mercoledì 28 gennaio 2009

Intervista a Giovanni Succi.

1. Giovanni Succi, piemontese, lavora alle parole ed al suono dei Bachi da pietra, dal 2005. Così anche con i Madrigali magri, nel decennio 1994-2004. Nei suoi testi parole scelte con estrema cura, che si appigliano ad oggetti e gesti concreti. Un impianto ritmico-verbale che è stato definito oscuro, arcaico, poetico, blues, viscerale, essenziale, tekno… I Bachi da pietra sono molte cose, ma non ruffiani o rassicuranti.

--------------------------------------------------------------------------------------

Molte recensioni ai lavori dei Bachi da pietra stabiliscono una linea di confine: da una parte la musica, blues scarno ed essenziale; dall’altra i testi, componente poetica. Un po’ seguendo il criterio usato in passato per i Massimo Volume (per loro, rock sonico e poesia declamata).
Nei tuoi testi, però, ci sono parole che bucano la cappa del conformismo abitudinario dei discorsi quotidiani e che, anche sussurrate, non restano inaudite.
Certo, i suoni aspri, le ritmiche claustrofobiche, ma credo sia anche attraverso le parole che i Bachi da pietra si avvicinano allo spirito originale e provocatorio del rock’n’roll. Forse la pietra dello scandalo è lì, sono le parole a metterti in una posizione scomoda. Un’attitudine punk nel dire. Potrebbe essere?


Potrebbe essere. Ma il discorso è ben complesso. O l’arte non accomodante è tutta punk da sempre, o semplicemente quello che intendi per attitudine punk è una delle tante forme d’arte non accomodante. Parliamo d’arte ma c’è anche la filosofia: i cinici greci o Epicuro o Giordano Bruno, ...Nietzsche erano punk? Torniamo all’arte.
Il punto credo stia nella scissione, tipicamente e storicamente italica, tra le culture che non hanno ancora realmente assunto il rock (inteso come espressione musicale contemporanea di radice popolare) nell’olimpo delle arti intese come espressione dell’uomo contemporaneo. Se non quando è il rock stesso a presentarsi didascalicamente in quel modo con orpelli pretenziosi, fingendosi altro, in modo inautentico. E’ vero, tanti gruppetti storicamente inutili fanno rock. Ma anche tanti imbrattatele fanno quadri: vogliamo non riconoscere per questo l’arte figurativa?
Chi scrive di musica non ha cultura di lettere (men che meno contemporanee, se non al massimo anglofone – siamo una colonia) e chi scrive di lettere, relegato negli ambienti accademici, non ha la minima idea che possa esistere, in musica, qualcosa che vada al di là della classica contemporanea o di quello che passano radio e tv.
Quando qualcuno unisce una coscienza culturale di entrambe le forme espressive, si accorge forse che quel che tento, con ardire colpevolmente spropositato, è il percorso impervio su un filo di congiunzione, che già esiste ed agisce sulle pagine, tra il medioevo e il Novecento. L’ambizione immodestissima è quello di portarlo nel nuovo millennio attraverso il sonoro quotidiano, della mia quotidianità. Un filo che unisca nella cultura di lingua volgare il trobar provenzale, Guittone d’Arezzo, Dante (nota bene: parole per musica), la linea cosiddetta ligure della poesia novecentesca, il sommo Caproni, Giovanni Giudici, da una parte. E il blues nella sua essenza, lo spirito del rock’roll e del punk, la teckno, l’elettronica per la musica, dall’altra.
La pretesa è smisurata, me ne rendo conto. Io ci provo. Forgiare testi di valenza letteraria (passami l’espressione antipatica) evitando qualsiasi ridicolo barocchismo cattedratico o populismo retorico da quattro soldi; testi degni di un umile scrivente post caproniano, in grado di calzare perfettamente (come nella tradizione medievale che non scindeva le muse tra parola e suono) su scenari sonori a noi contemporanei ma non di estrazione classica, fatti con strumenti “primordiali” (tamburi, legni e corde), che si credono macchine. La mia formula principale è poi alla fine la reiterazione, che nell’arte è la chiave di volta di molte espressioni novecentesche (pensa al blues o alla pop art o alla house music, alla serialità). Allo stesso tempo lo è nelle culture arcaiche: nelle tribù indigene di ogni luogo e tempo, nella tradizione dei baccanali, nelle tarante, nelle danze masai. Questo faccio, senza approcci filologici. Provo a dire battendo un ritmo. Cerco umilmente, come il verme le stelle. Come tutti hanno cercato. Pasolini, Pavese, erano punk? Se punk è la formula magica, magari sì. Ma l’arte non accomodante è sempre esistita. Cerco parole autentiche e le cose autentiche difficilmente sono accomodanti. Le macino per giorni, anni, come limare la pietra. Le devo incastonare su una tekno faticosa fatta a braccia, in un tempo di declino tecnologico ed umano, e devono essere degne entrambe queste cose al massimo livello, nel loro ambito: tutto qui. Se questa cosa non ti arriva in faccia e non ti scava la pancia con un grammo di autenticità umana, ho fallito. Per questo dico: alla fine è pop (popular music).

