di cadaveri che stia profanando un sepolcro. In un caso e nell’altro si perde di vista la finalità del lavoro di traduzione, che consiste nel comunicare qualcosa di un testo a un lettore che si presume inabile ad apprendere gli strumenti che lo abiliterebbero a leggere da sé. Secondo me questi traduttori – e ce ne sono di bravissimi, l’Italia è piena di traduttori di valore – non sanno mettere le loro competenze al servizio del lettore, le usano per gratificare se stessi.
E così non fanno che ricordare al lettore quanto vasta è la sua ignoranza.Perfino i più esperti traduttori di mia conoscenza non hanno fino in fondo questo spirito di servizio che li obbligherebbe a scelte che essi giudicherebbero dei ripieghi, dei compromessi insoddisfacenti. È vero, talvolta si tratta di compromessi, ma solo se li si considera dalla prospettiva del traduttore. La precedenza spetta alla prospettiva del lettore per il quale, il più delle volte, la via di mezzo del traduttore (quella che il traduttore chiama con questo nome) rappresenta l’unica strada sicura e percorribile.
Busi non ha questo difetto perché il destinatario delle sue traduzioni non è mai un lettore disincarnato; non è nemmeno una immagine di sé ritoccata in meglio che Busi proietta dall’altra parte del testo. Il lettore cui pensa Busi traducendo è sempre un lettore di lingua italiana che respira la storia e la cultura del suo tempo. Anche quando Busi ha in mente un lettore avveniristico, le risorse di questo lettore sono obiettive capacità di comprensione e di gradimento di un lettore italiano del XXI secolo, non sono le risorse del traduttore, giocoforza più progredite. Perciò anche le più piccole scelte di traduzione di Busi hanno riguardo innanzitutto del lettore cui sono indirizzate, a costo di lasciare il traduttore scontento.
La morale è che i privilegi – siano essi intellettuali, materiali, politici – si adoperano rinunciandovi a beneficio di chi ne è sprovvisto. Prendi ora i nostri funzionari di governo, i nostri uomini politici. Quando non sono degli incompetenti e dei furfanti a piede libero, si comportano come il traduttore “creativo” e quello “filologico”, che impediscono ai loro lettori qualunque conoscenza mediata dell’originale con la scusa che sarebbe indiretta, difettosa, sacrilega. Allora glielo servono o crudo così com’è o talmente cotto che risulta comunque immangiabile. Sono incapaci di tradurre il vocabolario della politica nel linguaggio spicciolo del lavoro. Discutono di libertà, di democrazia, di fedeltà, ma si guardano bene dal praticarle al minuto e al dettaglio, con tutti i sacrifici che comporta la politica dei piccoli passi, dell’uovo oggi e la gallina domani forse. Si accontentano dell’ideale, non hanno l’ambizione del compromesso. Non scendono mai dalle altitudini della parola “democrazia” giù fino alle sue versioni terra terra, le uniche in grado di renderla intelligibile intanto. Se si vuol essere credibili quando si parla della costruzione di un ponte sullo stretto di Messina, bisogna prima saper dare un giro di bulloni ai ponti pericolanti che esistono in giro. È questa la vera grande impresa: misurarsi con l’intelligenza politica del momento con tutti i suoi deficit e i suoi passaggi a vuoto. Troppo facile predicare un’intelligenza perfetta che, siccome deve esserci, allora c’è per forza o ci sarà. (L’ho fatta un po’ lunga, spero non inutilmente.)

Non inutilmente. Saresti caduto in una mesta contraddizione evitando di attraversare l’esperienza del tuo lavoro per dare una versione delle cose, considerando quello che stavi dicendo.
Ma ora vorrei chiederti, anche alla luce di tutto questo, quali sono gli scrittori italiani che più ti sono piaciuti negli ultimi anni, quelli che non si congratulano con se stessi per il fatto che parlano e scrivono dei palpiti del cuore, dei destini delle nazioni.

L’unico nome che mi sento di fare è ancora quello di Aldo Busi. Tranne lui non vedo nessun altro che al momento possa chiamarsi con diritto “scrittore”. Bravi narratori e artigiani della penna in Italia non ne mancano, non sono mai mancati. Ma non è di loro che si sentiva il bisogno. Prima che spuntasse Busi non c’era in Italia una cultura del romanzo, cioè non saggistica, non sapienziale, non meramente autobiografico- minimalista. I narratori italiani sono di una malinconia tzigana che la dice lunga sull’esilità della loro materia d’ispirazione. Io non amo la saudade, la trovo insopportabile sia in musica sia in letteratura. Mi stucca la coltivazione in vitro della nostalgia, tutto questo vegetare nel rimpianto di qualcosa che non si è realizzato convincendosi poco a poco (mai però fino in fondo) che così dovevano andare le cose. Per scrivere un romanzo ci vuole di più che la semplice esperienza di un dolore. Non basta aver sofferto, bisogna saper raggiungere la riva opposta della sofferenza e da lì fare il suo ritratto. Occorre sviluppare una chiaroveggenza meravigliosa, considerare gli uomini e le esperienze da una prospettiva che non sia ricevuta, dislocarsi rispetto al tempo e allo spazio in cui le cose ti sono date. Un sentimento rappresentato dovrebbe essere un sentimento conquistato attivamente; subirlo non è che il primo passo. Se scrivi dell’infelicità perché sei stato o sei infelice il risultato è quasi sempre un ottundimento delle capacità di emozione, un esaurimento interiore. È l’effetto del “tono su tono”. Eppure la poetica degli scrittori italiani si basa tutta o quasi sulla capitolazione di fronte a ciò che si è, a ciò che si prova. Un lavoro di largo respiro, sottomesso alle esigenze della costruzione, della continuità, li costringerebbe a fare il giro della casa, a scoprire le stanze di dietro del dolore, del fallimento, della malinconia, la complementarità di ruoli e stati d’animo tradizionalmente contrapposti, l’opportunismo delle vittime, i patteggiamenti segreti del dissidente, dell’eretico, del ‘diverso’. Busi è un grande scrittore principalmente perché smaschera se stesso. Una volta che ti sei smascherato non c’è più bisogno di togliere la maschera agli altri, è sufficiente raffigurarli tali e quali appaiono, cioè così come sono. In Busi non trovi il cinismo isterico del satirico, che si prende gioco della maschera e non vede la sua necessità pragmatica e che per questo fa di se stesso una maschera persino più oscena di quelle che mette in caricatura. Nei romanzi di Busi il vizioso, il corrotto, la mezza cartuccia, la donnetta, il macho, la checca di regime non ghignano come guardie cardinalizie, sorridono. È un sorriso, il loro, tremendo, di una umanità commovente, e questo perché la corruzione, il vizio, la checcaggine, scrutati da dentro, si rivelano condizioni accettabilissime, ragionevoli e in definitiva perdonabili. Non intrinsecamente perdonabili, perdonabili a partire dal preciso istante in cui diventano cosa nostra. Il debito che abbiamo con l’opera letteraria di Busi non è quantificabile. In essa io ho trovato una conoscenza impensata, paurosa, dei miei limiti di linguaggio, una consapevolezza etimologica (se così posso esprimermi) della mia italianità. Busi ha scritto l’autobiografia degli italiani in forma di romanzo. Non sto a dilungarmi, ho pubblicato ben due libri sull’argomento. Preferisco parlare qui della mia gratitudine, ma solo perché la sua intensità ne fa un sentimento impersonale, altrimenti non ne accennerei neppure.
Io ho dovuto manifestare la mia gratitudine a Busi in quanto scrittore. Scrivere un libro sulla sua opera è stato un modo di renderle grazie da parte mia, tua, degli italiani tutti. Se ti sembro farneticante me ne scuso, ma le cose stanno esattamente come dico. Perché i veri lettori di Busi, coloro a cui è destinata la sua opera, non sono persone come il sottoscritto, critici letterari, intellettuali ecc. I veri lettori di Busi sono i suoi detrattori, i suoi nemici ideologici, la gente che lo ignora in quanto scrittore e lo venera come personaggio televisivo. Sono i non lettori, gli omofobi, le donne, le checche di regime, i fascisti di destra, i fascisti di sinistra, i tossicomani, i bambini, le suore laiche, i praticanti non credenti e i clericali dell’ultima ora.
Sono questi i lettori che l’opera di Busi aspetta di conoscere. Il fatto che se ne disinteressino e che addirittura la osteggino è senza importanza o meglio non ha l’importanza che sembra. Io mi sento un loro procuratore cui sono stati risparmiati molti privilegi apparenti e molti handicap palesi. Sono stato più pronto perché sono stato più fortunato. Io ho il vizio della letteratura, loro quello del potere oppure della sopravvivenza a ogni costo.

Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Comprendo cosa intendi dire sulla malinconia, ora che ci accorgiamo che se n’è straparlato e strascritto; tuttavia credo che a volte rischiamo di confonderla con la commozione.
La commozione è il segno di una condivisione reale con gli altri essere umani, mentre la malinconia è una separazione che rafforza il sentimento di superiorità generato dalla contemplazione delle proprie secrezioni umorali. Il cinismo è il seguito probabile della sterilità lagnosa della malinconia, il marcire rancoroso di un sentimento già di per sé andato a male.
Quando sento parlare di “smascheramento” invece, lo associo al termine “paranoia” e sono d’accordo con te che uno scrittore, e un essere umano, dovrebbe smascherare se stesso per liberarsi dal desiderio capriccioso di smascherare tutti gli altri.