Certo. Pensare la musica e le parole dei Bachi da pietra come due parti lontane sarebbe più accomodante e la “linea di confine” della premessa (la mia domanda) corrisponde alla “scissione, tipicamente e storicamente italica”.
Ma insomma… forse ciò che rende unici i Bachi da pietra è proprio lo svelare al pubblico rock un arcano: il punk è una delle trasfigurazioni dell’arte non accomodante! In questo senso, il tuo “percorso impervio” è autenticamente nuovo per un sacco di persone.
Mi hanno colpito anche queste tue frasi: “strumenti “primordiali” (tamburi, legni e corde), che si credono macchine” e “La mia formula principale è poi alla fine la reiterazione, che nell’arte è la chiave di volta di molte espressioni novecentesche”.
L’allusione alle macchine mi fa pensare alla questione della tecnica. Non è neoluddismo, ma è che se tu suoni la chitarra in modo tecnico, come si dice al pub, sorseggiando una birra, suoni tale e quale Satriani o Clapton. Quel suonare “tale e quale”, equivale a dire: “tu sei ok proprio perché funzioni bene!” (il tipo di complimento che faresti, se fosse in grado di apprezzarlo, alla tua lavatrice).
Anche considerando il tuo modo di suonare la chitarra (senza plettro, anche per l’elettrica, se ben ricordo…) direi che la tua, più che uno schema, è un’attitudine blues che ti permette un’apertura a nuove possibilità. Conoscere le istruzioni per l’uso e disattenderle, producendo qualcosa di inaspettato.
L’altro elemento che apre nuovi spazi all’imprevisto sembra appunto l’iterazione, non come loop uguale a se stesso (che basterebbe un Boss dd-5), ma come spazio materiale che accoglie parole e deragliamenti chitarristici fruttuosi.
Proprio in “Casa di legno”, brano formidabile, sembra che attraverso le metafore dei “giunti (che) non tengono”, delle “finestre che non si chiudono”, delle “misure sbagliate”, tu dia corpo all’impossibilità di adeguare la realtà out there, il mondo, ai nostri angusti schemi mentali (laddove impera la serialità meccanica come chiusura all’imprevisto).
Insomma, tutta queste parole per dire che i Bachi da pietra sono uno dei pochi gruppi pop che non opprimono il loro pubblico con schematismi estetico-cerebrali. Una gran cosa ma, forse, anche un bel peso da portare in solitudine…