Per non cadere in una tautologia però, proporrei anche di fare a meno di un termine come “smascheramento”. Ti dico perché.
A me pare che proprio l’indossare una maschera equivalga ad essere quello che si riesce ad essere. Lo smascheramento rivela l’inadeguatezza molto umana dei ruoli che ricopriamo per una vita.
Dunque proporrei di mettere in soffitta quel termine, se solo fosse nelle mie possibilità deciderlo, perché penso che il ruolo che ricopriamo in vita merita di essere compreso, piuttosto che definito una maschera; mentre il venir meno di questo ruolo non mi pare rivelare alcunché di vero, cristallino, definitivo.
Probabile che tu non condivida, ma dubito che sia un compito dello scrittore quello di raffigurare gli altri come realmente sono. Personalmente mi accontenterei di una descrizione verosimile, laddove per vero intendo giustificato dal contesto. Diversamente, non credi che lo scrittore ritornerebbe ad accampare pretese di verità, rubando il mestiere al prete?

Concordo con te ma fino a un certo punto.
Quando dico che Busi smaschera se stesso voglio dire proprio quel che sostieni tu, cioè che Busi si definisce in quanto maschera umana. Una volta che uno ha compiuto questo passo, è inevitabile che non veda più maschere nella faccia degli altri. La loro faccia è la maschera, basta descrivere quel che sembra e avrai quel che è. Però la necessità di smascherare resta, anzi, si fa più viva. Se è vero che non esiste un’unica faccia dietro le molte maschere di un individuo, non si può negare che per ogni individuo continuino a esserci maschere che sono meno maschere di altre. Dire (nel ventunesimo secolo!) che l’uomo è fatto di maschere sovrapponibili è dire niente. Chi non lo sa? Ci sono scrittori che su filosofemi del genere riescono a campare di rendita per una vita. Ma anche la consapevolezza più sviluppata, se usata per giocare d’anticipo, per risparmiarsi smacchi ulteriori, diventa un mascheramento, uno stereotipo. È attraverso queste crune d’ago che Busi fa passare la sua letteratura.Nei libri di Busi tu trovi la tensione dello smascheramento (la tensione di chi smaschera e di chi viene smascherato) ma anche il desiderio e la fiducia di incontrare prima o poi una maschera viva, meno usurata delle precedenti. Perché il bisogno di credere in un volto è più forte della certezza di scoprire che, sotto sotto, si tratta ancora di una maschera. La differenza tra una faccia e una maschera è solo una questione di tempo che passa e consapevolezza che si aggiorna.Ogni maschera ha il suo momento di verità, l’istante in cui le sue azioni e le sue parole si corrispondono. Quell’istante dà alla maschera il risalto di un volto che di umano (nel senso moderno della parola) non ha più niente. Mancato quell’istante, o semplicemente trascorso, la maschera ridiventa quel che è stata sempre, solo che adesso è maschera in modo esplicito.
Si può fare dell’ironia sul fatto che la delusione riunisca tra loro l’uomo che si fa illusioni e l’uomo che non se ne fa. L’uno non ha ancora perso la speranza, l’altro sa di non poter neanche lontanamente pensare alla speranza. Uno ha il problema di sopportare la vita, l’altro di sopportare se stesso. La sorte del disilluso è più patetica ma anche più interessante. Di positivo nel disincanto c’è almeno questo, che la delusione che lo aspetta non sarà uguale alla precedente. E poi una consapevolezza che continua ad aggiornarsi non lo fa certo per migliorare il proprio stile di vita. Il suo obiettivo è superare i fallimenti, non eliminarli.
L’intelligenza è più faticosa della stupidità perché l’intelligenza deve difendersi dalla sua propria maschera e anche dalla stupidità. Essere intelligenti è anche pericoloso perché dà alla testa. Busi ha capito qualcosa cui nessun Pirandello sarebbe mai arrivato: che sviluppare l’intelligenza ingenera un disprezzo totale verso quelli che ne sono privi. In questo senso l’intelligenza è pericolosa: bisogna conoscerla bene per oltrepassarla sempre. Un libro di Busi, E io, che ho le rose fiorite anche d’inverno?, tratta proprio di questo tema. Leggere per credere.
Per esempio ci si chiede molto da ogni parte: ma perché Busi fa televisione, intelligente com’è? che bisogno ha di farla? Invece sai cos’è il presenzialismo mediatico di Busi? Una forma aggiornata di astensionismo. Busi è l’uomo più discreto e solitario che io conosca. In effetti non saprei che cosa gli sta più a cuore, a parte scrivere. Eppure è una persona industriosa, alacre, un lavoratore instancabile. Sa fare un sacco di cose e le fa a regola d’arte, senza tradire sforzo o esasperazione. Tutto quel che intraprende lo porta a termine. Ma solo in una percentuale molto piccola la sua persona è coinvolta in ciò che fa. Non esiste mica solo un modo per rivelare la propria estraneità verso questo mondo e le sue regole di vita. Busi si dichiara estraneo alla tv facendola – sempre meglio che guardarla e dirne male. La televisione è la sua botte di Diogene, un modo di astenersi, di depauperarsi. Da che cosa? Dall’istinto di disertare la realtà, voltarle le spalle e specchiarsi nella propria intelligenza. Busi non ha mai avuto bisogno della televisione. Farla è il suo modo di stare in disparte da essa e di restare in contatto con coloro per i quali la tv rappresenta tutto: un oracolo, una famiglia, un posto di lavoro, una poltrona. Ma è anche il modo di aggiornare la propria intelligenza e di impedire che diventi una maschera, come succederebbe se Busi si esiliasse in essa.

Per Busi andare in televisione è raggiungere la riva opposta della sofferenza. In questo senso si comprende la sua partecipazione ad un programma come Amici.
Ho pensato a queste parole: è proprio lui, mi dicevo, ecco la sua testa che contiene un cervello di marca diversa dalle gelatine sintetiche conservate nei crani che gli stanno attorno (…) Sono testimone di un fenomeno fisiologico unico: John Shade mentre percepisce e trasforma il mondo, mentre lo porta dentro di sé e lo scompone, mentre ne ricompone gli elementi nel corso del processo stesso di accantonamento, onde produrre, in un momento ancora indefinito, un miracolo organico, una fusione di immagine e musica, un verso (Vladimir Nabokov, Fuoco pallido, P. 29). Mi sembrano la testimonianza della crudeltà verso coloro che non hanno accesso a modi particolari e più ricchi di descrivere se stessi ed il mondo attraverso il proprio linguaggio; verso gli illusi, diresti tu.
Ma che si tratti d’intelligenza e consapevolezza sviluppata del disilluso, oppure della capacità di ridescriversi in modo più interessante, credi che la grandezza di Aldo Busi consista innanzitutto nel saper oltrepassare anche questa crudeltà, così rassicurante per chi possiede un cervello di marca diversa, senza dilettarsi spocchiosamente con termini come gelatine sintetiche?

Leggi una sola pagina di Busi e vedrai che non c’è in lui un briciolo di alterigia, di supponenza, figuriamoci di crudeltà. La crudeltà, casomai, Busi la esercita su di sé. Busi è un estroverso, non vive nell’ossessione di se stesso. Si valuta con crudezza (e secondo me ingenerosamente) perché applica al suo caso il metro della maggioranza, i parametri di intelligibilità della cultura del suo tempo. È consapevole, e lo scrive pure, che sono parametri stravolti, taroccati, figli della malafede e di un’ignoranza ormai deliberata, scientifica. Ma finché non riuscirà a cambiarli sa che sono gli unici a fare testo.
Conosci l’opinione di Busi su ciò che ha scritto? Non parlo del giudizio che ne dà lo scrittore Busi, giudizio che condivido senza riserve (“Io mi considero il più grande scrittore, e uno dei pochi Scrittori, mai apparsi sulla faccia della Terra”). Mi riferisco alla valutazione dei suoi libri alla luce dell’impatto che hanno avuto sulla società italiana. Secondo Busi la sua opera è – in questo senso, e solo in questo - un fallimento. Pur essendo scolpita nel diamante, la valutazione di cui gode è inferiore a quella delle gelatine sintetiche, e in questo lungo passaggio storico le azioni della gelatina sintetica volano. Oggi una gelatina sintetica vale quanto un diamante, i diamanti autentici non interessano. In altre parole, è come se Busi dicesse: io ho scritto dei capolavori e il Paese li ritiene dei semplici libri di letteratura. Pertanto, non sono altro che quello. Se Busi pure chiama gli italiani “gelatine sintetiche”, è pur sempre da loro che si fa giudicare.
La mia opinione è diversa, naturalmente. Io sono sicuro che le opere di Busi saranno i classici che sono fin dal loro primo apparire, con o senza l’imprimatur della cultura italiana. Me ne sbatto di cosa pensano in merito i santi dell’università e i fanti di Internet. Ma nella posizione di Busi, per quanto ingiusta verso di lui, c’è più modernità. C’è più sugo nel suo piegarsi, censurando ogni miraggio di trascendenza letteraria, a un verdetto che la maggioranza degli italiani emette quasi sovrappensiero. È Busi stesso a decifrare la posizione dei suoi contemporanei verso di lui, a leggere a voce alta e in vece loro una sentenza di condanna che tutti insieme non saprebbero né scrivere né pronunciare.