Il tuo giudizio e le tue considerazioni sono molto lusinghieri e, se non suonasse da parte mia autocelebrativo, ti direi che condivido in pieno. Lo incasso come un enorme complimento e ti ringrazio, anzi ti ringraziamo. Come ringraziamo il peso che portiamo. In realtà, credimi, quel peso è ben leggero. Tanto leggero che ci fa sentire liberi di portarlo e felici della fatica. Sarebbe opprimente e impraticabile un peso inautentico e fittizio.
Quanto a Casa di legno, mi piace molto la tua lettura, ma contiene anche un invito di segno diverso, molto semplice se vuoi: fai di tutto per tentare di rimediare agli eventi, agli errori, all’azione del tempo. Lotta contro gli elementi e le leggi fisiche che senza malizia si oppongono e ti umiliano. Se proprio tutto sfugge, è forse perché quella cosa non sta davvero più in piedi in nessun modo. Allora, nonostante tutto il lavoro, renditi libero dal tuo scopo, abbi il coraggio di arrenderti e di darle fuoco.

Il mio complimento nasce da una descrizione della vostra musica.
Ciò che dici su “Casa di legno” mi ricorda le parole della sfinge descritta da leopardi (“anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”).
Ma, per proseguire, rispetto all’esperienza con i Madrigali Magri mi sembra che con i Bachi da pietra sia un po’ in ombra la componente malinconica di pezzi come “Parti non mie”, “Nuova casa”, “Giorno e notte” travolta da una ritmica compatta e ruvida (meno blues e più tekno, in “Tarlo terzo”). Nei testi si avverte in misura minore l’incanto del distacco (c’è forse più rabbia ora?). Stiamo parlando di due gruppi e periodi diversi, ma ritieni che quel sentimento sia oggi più difficile da testimoniare attraverso un (tuo) brano?


Credo che invecchiando il pudore per la propria condizione personale guadagni terreno nei confronti della tentazione ad esprimerla. Se ci fai caso la terza persona singolare ha quasi definitivamente soppiantato la prima persona nei testi. Cerco di centellinare il pronome “io”, implicito o esplicito, il più possibile. Non c’è più rabbia... C’è sicuramente più consapevolezza. Questo non significa che attraverso altri io rinunci a parlare della mia esperienza personale. Del resto, quella personale, è l’unica esperienza possibile.

“Son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento”.
Consapevolezza è anche percepire parole come quelle di Caproni. Un “noi” che prende corpo e ci unisce a chi è venuto prima, a chi ci sta a fianco, a chi verrà.
Per dire qualcosa è necessario poter uscire dal delirio solipsistico?
O meglio, come ha sostenuto Alfonso Berardinelli riferendosi a molti (aspiranti) poeti odierni: “l'autore s'illude su se stesso e soprattutto non ha letto altri poeti, non abbastanza, o non li ha capiti, non è in grado di rendersi conto di quello che sta facendo e di quello che in poesia è stato fatto (…) Gli autori stessi non scrivono con la passione di essere letti. Scrivono in una specie di trance narcisistica, in uno strano dormiveglia della mente, in cui non nascono né vere visioni né veri pensieri”.