Io credo che Busi soffra a essere lodato più di quanto non lo infastidisca la nomea di “personaggio televisivo” che gli viene rifilata proverbialmente. Nessuna ferita del suo orgoglio di scrittore lo fa sanguinare quanto l’ammirazione indiscriminata di un pubblico di acquirenti in difetto della sensibilità intellettuale necessaria ad apprezzare (figurarsi poi a lodare) un’opera di letteratura. Tutta gente che con disinvoltura oltraggiosa si annette i romanzi di Busi equiparandoli alle marce per la pace, ai libri di Marco Travaglio, alle collette per salvare “il Manifesto”, all’iscrizione a Facebook, al concerto di Vasco Rossi. Busi ha scritto per far saltare combinazioni come queste, per mandarle all’aria, non per diventarne l’ultimo anello. Guarda che Busi sarebbe molto più popolare se anziché partecipare ad “Amici” ignorasse il programma o ne parlasse con ogni possibile condiscendenza. Se io alle spalle avessi un’opera del peso e del valore di quella di Busi, mi concederei il lusso di snobbare la televisione e il web, non li degnerei di uno sguardo. Potrei dire che non mi riguardano. Secondo Busi non siamo noi a scegliere le cose che ci riguardano. Esiste un sito, www.altriabusi.it, ideato e realizzato da Marcella Gritti, una bresciana anomala, una che certo non manca di fegato. Il sito pubblica con cadenza pressoché quotidiana testi di varia indole (per lo più sms) scritti e regalati da Aldo Busi. Si possono leggere a titolo gratuito: sono lì a disposizione di chiunque. I dati in mio possesso dicono che migliaia di visitatori fremono ogni giorno in attesa di leggere i nuovi sms di Busi. Tutta gente cui io spaccherei la testa, perché smaniano per avere le bucce di Busi e mai che stacchino dal video per andare a leggersi in solitudine un suo romanzo. Sono i tipici utenti dei social network, fanno un giro sul sito altriabusi per sfizio, per inerzia, per far sapere che ci sono stati. Al sito io presto una collaborazione laterale, non vi partecipo con l’animosità di Marcella Gritti e non perché ritenga la sua un’idea sballata. Al contrario, la considero un colpo di genio. È che non mi va giù che Busi sia letto per gli sms che da un momento all’altro potrebbe stancarsi di scrivere e non invece per i trentanove titoli che ha pubblicato da un pezzo e che non vanno soggetti ad alcuna scadenza d’umore. Non concepisco che, letti i suoi sms, costoro continuino a non sapere niente di lui, dei suoi romanzi, quando Busi di loro sa tutto. Impara ogni volta a parlare il loro linguaggio, si cala all’occorrenza nei loro contesti, per ostili e prevenuti che siano nei suoi confronti. E mai che cerchi di facilitarsi il compito.
Va a stanare gli internettari in casa loro senza inventargli qualità che non hanno, senza farli più simpatici di quel che sono, senza farsi più simpatico lui. Mantiene integro il suo stile e lo porta dove non c’è nessuno – ripeto: nessuno – abilitato non dico ad apprezzarlo ma a riconoscere che di uno stile si tratta, e quanto differente. È indomito, affettuoso, soprattutto non è sprovveduto. Capisce in anticipo dove la propria intelligenza diventa suo malgrado connivente con la stupidità che prende di mira. Questo è il limite dei critici della globalizzazione e di Internet in particolare, anche quando sono documentati come Zygmunt Bauman. Criticano e criticano con ragione, e mai che si accorgano in tempo che la realtà che contestano così energicamente anziché affondare prospera sul marcio portato su di peso fino alla superficie delle coscienze. (Su aree limitrofe, anche Marco Travaglio rischia di guadagnarsi una libera docenza grazie a Berlusconi. E ancora non si decide a indagare il berlusconismo occulto degli antiberlusconiani di mestiere.)
Più i Bauman infieriscono contro il sistema, più finiscono col fare il suo gioco, perché nelle critiche più feroci e meritate la cultura di Internet scorge solo l’ennesima conferma della propria centralità. Come si fa a non vedere che il popolo degli internettiani ha un lato “cocotte” molto pronunciato? Ci vuole una stoffa spirituale diversa, bisogna essere scrittori di prim’ordine come Busi, conoscere tutte le sfasature dell’essere umano, e soprattutto le proprie. Subire l’emarginazione ideologica per Busi è un modo di provare la solitudine di coloro che lo emarginano, la solitudine siderale della maggioranza intruppata su Facebook, che si intruppa in rete appunto per esorcizzare lo spauracchio della solitudine.
Ora, io ho letto Busi e ho capito una cosa, finalmente. E cioè che a disturbarmi non è Internet in sé, non è il medium di massa. È proprio il fatto che la maggioranza anteponga Internet a ciò che piace a me, a quel che prediligo. Non ci si abitua all’idea di essere meno indispensabili di quanto gli altri non lo siano per noi. Ogni volta che i giornali annunciano una novità che riguarda il web sento una vocina che mi bisbiglia: tu e la tua letteratura siete prescindibili, roba vecchia. La democrazia digitale (così la chiamano) non alza la voce, non ne ha bisogno: si limita a fare spallucce e a tirare dritto. Tu che non le tieni dietro, perché non vuoi o perché non ci riesci, ti ritrovi scavalcato, gettato tra i rifiuti. Se vuoi venire in rete, benvenuto; se non vuoi, c’è la fila fuori, togliti di mezzo.
Ti racconto un aneddoto. Anni fa a un pranzo di nozze chiacchieravo con il mio vicino di posto, come si fa in questi casi. Lui mi chiede qual è il mio mestiere. Gli rispondo che faccio il critico letterario. Lui storce la bocca e fa: E cosa fa di preciso un critico letterario? Allora una domanda simile poteva farmi saltare la mosca al naso. Oggi non solo la troverei sensata e perfino opportuna, ma pagherei perché qualcuno me la rivolgesse. Uno che esprime una perplessità sul tuo lavoro, anche se intrisa di sarcasmo, dà prova di un minimo di curiosità. Da quando esiste Internet questo genere di curiosità si è estinta. Tu puoi dire che fai il pifferaio di Hamelin, lo scandaglio oceanico o la vedova allegra e nessuno ci troverà una qualche differenza significativa. Se ti chiedono che cosa fai, è perché gli serve un pretesto per dirti che cosa fanno loro. A me questa indifferenza offende. Busi la dava per scontata quando ancora Internet non era stato inventato.

Tristemente vero. Com’è vero che da noi a rendere tutto vano hanno contribuito, non i possessori di suv incravattati, ma proprio coloro che intonano lagnose litanie sul fatto che si legge poco. Molti di loro non sono mai usciti dalla logica delle sovrastrutture ideologiche: che non si apprezzi una cosa, un opera, un mestiere per quello che è, per quello che vale. C’è sempre un fine superiore da raggiungere al quale possiamo sacrificare tutto il resto. C’è poco da fare, anche se è una banalità che fa venire sonno a pensarla: gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori non organici contano nulla.
Togliere Berlusconi a Travaglio sarebbe la fine di una carriera fatta di almeno un libro all’anno, partecipazioni ad Anno Zero, partecipazioni a film militanti, tour teatrali, editoriali, ecc. Gli Italiani di Destra, sotto sotto, ascoltano Travaglio (che del resto è un reazionario di Destra), ma non tollererebbero facilmente Busi, se non nella versione catodico-umorale. Gli Italiani di Sinistra, sotto sotto, ascoltano Travaglio (proprio perché è un reazionario di Destra), ma non tollererebbero facilmente Busi, se non nella versione catodico-umorale.
Tuttavia mi pare che tu, rispetto a Busi (che dà per scontata l’indifferenza generale prima di internet), nutra un residuo di speranza sul fatto che la letteratura possa sopravvivere al conformismo nostrano, al linguaggio degli sms, all’indifferenza di facebook. Nell’ultima edizione di Librarsi (rassegna da te curata) ad esempio, si è parlato di un romanzo scritto interamente con sms.

Io non spero nella letteratura. Non credo che la letteratura possa salvare o preservare alcunché e del resto non è il suo compito. Confido ragionevolmente nell’industria e nel mercato della letteratura. Fino a che esisterà una distribuzione commerciale del libro si continuerà a parlare di lettura lettori libri, e in mezzo a fiumane di libri spazzatura potrà insinuarsi qualche buon titolo. E si ristamperanno i buoni libri del passato – magari con le intenzioni più balorde, con la retorica più bolsa, ma si andrà avanti a ristamparli, li si manterrà in circolazione. Dovesse sparire un giorno il mercato editoriale, dubito che qualcuno sentirebbe nostalgia della letteratura. La letteratura oggi è un vecchio umanista alla Montaigne la cui sopravvivenza è nelle mani dei domestici che tra un cambio e l’altro di biancheria gli saccheggiano la casa.

Scusa insistenza su questo, ma mi sembra che l’importanza che tu riconosci ad Aldo Busi travalichi il fatto letterario, come se la lettura dei suoi romanzi potesse darci qualcosa in più di un affinamento del gusto. Credi che quest’ulteriorità indefinita sia solo frutto del mio modo di interpretare ciò che tu dici, oppure che ci sia qualcos’altro oltre quello che Nabokov (visto che l’ho già citato) definì beatitudine estetica?