Non conoscevo Berardinelli; ho talmente condiviso la tua citazione che non ho potuto fare a meno di informarmi. Mi procurerò i suoi libri. Molto interessante la disputa con alcuni interlocutori sul blog Nazione Indiana di un paio di anni fa. Ti ringrazio per queste occasioni di approfondimento e confronto. Che dire sui poetastri del bel paese… Li dipinge un verso fantastico di Zanzotto (cito a braccio) “…l’amorosa folla dei degusta-pollini e spossa-midolla”.
Vogliamo sparare sulla croce rossa? Porelli. Masticano il poetichese, si sentono puri, si innamorano di sé stessi ispirati ed incompresi, tagliano i finali alle parole, invertono nome e aggettivo, vanno a capo… Bastano a sé stessi, e se questo gli riesce, c’è da ammettere che si accontentano di poco. Insomma si danno da fare. Tranne sul fronte della lettura, per una neanche troppo tacita presunzione di essere infondo già così, dei veri fenomeni. In realtà credo che il punto sia non solo pigrizia e ignoranza…; probabilmente non reggerebbero all’urto della propria nullità in un qualsiasi raffronto di cui fossero consci: sarebbe schiacciante. Gli si romperebbe il giocattolo. Tutti i più grandi si sentivano imberbi al cospetto di qualcuno. Loro no. Infatti di solito non hanno mai un poeta preferito che possano dire di conoscere veramente a fondo.
Tipi così ne ho conosciuti molti. Nel 1988 insieme a Marco Drago, Gianrico Bezzato e altri, fotocopiavamo una fanzine di letteratura che gravitava intorno ad un locale di Cassinasco, (colline introno a Canelli, provincia di Asti, luogo molto ricorrente in Pavese) e ne portava il nome: “Il Maltese”. Tra l’altro è il primo locale dove feci il mio primo concerto nel 1985 o giù di lì. Poi la rivista nata per gioco crebbe ed ebbe fortuna, arrivò nelle librerie, ne uscirono nomi noti, Drago, Matteo Galiazzo ecc. Ma il punto è che di aspiranti poeti ce ne sono passati per le mani veramente tanti. Inutile dire che i più tremendi erano sempre i più pretenziosi. Però devo ammettere: grazie a questi casi così turpi ho imparato abbastanza presto cosa evitare come la peste. Con questo aggiungo che i miei scritti di allora mi imbarazzano oggi non poco, tranne giusto un paio. Esiste poi in Italia (all’estero non so) tutto un circuito di case e casette editrici che ti stampano il libro a patto che tu te ne compri mille copie: solitamente bandiscono concorsi farlocchi attraverso riquadri sulle pagine dei quotidiani. I vincitori (tutti) hanno diritto a stampare il libro con il dovere contrattuale di acquistarselo. Tu non immagini, credo, la miriade di aspiranti poeti dagli esiti meno che dozzinali che riescono a pubblicare. Spassosissimo. Cani sognanti col costume carnevalesco da Leopardi, per lo più. Oppure quelli della serie ogni singola parola a capo, che fico! Una volta ne tenevo esempi: …poi gli spazi in casa sono stretti, immagina che fine ha fatto la galleria degli orrori.
Un episodio credo emblematico di tenero aspirante poeta italiaota, di non troppo tempo fa: in un dopo concerto, un giovane aspirante poeta, con l’aria da perfetto giovane aspirante poeta, imbastisce con me un discorso ardente e claudicante sul tema che lui è un poeta. Candido come un cucciolo, al culmine dell’ardore, tra un cespite di D’Annuzio e uno di Godano, mi rivela con fierezza che lui non legge, anzi legge il meno possibile: per non contaminare la purezza della sua ispirazione. Poi di cosa parlasse la sua ispirazione di preciso non sapeva dire. Emozioni… Sensazioni… Chi lo sa. Un altro che va dove lo porta il cuore.
E qui veniamo al secondo punto della tua citazione, che è basilare: “…né vere visioni né veri pensieri”.
Sulla scia dell’insegnamento di quelli che tradisco come miei maestri (diversi, in ogni epoca) l’intento della mia dizione sarebbe grossomodo quello di evitare l’astrazione fine a se stessa nel testo poetico, cercando di cacciarlo giù nel mondo a forza, costringendolo ad appigliarsi ad immagini oggettuali con un linguaggio letterariamente anti-letterario e liricamente anti-lirico. Già Leopardi lamentava al tempo suo che ai poeti la musa non portava più la lima. La lima, strumento umilissimo, è essenziale. Il risultato dell’immediatezza lo si ottiene a fatica, non è dato in natura nella lingua italiana. Se quel che voglio dire non prende ad un certo punto una forma acuminata, non si ficcherà mai nella pancia di nessuno, tanto meno se corazzato: piuttosto lascio perdere. Del resto ai Bachi Da Pietra non interessa far strage di innocenti; ad infilzare i tardo adolescenti ci sono cento validissimi Jovanotti e migliaia di Piero Pelush.