Oh, c’è parecchio di più. Ma mi sembrerebbe lesivo della sua cultura di scrittore dire che Busi ha dato qualcosa di più di un’estetica della letteratura, come se la letteratura fosse un contributo di secondo ordine rispetto, che so, a una morale. Busi ha portato un’idea di letteratura profondamente diversa, mai apparsa prima, un modo di essere classici che liquida il classicismo della cultura italiana non soltanto letteraria. Chiariamo subito che cosa intende Busi per “classico”. Secondo la sua definizione, è classico “tutto ciò che è moderno per eccellenza di ritmo”. Tu che sei musicista apprezzerai, spero, la finezza consistente nello sdoganare la categoria della modernità dal campo della storiografia. Una modernità riferita al piano dell’esistenza storica non ha più senso – ammesso che ne abbia mai avuto uno. Non basta più essere contemporanei alla propria epoca per sentirsi moderni. Con Busi l’essere moderni diventa una prerogativa dell’intelletto. La modernità, secondo Busi, è un protendersi psichico verso il tempo dal quale ci si sente tagliati fuori proprio per il fatto di viverci dentro; è un anelito di coincidenza che presuppone una spaccatura, un divorzio, tra l’aria che tira e l’individuo che la respira. Siamo vittime del nostro tempo quando semplicemente vi apparteniamo. Siamo nella Storia quando ci sforziamo di andare a tempo con il nostro tempo senza rassegnarci all’asincronia che perdura tra noi ed esso.
“Andare a tempo” significa dunque volontà di andare a tempo, ricerca di una sintonia. I sincronismi che preesistono alla loro ricerca sono forme di immobilismo sfrenato. Prendi la concezione della letteratura di Busi e confrontala con quella di uno scrittore italiano a caso. In Busi convergono una dedizione totale, senza riserve né cautele, alla letteratura e una conoscenza esatta, istantanea, direi minuto per minuto, della posizione che la letteratura occupa nel mondo. Al momento questa posizione, lo sappiamo tutti, è tanto centrale a parole quanto marginale nei fatti. Scrivendo, Busi si oppone alla nessuna considerazione in cui nel complesso è tenuta la letteratura. E tuttavia Busi non sostiene che la letteratura ha un’importanza assoluta, metafisica.
Per lui la letteratura si rivela indispensabile proprio perché non lo è in modo programmatico. Tra la propaganda sulla letteratura e il suo ruolo salvifico e l’irrilevanza effettiva della letteratura esiste un rapporto di causa-effetto che ha origini lontane, extraletterarie – origini che Busi ha esplorato a fondo. Il dato più interessante che concerne la letteratura oggi è che di essa si può fare a meno. Intendo proprio che possono rinunciarvi tutti: i lettori a leggerla e gli scrittori a scriverla. Non ha incidenza né culturale né politica, è puro ornamento, entertainement. (E i critici letterari, allora, data una tale concezione, che cosa sarebbero? Palline che dondolano appese all’albero di Natale. Brutto a dirsi, ma quanto vero…) Una letteratura che prescinda dalla sua consapevolezza ultima sarà sempre incapace di mutarla o semplicemente di aggiornarla; darà opere destinate a sprofondare nel classicismo da dove in realtà provengono.
Potrei dire che ci sono due letterature inautentiche, lontane da ogni modernità: il classicismo volontario e il classicismo involontario. Il classicismo volontario si basa sull’imitazione scimmiesca e ossequiosa della tradizione classica. Si scrive avendo come modello le opere di predecessori insigni che fanno parte di quella che nebulosamente viene chiamata “tradizione”. È una sensibilità che in Italia ci si tramanda dagli albori del Rinascimento. Oggi c’è quello che scrive alla Italo Calvino come nel Cinquecento i poeti di tutta Europa facevano a gara per imitare Petrarca. Per ogni epigono intelligente, se ne contano centinaia di superflui. Credono di aver diritto all’applauso perché sono stati polemici come Pasolini o collaborazionisti come Cocteau. Un contegno che è passato pari pari alla cultura pop e underground. Cosa credi che facciano di diverso i rockettari che sul palco danno fuoco alla chitarra? Credono di riverire l’antenato che per primo fece quel gesto di contestazione e così mostrano di averlo inteso alla rovescia. Quel che oggi viene recepito come contestazione, domani diventerà il segno di osservanza dello status quo. Copiare la contestazione in modo pedissequo, senza alcuna ironia, significa toglierle quel poco di mordente che aveva in passato. Oggi uno che brucia la chitarra o si fa una canna a un concerto è più papalino del Papa, altro che Jimi Hendrix!
Il classicismo involontario è il tentativo di far passare per una scelta deliberata il proprio naturale disinteresse e la propria ignoranza del passato. Non sai un bel niente e proclami che lo hai voluto tu. Dici che preferisci così, altrimenti saresti condizionato. Ma non si può voltare le spalle a una realtà che si stenta perfino a localizzare, di cui si ignora il posto che pure continua a occupare nel mondo. Va a finire che il passato te lo ritrovi davanti sempre: ci affoghi dentro comunque, con l’aggravante di non accorgertene neppure. È il provincialismo degli artisti italiani che vanno per la maggiore, la sottocultura manageriale degli internettari. Tutti nipotini che quanto più provano ad allontanarsi dagli zii, tanto più se li ritrovano tra i piedi, e possono solo sperare che la consanguineità passi inosservata. Da quando è comparso Busi tutta ‘sta gente è arretrata in massa sullo sfondo, in fondo allo sfondo, lungo la linea d’orizzonte. Anche lì si sente che puzzano di rancido, che sono vecchi dentro, che non hanno niente di realmente nuovo e importante da comunicarci. Sono anche brutti fisicamente; sono rifatti nel senso clinico-chirurgico del termine, e nessuno di loro si è fatto (o è stato fatto) una prima volta per potersi mai rifare una. seconda. Insomma, non sono moderni.

Nella musica pop, rock se preferisci, un modo irriverente di cogliere il ritmo della modernità e sbatterlo in faccia a tutti fu il punk nel 1977. Mi pare che tu voglia dire che fare punk oggi è il modo peggiore di essere punk. Se sei in sintonia con il suono moderno, conosci la musica del passato e aggiungi qualcosa senza cadere nella celebrazione.
Tenendo conto di questo, vorrei proporti un’ultima domanda. Come critico letterario riceverai manoscritti da aspiranti scrittori, poeti… C’è qualcosa che accomuna questi tentativi, che avvicina o allontana questi aspiranti scrittori al concetto di moderno che hai appena descritto?

Il lavoro di leggere e vagliare inediti di aspiranti scrittori riporta al pettine il nodo del dilettantismo. Dicono che di questi tempi il dilettantismo dilaga. Aggiungo che si tratta di un dilettantismo tutt’altro che scanzonato ed epicureo. Non è un dilettantismo all’insegna della dissipazione, del “chi vuol esser lieto sia”. Sembra proprio che la carriera di scrittore faccia gola a un sacco di gente per le ragioni più sbagliate; perché, appunto, promette di avviare una professione, un’attività redditizia sul piano economico (?) e su quello dell’immagine pubblica che uno dà di se stesso.
Devo ancora incontrarlo uno sconosciuto per cui scrivere sia un’occupazione totalmente dispersiva. In anni e anni di scrutinio di testi altrui (letti come neanche un parente o un fidanzato dell’autore farebbe per amor suo) non mi è capitato una sola volta di sbattere il muso contro una costruzione di linguaggio che denotasse un pensiero un’isteria un chiodo fisso un autismo (non dico uno stile, che sarebbe uguale). Niente che emetta un’energia magari scoordinata ma fatta in casa, niente che tracci una rotta solo sua. Tutta roba prescindibile, di cui, anche stampata, non si avverte la presenza. Ogni tanto, un prodotto con una sua dignità quanto meno merceologica, ma niente di più.
In quanto agli aspiranti autori, o hanno fatto indigestione di libri – e allora scrivono come dei ventriloqui, facendo da medium (un medium sgangherato, da baraccone) a esperienze e idee mediate, libresche – oppure, e sono la maggioranza, non leggono una riga, non danno confidenza alla letteratura al di fuori della scuola e dei corsi di scrittura.
Del resto, basta vedere come leggono questi aspiranti autori (e lasciamo perdere la questione, per niente secondaria, di che cosa leggono). È qui che si vede che il loro dilettantismo è da imprenditori. Leggono tutti con la speranza, se non con l’ambizione, di incamerare interessi. Per loro leggere significa capitalizzare e preferibilmente monetizzare a breve termine. Hanno la fobia di sciupare il tempo a disposizione. Sono dei pianificatori, e più che mai quando sembrano muoversi a casaccio con l’andatura irresponsabile della donzelletta che vien dalla campagna. Stanno sempre facendo un master che li abiliti in qualcosa anche quando prendono o ripongono un rotolo di carta igienica. Sono saturi di secondi fini, che non è affatto una cosa disdicevole; però lo diventa se i secondi fini vengono perseguiti all’insaputa di chi li alberga. Che modernità ci si può aspettare da persone che coltivano un’intelligenza di due secoli fa e intanto aggiornano la furbizia che darà il colpo di grazia a quell’intelligenza già decrepita?
Ma è inutile parlarne su questi toni. Tutta la faccenda potrebbe riassumersi in un’unica domanda – retorica, poiché la risposta è nota. E la domanda sarebbe: gli aspiranti scrittori hanno letto o no Aldo Busi? E quelli che continuano a comprare i suoi libri, cominceranno a leggerli? Tutto il resto è (cattiva) letteratura.