Quindi sul testo (ma direi che la ricetta è la stessa per la musica) fitto lavorio per la massima sintesi, efficacia e precisione, vigilanza alla concretezza degli oggetti, tolleranza zero (espressione simbolo di un Paese che in realtà tollera praticamente tutto) verso termini o espressioni libresche o appartenenti a codici comunicativi interferenti (il poetichese, il burocratichese… Nella canzone “Non io” uso volutamente una formula commercial-burocratica nel passo “gentile regime…”: un esempio di interferenza ricercata in un contesto preciso per uno scopo preciso).
Il testo deve avere un obiettivo in partenza nell’intento dell’autore e lì deve portare chi ascolta, non può essere un volo pindarico tra le nuvolette a caccia di farfalle bizzarre e poi vediamo se ne prendo una bella te la regalo se no cippa. Non si fa così con qualcuno che decide di donarti attenzione perché se lo fa ne ha bisogno, chiunque sia. Non intendo essere un degusta-pollini, tanto meno uno spossa-midolla. Non intendo abusare della fiducia di chi mi si affida nel momento del bisogno. Certo se si aspetta che lo si prenda per mano e gli si racconti una bella fiaba nel paese dei balocchi ha solo semplicemente sbagliato numero. Riattacchiamo.
Spero sia chiaro allora quanto fuori luogo sia l’attributo “ermetico” riferito alla mia scrittura; non che mi offenda, è semplicemente un attributo a sproposito che quasi nessuno evita di usare: l’ermetismo è un periodo della poesia Novecentesca circoscritto agli anni Trenta o poco più, ben delineato nei tempi e nei modi, che nulla ha a che vedere con il mio stile e i miei obiettivi espressivi: anzi, l’idea di linguaggio iniziatico petrarchescamente selezionato, neo arcadico, che ne è fulcro, sta praticamente agli antipodi di quel che produco, nel bene e nel male. Ma ok: non tutti possono essere al corrente del fatto che i manuali scolastici ficcano alla fine tutto a forza nell’ermetismo solo per facilitare l’esame di maturità e poi ci sono le vacanze e fine della Storia. Me ne rendo conto. Però chi scrive dovrebbe informarsi sui termini che usa se non ne è certo, oppure evitarli. Lo sapevano già ai tempi delle tavolette scolpite che la scrittura rimane nel tempo a farsi giudicare, non sparisce, tanto meno nell’era della rete.
Ad esempio non scriverei mai di calcio: distinguo i colori delle maglie e li associo ai nomi delle principali squadre, seguo qualche partita dei mondiali..., ma la mia cultura calcistica si ferma lì. Figurati di pallacanestro.
Quanto ho divagato, ti chiedo scusa. Qualcuno potrebbe osservare che stiamo dissertando di questioni fuori luogo, dal momento che il sottoscritto si presenta come un compositore di canzoni che pubblica brani invece di libri, associati alla musica, all’oralità della parola, e li esegue dal vivo sui palchi percuotendo una chitarra elettrica, non dentro le librerie nei readings, con aria accademica, frusciando carta.
Qualcun altro potrebbe replicare che nei primi due secoli del millennio scorso, agli albori letterari della nostra lingua madre, questa con-fusione di musica e musa sarebbe stata del tutto normale (…elettrica a parte). La canzone provenzale che arriva fino a Dante era canzone. Lo erano i canti di gesta. Lo furono ancora i madrigali. Poi alla musa poetica solo più carta, con l’invenzione della stampa. Colpo di scena: secondo millennio. La lingua muta. La stampa perde terreno. Tu ed io stiamo comunicando in pixel a forma di lettere attraverso una sfilza di zeri e di uno incastonati in impulsi via cavo.
Chi può dire dove il vento sparge le ceneri infinite dell’araba fenice. Ovunque rinasca, potrebbe essere lei. Degna. Indegna. Sempre la stessa. Mai uguale.